The Nature of Middle-earth: riflessione attorno a questa nuova uscita tolkieniana

Cari amici, fratelli e sorelle tolkieniani,

se avete aperto questo link credendo di trovare e leggere la classica recensione ad un nuovo libro che vi interessa del vostro autore preferito, allora non ci siamo. Attendete un altro articolo di Tolkien Italia, leggete quello già uscito o andate su un altro sito, se mai ne troverete uno in Italia che si interessa di questa uscita. Ma se invece amate la riflessione oltre la semplice esposizione dei fatti, che non è la sola analisi ma anche la sintesi e l’approfondimento pensante di essi, allora questo articolo fa per voi. Perché The Nature of Middle-earth è un libro che dovrebbe far pensare tutti noi molto attentamente: la sua uscita getta una luce nuova che costringe, o dovrebbe costringere, a un serio e profondo discernimento in merito a che tolkieniani siamo e in quale direzione stiamo dirigendo la nostra attenzione. Avverto i lettori di buona volontà che l’articolo sarà molto lungo ed a tratti impegnativo. Me ne scuso, ma mi permetto di pubblicare un mostro del genere poiché questo sarà il mio ultimo articolo su Tolkien Italia da qui ai prossimi due anni, se non di più.

Non è mio compito né nelle mie corde fare un riepilogo delle uscite tolkieniane dalle origini ad oggi, ma un breve riassunto è necessario al fine di cogliere la verità. J.R.R. Tolkien, vivente, in merito alla Terra di Mezzo aveva pubblicato due soli libri: Lo Hobbit Il Signore degli Anelli. I lettori dell’avventura di Bilbo Baggins hanno dovuto attendere quasi venti anni per avere un seguito, mentre quelli di Frodo e dell’Anello ne hanno dovuti attendere più che altrettanti per ricevere in dono dal figlio Christopher Il Silmarillion, e dopo la morte dell’autore. Chi si aspettava anche in questo caso un seguito è rimasto deluso come chi si credeva di leggere una nuova avventura come quella che aveva già letto. Ma Tolkien è un autore che non concede il bis.

Come scrisse Christopher alla pubblicazione di Morgoth’s Ring, decimo volume della History of Middle- earth, e come ripete oggi Carl F. Hostetter, il curatore di The Nature of Middle-earth, dopo la stesura de Il Signore degli Anelli Tolkien iniziò a ricercare il senso metafisico e teologico della sua opera. Fu di tale natura l’ultima grande rielaborazione del suo legendarium, sfociata nelle versioni ultime dei racconti de Il Silmarillion nonché in una serie di testi, dialoghi filosofici e trattati linguistici, dove la struttura ontologica e la teologia della Terra di Mezzo sono state dipanate e messe in ordine dall’autore. Christopher e Hostetter non si sono inventati niente, perché Tolkien stesso in una lettera ci rivela cosa stava accadendo in lui dopo la stesura del suo capolavoro. Nella famosissima lettera 142 egli scrisse a Robert Murray che egli aveva notato, nella rilettura, che Il Signore degli Anelli era un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica. Vorrei far soffermare l’attenzione sul fatto della “rilettura”: solo in un secondo momento il Professore si era accorto di cosa veramente avesse scritto. Questi testi di cui stiamo parlando, raccolti soprattutto in Morgoth’s Ring e, da oggi, in The Nature of Middle-earth, sono le risposte agli interrogativi venuti in mente a Tolkien stesso alla rilettura dei suoi testi in particolare de Il Signore degli Anelli.

In modo appropriato questo volume è stato detto essere il tredicesimo volume della History of Middle- earth: essa contiene, in dodici volumi, tutto il materiale relativo alla gestazione della Terra di Mezzo, dalle sue primissime fasi a quelle conclusive, per quanto non definitive. Nei volumi centrali, in particolare, essa consta di tutte le bozze de Il Signore degli Anelli. Per questo motivo The Nature of Middle-earth dovrebbe essere non il tredicesimo, ma il quattordicesimo volume di questa grande e voluminosissima opera, in quanto il tredicesimo è di diritto The History of The Hobbit, a cura di John D. Rateliff, pubblicato per la prima volta nel 2007 e di cui non ho personalmente mai sentito parlare in sei anni di militanza nel mondo tolkieniano. Della serie, se l’uscita di The Nature of Middle-earth è stata generalmente ignorata dal mondo tolkieniano per via dell’uscita della serie Tv Amazon, nonché altre iniziative nostrane a carattere prettamente commerciale, non è la prima volta che accade che esca un nuovo libro con materiale inedito di Tolkien e nessuno se ne interessi.

