Il Professor Tolkien e il Medioevo

di Nicolò Maggio


Autore letto in più di trenta lingue, dal successo così vasto da generare un “caso” mondiale (il cosiddetto “caso Tolkien“), ancora oggi letto con passione da milioni di giovani e adulti, seppur spesso vittima di strumentalizzazioni di ogni tipo (soprattutto in  Italia), John Ronald Reuel Tolkien è stato anzitutto un professore di lingua e letteratura anglosassone e inglese presso l’Università di Oxford. Ed è importante sottolineare come proprio dalla sua attività di filologo e studioso delle lingue antiche e dalla sua profonda conoscenza del mondo epico medievale, che di quelle lingue era stato l’espressione diretta, siano nati due tra i più celebri romanzi fantasy dell’età contemporanea: Lo Hobbit, pubblicato nel 1937, ma i cui scritti risalgono ai primi anni trenta, e il suo seguito naturale, nonché evoluzione narrativa, Il Signore degli Anelli, pubblicato in tre volumi tra 1954 e 1955, destinato a divenire uno dei libri più letti dal XX secolo ad oggi.

Mitologia del Nord Europa, in particolare il Völuspá scandinavo, il poema epico finnico del Kalevala, l’Edda poetica e la saga islandese dei Volsunghi, ma anche romance medievali inglesi e tedeschi, i poemi del Tasso e dell’Ariosto, i primi autori del fantasy moderno George MacDonald, autore delle Phantastes e di Lilith, e William Morris con La fonte ai confini del mondo La piana brillante, costituiscono la fonte e la base per la creazione del legendarium tolkieniano.

Sono due in particolare i testi che ispireranno l’autore per la nascita della Terra di Mezzo e del Signore degli Anelli: il Beowulf, poema epico anglosassone – Antico Inglese– di autore anonimo, scritto intorno all’VIII secolo, e il romance allitterativo in Medio Inglese Sir Gawain and the Green Knight, sempre anonimo, risalente al XIV secolo.

La grandezza narrativa di Tolkien sta nell’essere riuscito a riattualizzare e reinterpretare contenuti e temi dell’epica medievale in chiave moderna, infondendo in essi un profondo simbolismo di matrice cristiana, nell’aver generato un’epica nuova per un nuovo millennio.
Tolkien nasce nel 1892 a Bloemfontein, in Sudafrica, da genitori inglesi. Riceve un’educazione cattolica dalla madre Mabel Suffield e, dopo la morte di questa, dal tutore padre Francis Morgan. La fede di Tolkien sarà fondamentale nella sua evoluzione interiore e letteraria.

Il primo incontro con i testi medievali del Beowulf e del Gawain avviene nel 1908, alla King Edward’s School, dove il giovane Tolkien comincia a mostrare una grande propensione per le lingue antiche germaniche, inglesi e finniche e un grande amore per la letteratura epica medievale. Laureatosi nel 1919, dopo aver vissuto personalmente in trincea i drammi della Prima Guerra Mondiale, continua a dedicarsi al suo «vizio segreto», l’invenzione di linguaggi che, per sua stessa ammissione, lo travolge fin dall’infanzia, a cui cerca di dare un impianto concreto, una base, sviluppando le prime creature immaginarie che dovevano parlare quei linguaggi nel suo primordiale Mondo Secondario, la Terra di Mezzo. 

Il linguaggio riveste per Tolkien un ruolo primario, come era stato per i romantici tedeschi Herder e Schlegel: è il fondamento e il tratto distintivo di una cultura, la sua forza più grande, in grado di generare miti e di infondere in essi gli insegnamenti più alti. Nel 1925 gli viene affidata la cattedra di filologia e letteratura anglosassone presso l’Università di Oxford, dove conosce e stringe una profonda amicizia con Clive Staples Lewis, futuro autore delle Cronache di Narnia e professore di lingua e letteratura inglese, con cui fonderà il gruppo di discussione letteraria degli Inklings, attivo dagli anni Trenta.

Nello stesso anno intraprende gli studi su Sir Gawain and the Green Knight con l’amico e collaboratore E.V. Gordon, ne inizia una traduzione in inglese moderno, che sarà in seguito argomento di una sua conferenza all’Università di Glasgow nel 1953. Il testo tradotto e commentato del poema, molto amato da Tolkien, venne pubblicato due anni dopo la sua morte, nel 1975 dalla George Allen & Unwin, in un’edizione contenente anche i poemetti medio-inglesi Pearl Sir Orfeo. Se il Gawain riveste per Tolkien anzitutto un significato morale e religioso, dato dal conflitto interiore e dalla lotta alla tentazione, il Beowulf, argomento di due saggi scritti tra il 1936 e nel 1939, è anzitutto un poema epico dell’eroismo pagano, scritto da un autore cristiano, che guarda con tristezza ai valori antichi, in cui il drago e l’eroe, rappresentano per il professore i simboli arcaici del Male e del Bene, i valori inalienabili del mito. La difesa di Tolkien dei due poemi dalla critica accademica del tempo è in realtà, anche quella del suo Mondo immaginario, del mito della Terra di Mezzo del Signore degli Anelli, che si andava formando proprio in quegli anni nei suoi scritti.

