Introduzione al “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”

La fortuna letteraria del romance

Come già accennato Sir Gawain and the Green Knight appartiene al genere letterario del romance, dove, con questo termine non si intende l’italiano “romanzo” a sfondo realistico (in inglese reso con il termine ‘novel’) ma, in origine, “il romanzo cortese in versi” dalla cornice fantastica, legata al ciclo bretone o arturiano, del quale il francese Chrétien de Troyes rappresenta uno dei primi e maggiori interpreti nel XII secolo.

Nell’opera di Chrétien (si pensi ai capolavori del Lancelot, Yvain e Perceval), avviene quella sintesi fra elementi che saranno tipici del romance medievale e che, in forma diversa, fluiranno nei racconti e nei romanzi fantasy di fine Ottocento e successivi: la tradizione classica rivisitata alla luce della nuova spiritualità cristiana, la concezione eroica dell’esistenza ripresa dalla Chanson de geste,

l’eleganza stilistica della poesia trovadorica, il preponderante elemento meraviglioso, presente nella natura e dietro il velo del quotidiano, la sofferta aspirazione del protagonista (nel quale è possibile rintracciare il poeta o lo scrittore stesso) verso orizzonti altri, più elevati, che superano il mondo dell’apparenza e della materia. L’anonimo del Sir Gawain trova quindi in Chrétien, e in due romance d’area germanica, il Parzival di Wolfram e il Tristan di Gottfried, gli antesignani per eccellenza, specie per i nuclei tematici cristiani preponderanti ovvero il viaggio spirituale dell’eroe, in rivolta e preda del dubbio ma salvato dalla misericordia divina, la redenzione finale attraverso l’umiltà, la fede e la lotta alle tentazioni. Un modello “cristiano” del Romance inglese che influenzerà anche Chaucer tra XIV e XV secolo e Thomas Malory, l’autore della celebre Morte Darthur (1485), opere che segnano l’apertura continentale della narrativa inglese, il primo tentativo di sistematizzare la materia arturiana e, soprattutto, il passaggio dal romance in versi in prosa.1

Senza insistere ulteriormente sulle tematiche e l’evoluzione storica del romance medievale, vanno qui soltanto aggiunte, al fine di comprendere i nessi del Sir Gawain con le sue fortune e rielaborazioni successive (letterarie e filmiche), nonché, naturalmente, con l’opera di J.R.R. Tolkien, quelle tematiche e quelle specifiche narrative che dal romance medievale sono approdate (non sempre in egual misura) nella narrativa fantastica contemporanea, in particolare nel fantasy “alto”, epico, a partire dall’Ottocento: la morale cristiana e lo scopo etico, trasmesso anche tramite i simbolismi; la presenza del meraviglioso, non vincolato a criteri o esigenze di verosimiglianza; l’atmosfera onirica, da sogno, che pervade il testo, tanto che alcuni critici letterari, come Giaccherini, individuano nel romance la trasposizione letteraria dell’esperienza onirica individuale, attraverso la quale l’uomo cerca la gratificazione ai propri desideri o la realizzazione delle proprie fantasie; la presenza di nessi narrativi che non seguono uno schema logico, schemi razionali derivati dal mondo dell’esperienza, ma apparentemente svincolati da ogni criterio di realismo, per attrarre il lettore in una sorta di labirinto “interiore”, ripetitivo nella forma ma con variazioni significative al suo interno; il viaggio circolare dell’eroe protagonista (la quest), in stretta correlazione con i cicli stagionali o annuali, secondo un meccanismo di “andata e ritorno”; la sua stretta relazione con il mito, inteso come narrativa a carattere sacro posta a fondamento delle forme sociali, dei fenomeni naturali e delle pratiche rituali delle diverse civiltà.

Sono tutti temi essenziali del Galvano e il Cavaliere Verde che ricordano, agli occhi degli appassionati e dei lettori attenti, molto da vicino, i capolavori della narrativa fantasy del XX secolo, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien come anche Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis, e ancor prima i racconti e romanzi di Gilbert Keith Chesterton, i “romanzi cavallereschi” di William Morris e le opere di George MacDonald (veicolanti un chiaro messaggio cristiano), questi ultimi due padri della narrativa fantasy e, non a caso, tra gli ispiratori di Tolkien e Lewis.

