Tolkien e i draghi

di Giuseppe Sommaiuolo


Quando si parla di religione, che si tratti dell’opera di Tolkien o qualsiasi altra tipologia di lavoro influenzato da un culto, o anche più di uno, è necessario fare una premessa.

L’ultima volta si è parlato di come e in quale misura la fede influenzò l’opera del beneamato, all’interno della quale, in diversi frangenti, un lettore attento può scovare analogie e richiami più o meno evidenti. È ben noto ai più che il professore fosse un uomo di grande cultura. La creazione e lo sviluppo di Arda furono tuttavia solo un’attività secondaria, che per tutta la sua vita svolsero la funzione di contorno a ciò che effettivamente occupava la maggior parte del suo tempo: l’insegnamento. L’insegnamento finalizzato alla diffusione del sapere, ma soprattutto alla ricerca letteraria e alla crescita personale mediante lo studio costante. La massima ambizione per una mente brillante, insomma.

Possiamo, dunque, farci soltanto una vaga idea dell’impressionante mole di informazioni assimilate da Tolkien nel corso della sua vita. Informazioni ben conservate, lì in attesa di essere ripescate nel momento opportuno per poter essere poi rielaborate e trasposte nella sua opera con la sua firma. L’equivalente di un capientissimo hard disk con annesse cartelle e sottocartelle. 

A questo punto mi chiedo: può un uomo che ha conosciuto draghi, cavalieri, elfi, castelli inespugnabili e boschi fatati, scrivere solo di ciò che esiste nella realtà? 

Background culturale e background personale, pur essendo per certi versi due entità distinte e separate, possono talvolta procedere a braccetto, contribuendo in egual misura alla formazione di uno studioso, proprio come in questo caso.

Per quanto, infatti, il Legendarium possa essere strapieno di storie ispirate a santi e miracoli, ovviamente rivisitate in maniera sapiente e minuziosa, non posso fare a meno di chiedermi se l’articolata e profonda cosmogonia Tolkieniana avrebbe conservato lo stesso spessore senza la presenza cruciale di alcuni elementi terzi, come, ad esempio, gli elementi di natura pagana.

Il termine pagano deriva da paganus, termine latino che oggi tradurremmo più o meno come «abitante del villaggio». L’accezione etimologica, la cui connotazione fu in un primo momento di natura unicamente letterale, andò poi arricchendosi di implicazioni e significati secondari che hanno portato alla concezione odierna del termine, quella a cui oramai noi tutti siamo abituati. Questo perché le antiche religioni, così come qualsiasi altro tipo di antica credenza, tendevano naturalmente a resistere più a lungo nei villaggi rurali e nelle zone di periferia, più lontane e più difficilmente raggiungibili rispetto ai centri culturali e alle grandi metropoli.

Lo abbiamo visto con l’Editto di Costantino, ai tempi dell’Impero Romano, quando nel 313 fu sancito un atto di tolleranza che stabiliva la libertà di professare liberamente ogni tipo di religione. Con l’avvento del Cristianesimo e la conversione dell’Imperatore stesso, il culto di Cristo acquisì grande popolarità, e qualcuno potrebbe pensare che da un giorno all’altro tutti gli abitanti all’interno dei confini del regno sposarono la nuova fede senza colpo ferire. 

Quelli che tra noi non sono ancora troppo vecchi da ricordare gli anni passati tra i banchi di scuola però, avranno sicuramente delle reminiscenze inerenti alle lezioni sulla storia di Roma. A tutti gli altri, invece, vorrei ricordare che l’Impero Romano ai tempi di Costantino comprendeva praticamente tutta l’Europa, tutta la costa settentrionale africana, e una buona parte di Medio-Oriente.

Considerata la vastità dell’Impero a quel tempo e la conseguente difficoltà derivante nel diffondere le notizie su una superficie tanto estesa, la conseguenza fu che probabilmente molte persone vissute nel secolo IV, addirittura morirono senza venir mai a conoscenza di questo importantissimo cambiamento. La stessa sorte, che toccò agli Scandinavi diverse centinaia di anni dopo, quando, intorno alla fine del millennio, la figura di Gesù Cristo era ormai quasi completamente riuscita a soppiantare le leggendarie divinità del pantheon nordico, come Odino, Thor e Loki, nomi che ai più appassionati sicuramente non suoneranno nuovi. 

Tuttavia, il paganesimo continuava a resistere imperterrito nelle periferie, per motivi logistici più che culturali, come già sottolineato. E fu questa, con ogni probabilità, la più grande salvezza di noi amanti del folklore. I miti sul Valhalla e sulle malefatte di Giove furono tramandati ancora per qualche secolo prima di scomparire del tutto ed essere definitivamente sostituiti dal nuovo culto. Questo ritardo, se così lo si vuole definire, diede il tempo ai dotti di riportare in forma scritta almeno una piccola parte di quelle informazioni che tutt’oggi conserviamo con grande cura, considerata la loro grandissima rilevanza storica e culturale. 

Tra gli esempi più significativi, per quanto riguarda la mitologia nordica, ci sono L’Edda di Snorri Sturluson e l’anonima Edda poetica (così definita per evitare di fare confusione). L’Edda di Sturluson contiene numerosissimi riferimenti che possiamo ritrovare negli scritti fantasy dell’ultimo mezzo secolo, e nel caso di Tolkien, anche prima.