Del Galvano egli esalta soprattutto i caratteri simbolici e morali: la figura del re, incarnata dal saggio ma ancora giovane, forte e virgulto Re Artù, che con la sposa Ginevra, la corte e la dimora su cui regna, rappresenta il modello di vita cavalleresca che il protagonista Galvano desidera raggiungere nel profondo del cuore; la profonda fede cristiana e i valori cortesi come ideali perfetti cui l’eroe aspira, rappresentati dal pentacolo inciso sul suo scudo; il ruolo cardine della Provvidenza; il simbolismo dei luoghi, come la Foresta o la Cappella Verde, indicanti le prove che l’eroe Galvano deve superare per raggiungere lo stato finale della sua coscienza; la lealtà ostacolata dalle tentazioni del Male che inducono l’eroe alla resa, al venir meno alla parola data, incarnate sia dalla seducente Dama, dalla cintura da questa donatagli e dall’accogliente dimora di sir Bertilak; infine la confessione e la penitenza dell’eroe, che prende coscienza di sé, pronto ad emanciparsi come cavaliere ed uomo cristiano. Sono tutti temi che l’autore reinterpreterà pienamente e svilupperà in una nuova chiave di lettura nel Signore degli Anelli.

Dal romance Tolkien eredita il modello strutturale della quest, il viaggio ciclico, fantastico e impossibile dell’eroe che, pur consapevole della possibilità della sconfitta totale e della morte cui va incontro accettando la sfida del Cavaliere Verde, decide di compiere di sua spontanea volontà l’impresa che quest’ultimo pone alla corte di Artù; una sfida che il cavaliere coglie non per orgoglio o per gloria personale, ma per umiltà e per senso del dovere nei confronti del suo sovrano e dei cavalieri della corte di Camelot (si pensi al Frodo del Signore degli Anelli, che, durante la riunione del Consiglio di Erlond – una “tavola rotonda” formata dagli esponenti delle genti libere – accetta  sua sponte l’impresa di distruggere l’Unico Anello, non per gloria o mosso da spirito cavalleresco, ma per un profondo senso del dovere, spirito di sacrificio e abnegazione per un fine più grande: la salvezza di tutti i popoli della Terra di Mezzo). Attraverso la quest l’individuo, ancora incompleto, prende coscienza del proprio ruolo nella società, dopo aver superato le prove e le tentazioni del male grazie alla fede e ai suoi valori, rinasce come uomo in grado di comprendere pienamente la realtà circostante.

Allo stesso modo Frodo compirà il suo viaggio, pur conscio della possibilità di fallire,  pur conscio della possibilità di fallire e morire nel tentativo, poiché spinto da un’inquietudine interiore, accetta il rischio che la missione rappresenta, con umiltà, poiché sa che solo attraverso di essa potrà trovare il suo posto in questo mondo, crescere, maturare interiormente e spiritualmente. 

L’elaborazione intorno al 1930e la pubblicazione de Lo Hobbit nel 1937, oltre ad accrescere la fama di Tolkien come narratore, segnarono in lui una svolta decisiva: Bilbo Baggins e i personaggi delle fiabe che inventava per i suoi figli, come Tom Bombadil, gli suggerirono l’idea di introdurre il tutto in una cornice più ampia, coerente e durevole, dal respiro più profondo. Cominciò dunque col cercare nell’epica, non solo anglosassone, i modelli per la sua revisione fantastica. Parallelamente la produzione accademica di Tolkien sul Beowulf raggiungeva il suo apice.

Nella prima di queste, intitolata Beowulf: the Monsters and the Critics, pubblicata come saggio dopo la sua morte dal figlio Christopher, Tolkien si lancia in una difesa a spada tratta del poema anglosassone e della funzione della narrativa mitologica; la sua invettiva è diretta contro un’intera categoria di accademici e critici (i “mostri”) che consideravano il Beowulf soltanto un documento valido storicamente, filologicamente, archeologicamente, ma trascuravano di esso il significato più profondo: la validità del messaggio che il poeta voleva trasmettere tramite un atto di creazione, la poesia, quindi il mito. Appare chiaro dunque come egli voglia difendere, o per lo meno giustificare su basi solide e valide, l’impianto narrativo del Signore degli Anelli che in quegli anni cominciava a delinearsi. Sulla base di alcuni più autorevoli membri della scuola romantica tedesca, come Schelling e Novalis, Tolkien, nel corso della conferenza attribuisce all’immaginazione mitologica la capacità di rendere più completa la visione della realtà, mostrandoci i desideri e i sentimenti più profondi dell’anima umana, e comprendendo quindi il significato della vita stessa attraverso messaggi profondi.
L’occhio del mondo contemporaneo, invece, resta estraneo a questi processi.