Il Sir Gawain e Il Signore degli Anelli

Sono diversi gli aspetti, i nuclei tematici, le caratteristiche narrative che collegano il romance del Galvano al capolavoro fantasy del XX secolo, Il Signore degli Anelli di Tolkien.

Il professore di Oxford, filologo, linguista e medievista, era un attento studioso e appassionato conoscitore dell’opera dell’anonimo Gawain-poet, della quale esaltava il suo valore/intento cristiano, il processo di crescita dell’eroe come riflesso delle aspirazioni dell’essere umano (e del poeta stesso), la lotta alla tentazione, la complessa relazione tra le leggi della Cortesia e dell’Amore con la morale cristiana, la Legge Eterna, il tema della quest circolare dell’eroe protagonista, il valore formativo.

Tolkien studiò, tradusse in inglese moderno e analizzò il Sir Gawain and the Green Knight, che fu oggetto di una sua conferenza nel 1953, volta a gettare giusta luce sull’opera e a “difenderla” dalle accuse degli ambienti accademici del tempo che ne trascuravano gli aspetti e i contenuti più rilevanti. In primis quella, come ben affermava Tolkien, di essere un poema “morale” e cristiano, incentrato sul tema della lealtà, sui conflitti interiori che il protagonista / scrittore / lettore deve superare per affermarsi pienamente, come uomo, nella società, nel mondo “primario”.

Una difesa dunque che Tolkien produsse accanto a quella di un altro celebre testo medievale, il Beowulf, anch’esso di autore anonimo, scritto in antico inglese intorno all’VIII secolo, cui dedicò una conferenza dal titolo Beowulf: mostri e critici (1936) presso la British Academy, valorizzando il contenuto epico e i valori, i simboli, dell’epoca pagana.

La prima caratteristica che accomuna il Galvano ai romanzi di Tolkien è certamente il tema della quest; il viaggio circolare dell’eroe protagonista secondo un meccanismo di “andata e ritorno” (che, non a caso, è il primo titolo del diario di viaggio di Bilbo Baggins, che costituirà il “Libro rosso dei Confini Occidentali”) che se assume toni fiabeschi, meno alti, ne Lo Hobbit, diventa, nel Signore degli Anelli, il viaggio di redenzione che l’eroe, Frodo Baggins, compie per la salvezza del genere umano e della Terra di Mezzo.

Similmente al Galvano, Frodo non compie il viaggio per la distruzione dell’anello all’interno del Monte Fato (l’anello è oggetto nel quale vengono sublimate le tentazioni più pericolose che corrompono l’uomo) per gloria o per sé stesso (in questo è diverso anche dal Beowulf); eroe “atipico”, non è tuttavia un cavaliere forte, intrepido come Galvano, ma uno Hobbit, un mezzuomo, che emerge non per i suoi valori militare ma per valori che sono insieme umani e cristiani, l’umiltà e lo spirito di sacrificio oppure quando sceglie di proseguire il viaggio da solo, per non mettere in pericolo i propri compagni ma anche assumendosi pienamente le proprie responsabilità di fronte ad una missione che sa essere sua, che solo lui deve portare a termine.2

Come per Gawain, anche quella di Frodo è una quest di crescita personale, morale ed interiore, attraverso la quale il nostro “eroe imperfetto” si libera del suo lato più oscuro, malizioso, corruttibile, che è rappresentato dalla figura di Smeagol/Gollum, cresce e matura, seppur in maniera diversa e più “elevata” rispetto allo zio Bilbo: quella di Frodo è, infatti, prima di tutto una crescita interiore, spirituale, che lo rende ancora più alienato rispetto all’inizio del viaggio, distaccato dal mondo delle cose terrene.

