Tolkien e la religione

di Giuseppe Sommaiuolo


Nel corso degli ultimi decenni l’opera di Tolkien è stata troppo spesso e troppo ingiustamente relegata nel cassetto riservato alla letteratura di nicchia, più specificamente, la letteratura fantasy. Oserei tuttavia definire superficiale l’idea di ridurre l’intero legendarium al suddetto genere e incatenarlo a forza all’interno di confini prestabiliti.

nasce, come ogni creazione degna di tale nome, dall’unione tra un particolarissimo background culturale e un’inestinguibile scintilla creativa. Elfi, nani, maghi e cavaliere altro non sono che una minima parte di un quadro molto più ampio e dettagliato, la cui complessità non ci è data comprendere, specialmente se lo osserviamo così da vicino.

Soltanto con un approccio maturo ed una mente libera da preconcetti di qualsiasi natura, infatti, il lavoro di Tolkien riesce ad esprimersi al massimo delle sue potenzialità. Proprio come quando a scuola superiore ci facevano leggere “I Promessi Sposi”.

È possibile a sedici anni cogliere tutte le sottili sfumature di un romanzo storico di tale portata? E forse, proprio come l’opera magna del Manzoni, gli eventi di Arda, a partire dal giorno stesso in cui i Valar vi misero piede per la prima volta, sono da considerarsi un “romanzo storico” nel suo complesso, o quantomeno un classico.

Quando la visione di Eru Ilúvatar fu portata all’essere, non vi era necessità di misurare il tempo, giacché l’eternità è priva di confini. I temi musicali da Egli assegnati agli Ainur risuonarono a lungo e con grande magnificenza nelle sacre aule al di fuori dei confini del mondo: nella musica, esso prendeva forma. Dunque continuarono a cantare e a suonare in armonia, fino a quando Eru non levò le mani  e mostrò loro il frutto di quella musica.

La visione mostrava un mondo sferico in mezzo al Vuoto, un reame vivo, in continuo sviluppo, del quale gli Ainur si innamorarono all’istante. Mai avrebbero immaginato che la musica avesse avuto altro scopo al di fuori della sua bellezza, né che ciò che avevano creato nelle loro menti avesse mai potuto acquisire una forma materiale. Ma così fu. L’unico Dio, Colui che era al di sopra di tutti, pronunciò infine la Parola.

Questa è in sostanza l’origine della cosmogonia Tolkieniana, alla cui base vi è un Dio creatore, proprio come un Dio creatore è alla base di molte religioni. Bisogna a questo punto capire come mai un imberbe giovanotto inglese appassionato di lingue e di mitologia possa aver deciso di attingere con tale fedeltà alle Sacre Scritture.

A questo punto, diventa fondamentale chiarire alcuni punti sul background del beneamato, affinché possiamo comprendere più a fondo la ragione che si cela dietro la scelta di tematiche specifiche.

Non tutti sanno che Tolkien era cattolico, e che la forte influenza che la religione ebbe sulla sua vita condizionò inevitabilmente anche la sua opera. Molti infatti sono i riferimenti religiosi presenti nel legendarium, specialmente per quanto concerne gli anni antecedenti alla Terza Era. In quel periodo, più spesso che mai, entravano in gioco forze divine, o se vogliamo, sovrannaturali, ad intercedere con il corso della storia dei mortali.

Da un lato Melkor, il più grande e potente tra tutti gli Ainur, accecato dal potere, dichiara guerra ai suoi fratelli e al suo signore, mentre dall’altro un Dio vendicativo punisce severamente gli ingrati e arroganti Numenoreani, ignare vittime del diabolico giogo di Annatar. Non occorre in effetti essere dei teologi o degli eruditi per cogliere i chiari rimandi ad episodi ben noti, solo due pescati a caso in un mare estremamente generoso.

Sicuramente da un autore inglese di tale portata ci si aspetterebbe più Beowulf e meno vergini e martiri, eppure è proprio questa la forza di Tolkien. La sua fede incrollabile, tanto incrollabile da meritare un posto di riguardo all’interno della sua intera opera, procede a braccetto con la sua sconfinata conoscenza del mondo letterario anglosassone e non.

È straordinaria la maniera in cui gli elementi di due mondi tanto eterogenei, quanto diversi tra loro, riescano a coesistere in maniera così pacifica, arricchendosi a vicenda, restituendo al lettore ben più della somma delle semplici parti: ed il pezzo mancante dell’equazione sono proprio le componenti legate alla mitologia nordica.

Se qualcuno ricorda la descrizione di Valmar, dimora delle Potenze, troverà delle evidenti analogie con l’idea di Snorri Sturluson delle sale del Valhalla. Per un momento, oro, argento e platino passano in primo piano, a “discapito” del verde e della natura, tuttavia senza mai prevalervi con prepotenza, ma semmai cullando in un abbraccio protettivo, gli Alberi Sacri Laurelin e Telperion, dai quali giunge luce radiosa e allo stesso tempo gentile, calda e soffusa. La capitale, con i suoi splendidi edifici, culla da occidente i suoi figli, o se vogliamo, i suoi genitori, in una simbiosi di colori che amalgamano architettura e natura con una minuzia tale da renderci quasi incapaci di distinguere dove finisce l’uno e incomincia l’altro.

Sfortunatamente, l’abbraccio della città non fu sufficiente a proteggere quelle che fin dai tempi remoti venivano annoverate tra le più grandi creazioni mai realizzate da Yavanna, che incontrarono un infausto destino a causa della perversione e l’invidia del malvagio Melkor. Molte infatti furono le malefatte ordite dalla sua mente fin dalla nascita di Eä, ma questo fu con ogni probabilità il peccato più grave di cui egli si macchiò nel corso della sua permanenza all’interno dei confini del Vuoto. Ma questa è un’altra storia.

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