A leggere quest’ultima riga senza dubbio alcuno qualcuno avrà storto il naso, se mai a leggerla ci è arrivato. Infatti, ben so che una parte cospicua di The Nature of Middle-earth non è del tutto inedita. Nel mondo tolkieniano c’è sempre una fetta di lettori perennemente critici nei confronti delle nuove uscite. Quel che si sente dire solitamente è “questo libro non è completamente inedito, ma già prima i suoi contenuti erano noti”, o che “è una nuova pensata per fare soldi dopo la morte di Tolkien”. La prima affermazione in taluni casi è, come ho già detto, vera, e ad essa rispondo che ciò non toglie in alcun modo valore alla pubblicazione. Essa generalmente rende noti al grande pubblico scritti prima solo per pochi. In quanto tali essi possono essere considerati inediti, come è il caso di cui stiamo parlando. In altri casi, viene omaggiato uno scritto o una storia particolarmente importanti per Tolkien, come si è trattato nel 2017 e nel 2018 delle ultime due pubblicazioni di Christopher di Beren e Lúthien e de La caduta di Gondolin

Alla seconda affermazione non so quanto vale la pena rispondere: è ovvio che la casa editrice che pubblica Tolkien, Harper Collins, punti a un guadagno di natura economica. D’altronde le case editrici sono aziende a scopo di lucro. È, tuttavia, evidente come l’obiettivo di Christopher Tolkien non fosse di arricchirsi con le opere del padre: piuttosto che mettersi a pubblicare testi a novanta e più anni avrebbe semplicemente venduto i diritti ai fini della realizzazione di riduzioni cinematografiche ben prima di lasciare il testimone della Tolkien Estate ai nipoti. Costoro sì, si sono dimostrati ben più interessati agli incassi: da Amazon hanno ricevuto in un colpo solo 250 milioni di dollari. Penso che Christopher nemmeno in tutta la vita li abbia mai visti, nonostante tutte le pubblicazioni e le vendite che ha fatto. Hostetter stesso non credo abbia preso denaro da Harper Collins, se non una cifra sicuramente al di sotto di quanto uno studioso della sua levatura meriterebbe.

Veniamo ora ai contenuti di questa nuova uscita. Come già scritto, essi sarebbero relativi alla metafisica e alla teologia della Terra di Mezzo. Il significato di ciò è quanto mai ambiguo, per quanto a tutti sembrerà evidentissimo. Dire che i contenuti sono relativi alla metafisica alla teologia significa dare un’interpretazione: nel mondo pagano la teologia era una parte della metafisica e solo in epoca cristiana-medievale la teologia ha preso una sua strada, riducendo per vari secoli la metafisica a un mero laboratorio da cui estrarre a piacimento i concetti di cui aveva bisogno. Di conseguenza la mentalità con cui ci si è approcciati a questi scritti di Tolkien è già cristiana, per il solo fatto che vengono definiti teologici oltre che metafisici, o definirli metafisici sarebbe stato sufficiente.

Inoltre, che cos’è la metafisica? Domanda interessantissima, e sfido chiunque a conoscere la risposta. Uno dei libri del filosofo Martin Heidegger si intitola proprio così, Che cos’è la metafisica?: nemmeno lui conosceva la risposta e le sue ricerche sono, tra l’altro, un grande interrogativo in merito a questo elemento trainante della filosofia classica, medievale e moderna. Essa ha una storia lunga più di duemila anni e va da Platone ad Hegel. Ovviamente alcuni sposterebbero più indietro o più avanti le lancette di questo orologio del tempo, ma poco ci importa. Quel che conta è mostrare ai non specialisti come la metafisica abbia una storia lunga e complessa e come, di conseguenza, tante sono le concezioni che della metafisica si hanno avute nel corso del tempo.

I temi fondamentali di essa, però, ben li ha individuati Immanuel Kant nella sua Critica della Ragion Pura, e sono tre: l’anima, il mondo e Dio. Detto altrimenti, i temi della metafisica sono l’antropologia, la cosmologia e la teologia. Forse ora sarà un po’ più chiaro sul perché parlare di metafisica teologia pone già in un orizzonte di senso cristiano: una teologia indipendente dalla metafisica è una teologia che serve alla comprensione e agli scopi di un particolare credo religioso, e qui siamo nell’ambito del cristianesimo. Svincolata da un qualsiasi credo essa è indistinguibile dalla metafisica. In ambito non cristiano è possibile incontrare una teologia assolutamente priva di metafisica, poiché non è mai entrata in contatto né mai si è fatta contaminare dal pensiero filosofico greco. Questo però ci porta fuori tema, perciò dovremo accontentarci di questo accenno.