Naturalmente anche Frodo, similmente a Galvano, dopo aver portato a termine la sua missione, dovrà portare il segno indelebile (finché resterà nella Terra di Mezzo) del suo viaggio di crescita/elevazione: è la ferita del Re Stregone di Angmar, inflittagli a Colle Vento, che non guarirà mai del tutto, come confermano Gandalf ed Elrond, una ferita che è provocata proprio in un momento in cui Frodo indossa l’anello per aver salva la vita e scampare ai Cavalieri Neri. Il segno della crescita di Gawain e Frodo è in entrambi i casi strettamente legato alle loro tentazioni.

Altri tratti in comune tra Gawain e Frodo sono invece l’accettazione del proprio destino, la volontà di accettare una missione dal risultato incerto che, quasi sicuramente, comporterà la morte del protagonista – anche se, nei fatti, si tratta di una morte “interiore”: per Galvano un superamento dell’adolescenza e l’ingresso nella società degli uomini/cavalieri attraverso il superamento delle prove e l’ostacolo delle tentazioni, per Frodo un’ascesa spirituale, che, a causa del dolore provato, esemplificato dalla ferita inflitta dal Re Stregone, dalle continue tentazioni dell’anello, con le quali si scontra continuamente, e dell’esperienza ultraterrena-metafisica vissuta, lo porta a distaccarsi dal mondo fisico e a partire verso Valinor, la Terra Beata, con i membri del Bianco Consiglio, Gandalf, Elrond, Galadriel e Bilbo, cui viene concesso l’onore in quanto, in passato, portatore dell’Anello.

Gawain è inoltre espressione di lealtà e fides verso il suo sovrano, re Artù, e i compagni della Tavola Rotonda, cui è legato da un rapporto di fraternitas cristiano – cavalleresca (oltre ad essere nipote del sovrano, quindi effettivamente legato alla corona da un duplice rapporto di fedeltà, una parentela morale e di sangue, una posizione che a maggior ragione comporta delle responsabilità “morali” più grandi e che lo porta a sostenere l’onere della sfida contro il misterioso Cavaliere Verde, per essere all’altezza di sedere tra i fidi compagni di re Artù). Caratteristiche che lo avvicinano ad un altro noto protagonista della saga letteraria e filmica del Signore degli Anelli, Sam Gamgee, fedele, positivo, leale a Frodo sino alla fine della quest.

Anche la quest di Galvano si riflette sul mondo e sulla società circostante: lui sa che compiendo la sua missione, non solo avrà diritto a pieno titolo e a pari merito a sedere fra i cavalieri della Tavola Rotonda, da uomo emancipato e adulto, ma potrà contribuire maggiormente alla difesa del suo sovrano, ad accrescere l’onore e i successi militari del suo “gruppo sociale” d’origine.

Infine il Green Knight e la foresta abitata dai temibili troll dei boschi che Gawain attraversa non a caso ci ricordano alcune foreste del Signore degli Anelli dalle atmosfere intricate, inquietanti e “magiche”; in particolare la Foresta di Fangorn e Barbalbero della seconda parte, Le Due Torri, uno degli Ent, “Pastori degli Alberi”, che sono la personificazione vivente, pulsante della foresta stessa, simbolo di un mondo primordiale, di una potenza ancestrale antica quanto le origini del mondo, la cui riscossa porterà al crollo di Isengard ed alla fine del governo della Macchina e dell’Industria che “taglia e distrugge”.

Anche Barbalbero, similmente al Green Knight, è una figura a prima vista spaventosa, minacciosa, ma il suo legame con la natura porta un elemento positivo: il vecchio Ent è difensore degli alberi e della vita vegetale, per estensione è il custode della vita nella sua forma più pura nella Terra di Mezzo; lui stesso non prende posizione durante la Guerra dell’Anello, non si schiera apertamente e questo lo rende appartenente ad una natura “altra”, superiore rispetto alle cose “terrene” e ancora più imprevedibile e pericoloso nella sua ira quando, adirato per le malefatte di Saruman che ha devastato la foresta di Fangorn, distruggerà Isengard e tutto ciò che rappresenta con l’ultima marcia degli Ent.3


Note:

1 E. Giaccherini, Il cerchio magico. Il romance nella tradizione letteraria inglese, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1984.

2 N. Maggio, Il professor Tolkien e il Medioevo.

3 N. Maggio, Isengard e la Grande Guerra.

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