Tolkien e il linguaggio come strumento di creazione

Qualche giorno fa, un nostro fan, Pierpaolo Battista, ci ha inviato un messaggio,
offrendosi di condividere il suo contributo all’edizione dell’Oxonmoot di quest’anno.

L’Oxonmoot è una conferenza organizzata dalla Tolkien Society: si tiene ogni anno
ad Oxford, a Settembre, e accoglie ogni volta centinaia di appassionati. L’evento, che
di solito ha una durata di quattro giorni, propone dibattiti, letture, workshops,
intrattenimento come ad esempio spettacoli e musica, e chi più ne ha più ne metta.

Quest’anno, per la 53esima edizione, Pierpaolo ha proposto un lavoro che
approfondisce la componente linguistica delle opere di Tolkien in un’ottica di
preservazione della conoscenza, enfatizzando le differenze nella concezione e
nell’utilizzo del linguaggio da parte di Eldar e umani. “Nel Legendarium di Tolkien”, sostiene infatti il giovane autore del paper in
questione, “gli elfi preservano la conoscenza attraverso il linguaggio, le canzoni e la
narrativa, mentre gli uomini spesso tramandano memorie frammentate delle loro
origini.”

Durante l’intervista, Pierpaolo confessa che l’idea è nata per caso. Nel tentativo di
tradurre dei testi per le sue canzoni dall’italiano al Quenya, si è infatti reso conto di
quanto una lingua con un vocabolario insufficiente possa obbligarti ad aguzzare
l’ingegno per cercare delle alternative, e di quanto il risultato finale possa in certi casi
portare alla luce punti di vista che magari prima nemmeno ci saremmo sognati di
concepire.

“È partito tutto dalla musica” racconta entusiasta Pierpaolo, “proprio come nell’
Ainulindalë, che rappresenta, appunto, la genesi!”.
Proprio come nella storia della musica degli Ainur, dunque, la creazione di un “Neo
Quenya” (per favore, siate buoni), ha aperto un mondo nuovo fatto di possibilità.
Costruire qualcosa da zero, attingendo da un pool di parole limitate e per di più tratte
da una lingua creata artificialmente è stata una vera sfida. Poi, d’un tratto, come per
magia, ti ritrovi a rileggere il testo della tua canzone e ti rendi conto che ciò che avevi
intenzione di trasmettere attraverso le parole si è mantenuto intatto, certo, ma che c’è
anche qualcosa in più. Ed ecco che quel foglietto di quattro o cinque strofe si trasforma
d’un tratto in qualcosa di più, qualcosa che ti rendi conto essere sempre stato lì e che
semplicemente non eri ancora riuscito a notare, per una mera questione di prospettiva,
come quando sei in aereo e man mano, prendendo quota, ti rendi conto di quanto la
realtà sia infinitamente più ampia del tuo mero campo visivo.

Cosa accade dunque ad una parola quando viene utilizzata da un popolo immortale,
e questa invecchia con esso?
Succede esattamente quello che accade agli Eldar: acquisisce esperienza, significato.
Si colora, guadagna infinite sfumature, ed è forse proprio da lì che deriva la saggezza
dei Primogeniti.
Per gli uomini il discorso invece è diverso. Il loro punto di vista è più limitato e
superficiale. Non hanno a disposizione un tempo potenzialmente infinito per potersi
prendere cura delle parole come fanno i loro fratelli maggiori, dunque anche il loro
approccio alla lingua e a ciò che ne deriva è circoscritto ad un ambito mortale. Ne consegue un utilizzo più pratico, utilitaristico, che chiaramente si ripercuote non solo
sul linguaggio in sè e su come esso viene concepito, ma anche sulla produzione
letteraria, sulle canzoni, sulla poesia e su tutto ciò che implichi l’utilizzo della parola.

A questo proposito, sono stati anche eseguiti dallo stesso Pierpaolo un canto in
Quenya accompagnato con arpa celtica e il brano “Underneath the Shadow” di Stephen
Lander, Chris Joseph e Kathryn Muirhead (traduzione e arrangiamento di Bethany
Hannigan). Insomma, “linguaggio, canzoni e narrativa”, appunto.

Come da tradizione l’evento si è concluso con l’Enyalië, storica cerimonia di chiusura
della convention, celebrata sempre di domenica (che quest’anno cadeva il giorno 6 di
settembre) nel cimitero di Wolvercote, luogo di sepoltura di Tolkien. La
commemorazione comprende la lettura di uno o più brani tratti dall’opera del professore
e la deposizione di corone di fiori. Per quest’anno il brano scelto è stato tratto da “I figli
di Húrin”, nello specifico la morte di Morwen, e successivamente è stato cantato il
Namárië.

Si è conclusa così la 53esima edizione dell’Oxonmoot, mentre noi, nel frattempo,
aspettiamo con ansia il 2027, sperando di potervi finalmente partecipare anche noi.

Si ringrazia Pierpaolo Battista, amico e tolkeniano DOC, per aver ispirato questo
articolo e per le piacevoli chiacchierate sul meraviglioso mondo di Tolkien.

Giuseppe Sommaiuolo
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Giuseppe Sommaiuolo. Nato e cresciuto a Napoli, tra partite di calcetto nel rione e notti brave in sala giochi, manifesta ben presto un senso di insofferenza che riesce ad appagare solo mediante lo studio della letteratura. Si avvicina alle opere di Tolkien grazie alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, trascorrendo così gli anni delle scuole superiori e dell'università ad approfondire le opere principali del beneamato professore. Grandissimo appassionato di musica rock ed heavy metal, nonché di quasi ogni forma d'arte esistente, risiede attualmente in Spagna, determinato a trovare il suo posto nel mondo a suon di tapas.