Rispetto all’antropologia, alla cosmologia e alla teologia bisogna fare ulteriori specificazioni. Il nostro pensiero non è più abituato a pensare queste scienze nei termini della metafisica per via della secolarizzazione della modernità, la quale ha inaridito la nostra mente e il nostro cuore riducendo drasticamente la nostra capacità di pensare e di distaccarci dall’orizzonte immediato. Al fine di farci credere che l’ultimo modello di automobile sia quello che ci risolverà i problemi della vita e che il senso della nostraesistenza sia nel divertimento, nello spasso e nel riso fine a sé stesso, senza un contenuto culturale né, soprattutto, spirituale. Dalla modernità secolarizzata non abbiamo imparato altro che asciugare la nostra vita dalla spiritualità, che è tutto ciò che è invisibile ma che nutre e dà significato al visibile: ci siamo privati dello spirito in nome di un materialismo dominante e, ad oggi, assolutamente acritico ed ideologico.

In mille modi si è chiamato Tolkien antimoderno: per lo più perché, a detta di alcuni, egli odiava la tecnologia e le macchine. No: Tolkien è antimoderno principalmente perché non ragiona come i moderni, ma con e come gli antichi e i medievali. Nelle sue ricerche in merito all’uomo, al cosmo e a Dio, egli va alla ricerca di ciò che è eterno e universale: questo è, fondamentalmente, il pensiero metafisico, al di là di tutte le specificazioni e i volti assunti nel corso dei secoli. È certamente un modo di approcciarsi alla realtà per noiperduto, dopo l’antropologia culturale, la cosmologia scientifico-matematica e la teologia erudita o eclettica cui siamo abituati.

L’antropologia culturale ha relativizzato l’uomo, facendoci credere che l’interezza della nostra persona, ciò che sentiamo, desideriamo, pensiamo, crediamo, costruiamo, sia frutto del luogo e del tempo ove nasciamo. La cosmologia scientifico-matematica elimina dall’orizzonte qualsiasi finalismo dall’universo, rinnegando la necessità di senso insita nel cuore dell’uomo e tacciandola di essere una mera illusione e una domanda senza senso. La teologia, invece, è divenuta in taluni casi erudita, cioè totalmente sconnessa dalla realtà della vita, oppure eclettica, cioè talmente impastata di esigenze e bisogni umani da essere essa stessa una costruzione umana, che dà forma a un dio non solo e non tanto a immagine dell’uomo, ma a suo servizio e a suo comodo.

Questo è il pensiero della secolarizzazione, ma non è quello di Tolkien. Chiunque si approcci a The Nature of Middle-earth, per capire e apprezzare questo libro deve uscire da questi pregiudizi e dagli schemi mentali imposti dal pensiero secolarizzato ed entrare in quello libero e vitale dello spirito, che guarda all’eterno e all’universale, a ciò che sempre è e sempre sarà, e non conosce limiti di spazio perché la sua verità non è un prodotto ma una scoperta.

Siamo forse di fronte a un modo completamente nuovo di leggere Tolkien? No, per chi finora non lo ha letto con occhi velati dalle proprie idee e dal proprio modo di pensare. Non era forse una frase di Aragorn quella secondo cui bene e male sono gli stessi da sempre e sono tali ovunque? L’Athrabeth Finrod ah Andreth è stato pubblicato all’interno di Morgoth’s Ring nel 1993 ed in 28 anni è rimasto quello che è sempre stato, cioè un dialogo filosofico tra due sapienti della Terra di Mezzo, il cui confronto era in merito al senso della vita e della morte in relazione al cosmo e a Dio.

Con The Nature of Middle-earth non siamo affatto di fronte a un nuovo Tolkien. Tuttavia, se prima non lo avessimo avuto chiaro, questa uscita ci aiuta a ripulire il nostro sguardo e a rinnovarlo e a vedere Tolkien per quello che è: non un autore fantasy, né solamente un narratore, né uno scrittore di romanzi. Il Professore fu un grande pensatore del secolo scorso che, nelle circostanze della vita, si è ritrovato ad essere dapprima un linguista e un filologo, poi un narratore, ed in seguito un filosofo e un teologo. Egli percorse un cammino profondamente umano, di ricerca della verità e del senso dell’esistenza. Fu la sua vita incarnata, nelle sue vicende straordinarie e in quelle ordinarie, dalle guerre ai figli, dall’università al pollaio dietro casa, dagli esami da correggere alle tesi di laurea degli studenti, dagli incontri con sacerdoti e religiosi alle vacanze in montagna e al mare, dagli studi accademici alle opere di narrativa… fu tutto ciò che lo fece interrogare sul suo “stare qui”.

