La diatriba tra David Day e la Tolkien Society, nonché i fan più accaniti del beneamato professore, sembra essere ormai tanto antica quanto quella tra inglesi e scozzesi, Romolo e Remo, cani e gatti, e chi più ne ha più ne metta. È dal 1978 ormai, con l’uscita di A Tolkien Bestiary, che lo zoccolo duro degli studiosi del Legendarium risponde alle opere dell’autore canadese con indignazione e turbamento, distaccandosi con disgusto, quasi orrore, da qualsiasi opera firmata Day. Ma perché?
In un’epoca in cui lo studio dell’opera di Tolkien non era ancora considerato materia accademica, o in cui veniva in ogni caso preso più alla leggera se paragonato agli intransigenti standard odierni, pare che l’autore canadese avesse peccato di approssimazione. Nel periodo in cui la letteratura fantasy incominciava farsi prepotentemente spazio sugli scaffali delle librerie e sui comodini da notte dei lettori più appassionati, in cui la cultura popolare inseriva all’interno del suo canone i concetti di elfo, nano, drago che oggi sono parte dell’immaginario collettivo comune di ognuno, non si era tuttavia pronti ad un livello di attenzione al dettaglio tale da giustificare uno studio tanto approfondito.
Nonostante, infatti, lo scandaloso impatto avuto da Il Signore degli Anelli durante la seconda metà degli anni ’60, che in ogni caso veniva pur sempre considerato una favoletta per ragazzini, l’approccio al genere in quei decenni non aspirava certo a quello che il Leopardi definirebbe uno studio matto e disperatissimo. Benché la nascita della Tolkien Society di lì a pochi anni avesse sancito l’inizio di una nuova era nell’ottica dell’interpretazione della letteratura tolkieniana, l’approssimazione di cui sopra andrebbe comunque contestualizzata al periodo in questione, e giudicata magari più come un peccato veniale che come un vero e proprio crimine.
Nella fattispecie, a Day viene criticata la fantasia descrittiva di alcune didascalie dedicate ai personaggi di Arda, tra cui quelle inerenti a Beren e a Sauron, particolarmente discusse e controverse. Tuttavia, se per quanto riguarda Beren la comunità non impugna che i toni con cui l’eroe e le sue peripezie vengono narrate, la questione su Sauron si fa ben più delicata. In questo caso, infatti, si parla di vere e proprie imprecisioni tecniche, e in più di un ambito:
In the Ages of Darkness, while Melkor ruled in Utumno, and in the Ages of Stars, while Melkor was chained by the Valar, Sauron ruled the evil realm of Angband. On the return of his master, and through all the Wars of Beleriand until Melkor was cast into the Void, Sauron was his greatest general. He was also called Gorthaur the Cruel, and he survived longest of all the Maiar who served Melkor. Many were the wars and holocausts through the Ages of the Lamps, Trees, Stars and Sun that Sauron survived.[1]
Da un punto di vista accademico, The Ages of Darkness, the Ages of Stars, the Ages of the Lamps, Trees, Stars e Sun, non vengono considerate vere e proprie ere, piuttosto sarebbero da considerare momenti specifici all’interno del contesto della Prima Era di Arda. Ci troviamo dunque di fronte ad un’inesattezza, un errore di nomenclatura se vogliamo, giacché Age è un termine specifico, in questo caso, che serve a distinguere i quattro grandi periodi storici durante i quali si svolgono gli eventi dell’opera di Tolkien inerente al Legendarium (mi sono preso la libertà di includere anche la Quarta Era).
Yet so great was the power of Sauron’s spirit that in the Third Age he again made himself a form. His spirit became manifest in the sorcerous power of one great lidless Eye.[2]
Ultima, ma non meno importante, è la questione dell’Occhio. Sfortunatamente, nemmeno nelle sue lettere Tolkien fa mai esplicitamente riferimento alla suddetta questione, lasciando la controversia aperta ad un dibattito che ahimé non avrà mai una conferma netta. Non esistono dunque un sì o un no: solo stralci di informazioni lasciateci in eredità dal professore. Tuttavia, in questo caso, non è nemmeno necessario andare a cercare troppo lontano, poiché, proprio ne Il Signore degli Anelli, troviamo ciò che in assenza di meglio potrebbe considerarsi un ragguaglio in merito:
E improvvisamente percepì l’Occhio.Vi era nella Torre Oscura un occhio che non dormiva, che si era accorto dello sguardo di Frodo; e questi lo sentiva covare un cupido e selvaggio desiderio, e lanciarsi all’inseguimento, come un dito che frugava ovunque.[3]
Questo pare essere l’unico o comunque uno dei pochissimi riferimenti all’occhio di Sauron in quanto tale. Benché infatti la posizione degli studiosi sia piuttosto unanime in merito, il suddetto passaggio non è proprio di così semplice interpretazione, a mio avviso. Nemmeno nell’esaustiva lettera 131 a Milton Waldman[4], dove vengono spiegati, seppur a grandi linee, molti dettagli e retroscena della sua opera principale, Tolkien definisce chiaramente quello che ad oggi resta a quanto pare un mistero risolto solo per metà. E forse è giusto così. Non tutto deve essere spiegato o deve avere un significato di universale interpretazione. È questo il bello della letteratura. Sognare, viaggiare e perché no, porsi delle domande. Stare lì al pub (restiamo in tema) davanti ad una bella birra e chiedersi chi diavolo fosse quel Tom Bombadil, l’eremita a cui il potere dell’Unico Anello faceva un baffo, perché i Valar non avessero Mandato le aquile a Mordor, o che cosa sarebbe successo se Sauron si fosse redento. Non lo sapremo mai, ed è proprio questo il bello: il fatto che potremo continuare ad avere spunti di riflessione quando discutiamo con gli amici al pub. È vero, David Day ha inconsciamente scatenato un devastante effetto domino che continua a sortire effetti anche dopo più di quarant’anni, e nonostante l’inaccuratezza di alcuni aspetti del suo lavoro, forse ci sarebbe da ringraziarlo, proprio per questo.
[1] A Tolkien Bestiary, David Day, Mitchell Beazley, 1979, London, p. 157.
[2] Ibidem.
[3] Il Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien, Rusconi, 1970, Milano, La Compagnia si scioglie.
[4] Datata 1951.
Giuseppe Sommaiuolo. Nato e cresciuto a Napoli, tra partite di calcetto nel rione e notti brave in sala giochi, manifesta ben presto un senso di insofferenza che riesce ad appagare solo mediante lo studio della letteratura. Si avvicina alle opere di Tolkien grazie alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, trascorrendo così gli anni delle scuole superiori e dell'università ad approfondire le opere principali del beneamato professore. Grandissimo appassionato di musica rock ed heavy metal, nonché di quasi ogni forma d'arte esistente, risiede attualmente in Spagna, determinato a trovare il suo posto nel mondo a suon di tapas.