Il primo obbiettivo per il professore di Oxford è quello di riabilitare la figura dei “mostri“, in particolare del drago, presenti nel poema, elementi fantastici trascurati o rigettati dall’imperante razionalismo del tempo. Nel riabilitare la figura del drago affermava:

«Mentre per noi il drago tipico è una sorta di iguana sovradimensionata e spesso dotata di ali membranose, nell’antica cultura nordica il drago è un Wurm worm , cioè una sorta di enorme serpente» 

Il drago sta quindi a simboleggiare il biblico serpente tentatore, il Male primitivo, nemico di Dio e degli uomini, di fronte al quale l’eroe più valoroso, Beowulf, combatte pur sapendo di andare incontro alla fatale rovina:

« Il fatto che perisca anche il particolare portatore di inimicizia, il drago, è importante soprattutto per Beowulf stesso. È stato un grand’uomo. Non molti, anche sul punto di morire, possono riuscire a uccidere anche solo un drago, o a salvare contemporaneamente i loro congiunti. All’interno dei limiti della vita umana, Beowulf non è vissuto né morto invano – un coraggioso, possiamo dire. Ma nessun accenno indica che si sia trattato di una guerra per por fine alle guerre, di una lotta col drago per farla finita coi draghi … È invece la fine di Beowulf, e delle speranze del suo popolo».

Il drago e l’eroe sono i due archetipi attraverso i quali la fantasia mitopoietica, propria dell’epica nordica e anglosassone, avvicina l’uomo a valori superiori e inalienabili, in quanto tale va rivalutata la funzione stessa dell’immaginazione mitologica. Tolkien eleva il mito in quanto unico atto immaginativo in grado di creare infiniti significati in «mani poetiche». E ancora se i critici si scagliavano contro l’essere sia pagano che cristiano del poema, Tolkien rivaluta anche questo aspetto. Il poeta anonimo del Beowulf vive in un’epoca di trapasso, è cristiano ma la sua mente guarda ancora ai materiali del passato, agli elementi della tradizione epica di un tempo che in lui trova una nuova attualità e funzione:

«Beowulf non è un poema primitivo; è un’opera tarda, che usa materiali preservati da un tempo che stava già cambiando e fuggendo, un tempo che ora è svanito per sempre, inghiottito dall’oblio; e usa questi materiali piegandoli ad un nuovo scopo, con un più ampio respiro immaginativo … e ora produce un effetto singolare. Perché è esso stesso antico per noi; e tuttavia chi lo scrisse parlava già di cose già antiche, e gravide di rimpianto, e usò tutta la sua arte per rendere acuto quel particolare effetto che hanno sull’animo le afflizioni che sono insieme pungenti e remote.»

È la stessa eco dei tempi ormai lontani, nobili e gloriosi, che respirano i personaggi della Terra di Mezzo, il mondo immaginario del Signore degli Anelli, quando Elrond ricorda le glorie degli uomini di un tempo, venute a mancare a causa della caduta in tentazione di Isildur, o quando Aragorn canta con voce sofferta dell’amore oltre i confini del mondo tra il mortale Beren e l’immortale Lúthien; la stessa eco che si desta in noi quando leggendo l’opera sentiamo una nostalgia senza fine per un tempo ormai perduto. È questa la funzione più alta dell’immaginazione mitica.

Il Beowulf forniva a Tolkien l’occasione per mostrare in tempi moderni il ruolo della mitologia con il suo Signore degli Anelli; mancava ora un universo temporale e spaziale definito, che potesse essere compreso in tutti i suoi aspetti, dove collocare i personaggi che già avevano cominciato a prendere forma nei suoi nuovi scritti, come Frodo, Gandalf e Saruman.


Bibliografia:

  • G. De Turris, La compagnia, l’anello, il potere. J. R. R. Tolkien creatore di mondi, Il Cerchio, Rimini, 2002.
  • E. Giaccherini, Il cerchio magico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1984.
  • J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, trad. it., Bompiani, Milano, 2003.
  • J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit. O la riconquista del tesoro, trad. it., Adelphi, Milano, 2012.

Il testo qui presentato è una versione aggiornata e pubblicata con il permesso dell’autore del testo originalmente pubblicato sul blog Gli Annali della Terra di Mezzo.

One Reply to “Il Professor Tolkien e il Medioevo”

Lascia un commento