Spade di fuoco, oggetti incantati e giganti di ghiaccio sono il pane quotidiano di Sturluson, come lo furono per gli Scandinavi, dai quali egli ereditò la sua cultura, secoli addietro. Ed è proprio questa cultura che mi ha travolto come un treno in corsa, un paio di giorni fa, mentre rileggevo dell’uccisione di Glaurung sorseggiando un tè gelido. 

Glaurung, padre dei draghi, guardiano di Angband, fu uno dei più spietati generali che abbiano mai calcato le fila dell’esercito di Morgoth. Secondo in malvagità, forse, soltanto al suo padrone e ai terribili Balrog, mai decaduti al servizio del Nero Nemico del Mondo, il suo intervento fu decisivo in molti eventi che scrissero la storia della Prima Era. La sua sconfitta avvenne per mano di Túrin Turambar, il quale lo trafisse al ventre con la sua spada, ponendo fine alla sua esistenza nel 499 P.E. 

Il nome, trasponibile dal Sindarin con il significato di «verme dorato» è quello che colpisce principalmente. In entrambe le versioni dell’Edda, infatti, vi sono riferimenti a creature vermiformi, tra cui, per fama, spicca Jormungandr, il serpente di Midgard. Figlio di Loki, fu gettato in mare da Odino stesso, il quale, consapevole del male che la prole di Angrbodha avrebbe generato, decise di intervenire preventivamente con una sentenza d’esilio. Egli giacque nelle profondità marine di Midgard, continuando a crescere a dismisura lontano da tutto e da tutti, in trepidante attesa del giorno in cui il sole avrebbe smesso di sorgere. 

Jormungandr viene tendenzialmente rappresentato come un serpente marino, seppur possa essere, per certi versi, considerato quantomeno un lontano cugino dei draghi che conosciamo oggi. Non tutti sanno, infatti, che i draghi che conosciamo, quelli che vediamo nelle serie tv o quelli che mai vorremmo trovarci ad affrontare in una sessione di Dungeons and Dragons, sono un po’ diversi dalle creature che popolano le pagine dei libri basati sul folklore norreno. Difatti, venivano perlopiù definiti lindwurm, o wurm. Per metà serpenti e per metà lucertole, più che draghi.

Lunghissimi e ricoperti di squame dure come il mithril, potevano avere delle zampe più o meno corte, e talvolta un paio d’ali. A volte sputavano fuoco, a volte veleno, ed erano molto avidi. Avidi come Fafnir, venuto fuori dalle pagine della Saga dei Volsunghi, il quale, nato nano, acquisì solo in seguito la forma di un drago, creatura che simboleggiava la cupidigia e l’avidità. Egli cadde per mano di Sigurdhr, trafitto al ventre proprio come Glaurung, suo gemello in Arda, guarda caso, per via di un anello.

L’avidità è uno dei tratti distintivi caratteristici dei draghi. Da decenni ormai, siamo abituati ad immaginarceli accucciati su una montagna di monete e manufatti preziosi tempestati di diamanti. Ironia della sorte, un’immagine così familiare a tutti noi amanti del fantasy è un fedelissimo richiamo alla copertina della primissima edizione italiana de Lo Hobbit, risalente al 1973. Un artwork originale realizzato dallo stesso Tolkien, tra l’altro. È un disegno molto semplice in effetti, in cui c’è un drago che sonnecchia appollaiato su un cumulo d’oro. 

Smaug è una creatura cronologicamente molto anziana, che risale in effetti, almeno al 1937, ma che con ogni probabilità fu concepito addirittura decenni prima. Presentava i tratti caratteristici sopracitati, sia per quanto riguarda il lato fisico che per il lato caratteriale, e può essere inserito, dunque, con una certa sicurezza, nella grande famiglia dei rettili fantastici. Figlio di Glaurung, gemello di Fafnir e cugino di secondo grado di Jormungandr.

Ma l’avidità di un drago non deve necessariamente prendere forma mediante l’attaccamento a tesori materiali. È il caso di un racconto che vede come protagonista San Giorgio, narrato nella Legenda Aurea, una raccolta di agiografie risalente al secolo XIII. A Silene, in Libia, vi era un drago che minacciava gli abitanti della città esigendo dei sacrifici di sangue. Un giorno, la figlia del re fu offerta alla bestia, la quale però fu ammansita e in seguito sconfitta, in perfetto stile cavalleresco, dal cavaliere Giorgio che si trovava a passare di lì. 

Per quanto il cristianesimo possa apparire noioso ai più, ecco la smentita. San Giorgio è accorso in aiuto a tutti coloro che hanno sempre invidiato agli scandinavi quel carattere così esclusivo e avvincente e tutte quelle storie di guerre e battaglie epiche. 

Nel corso dei millenni, numerose popolazioni hanno calcato i loro passi in questa Terra di Mezzo. Partendo dall’Africa, ogni lembo di terra emersa che fosse possibile colonizzare, fu infine civilizzato. Molte volte i confini politici sono stati modificati, e probabilmente altrettante volte furono quelli fisici ad essere stravolti, proprio come accadde quando Númenor fu inghiottita dalla furia del mare scatenata da Eru Ilúvatar, sprofondando nell’oblio eterno.

Molte volte le popolazioni sono venute in contatto, ora mosse dalla guerra, ora mosse dalla pace, e altrettante volte esse si sono unite per creare grandi nazioni. Culture completamente differenti e lontane, trovano infine riscontro a distanza di secoli e di chilometri con sorprendenti analogie risalenti, forse, a tempi in cui in Egitto, i vertici d’oro delle Grandi Piramidi risplendevano alla luce del sole nel deserto, fungendo da bussola a viaggiatori incappucciati e audaci mercanti.

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