J.R.R. Tolkien si guardava dentro, guardava fuori di sé e spingeva lo sguardo su nel cielo, ed ecco che interrogandosi sulle realtà eterne e universali non solo fu un filologo che cambiò la prospettiva dei suoi colleghi, non solo scrisse opere di narrativa che avrebbero cambiato la vita a milioni di persone in tutto il mondo e dalla loro pubblicazione ad oggi, ma giunse a porsi delle domande più profonde sulla “natura”,appunto, del suo stesso lavoro tanto da consegnarci oggi, tramite il lavoro di curatela di Carl F. Hostetter, un testo in cui esplicitamente si mostra come un uomo bisognoso di porsi domande radicali e di ricevere risposte altrettanto profonde. Cosa impossibile a farsi senza il pensiero degli antichi e dei medievali, né della metafisica ed, essendo lui credente, della teologia cattolica. La sua domanda era questa: “come tutta la verità e la vita umana può essere incardinata nella vita, morte e risurrezione di Cristo?”, o, come la scrisse Alcuino di York, da lui citato in Beowulf: mostri e critici, “quid Hinieldus cum Christo?”, cosa c’entrano i miti e i personaggi della tradizione pagana, e dunque le tradizioni dell’umanità intera nell’interpretazione di Tolkien, con Cristo?

Non ci sono purtroppo avvisaglie che la nostra casa editrice tolkieniana in Italia, cioè Bompiani, abbia intenzione di tradurre e pubblicare il libro, già disponibile in varie traduzioni all’estero. È purtroppo tristemente vero che le scelte della casa editrice e delle associazioni e dei gruppi tolkieniani hanno stretto il nostro paese in una morsa di ferro di ignoranza, superficialità e ipocrisia: le opere di Tolkien disponibili in Italia sono veramente poche e in molti casi mal tradotte. Inoltre, la cultura proposta con la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli di Ottavio Fatica, curata dall’Associazione Italiana Studi Tolkieniani e dal pensiero di Wu Ming 4, è in netta antitesi con il pensiero tolkieniano che brevemente ho presentato.

Questo è stato evidente da sempre, ma ancora di più lo è oggi, essendo The Nature of Middle-earth un testo che intreccia problemi filosofici e teologici alla trattazione linguistica e filologica delle lingue elfiche. In effetti questa pubblicazione sembra una risposta di Tolkien in persona ai curatori della nuova traduzione, secondo i quali le lingue elfiche sono un mero strumento di Tolkien per prendersi gioco del lettore e la provvidenza e religiosità dei suoi testi un artificio letterario per chiudere le vicende. Non possiamo sorprenderci, dunque, del fatto che Bompiani non sia interessata a tradurre un libro che sconfessa tutte le scelte editoriali fatte dopo il passaggio di proprietà da Mondadori a Giunti di qualche anno fa. Se mai ci dovesse essere un cambio di interesse da parte della casa editrice, è doveroso chiedersi fin d’ora come sarà possibile per loro mascherare il fallimento e la falsità del pensiero Wuminghiano di fronte alla limpidezza e alla verità di quello Tolkieniano.

Tuttavia, il punto più basso della storia tolkieniana italiana è stato forse raggiunto e superato con l’immorale ed illegale (sottolineo, illegale) lettura de Il Signore degli Anelli a scopo promozionale di un Bed & Breakfast. Dopo il Vero Tolkien della traduzione di Fatica, questo è stato sbandierato come il Vero modo di viverne i testi, ridotti in modo miope esclusivamente al Signore degli Anelli. È solo questione di tempo prima che diventi palese la superficialità del nostro modo di pensare e la vuotezza di tutti quegli studiosi, gruppi e associazioni tolkieniane che non hanno proferito parola. Il mondo tolkieniano, specialmente nel territorio nazionale dell’Italia, si sta riempiendo di falsi profeti, ma solo una rimane la verità che The Nature of Middle- earth ci mostra con grande evidenza: Tolkien va in tutt’altra direzione rispetto alla mondanizzazione del suo messaggio, dei suoi scritti e della sua vita.

Non rimane che auspicare in un cambio ai vertici di Bompiani per la svolta. Nel frattempo, attendiamo la possibilità di riprendere le attività in presenza dietro la guida della Società Tolkieniana Italiana, che si appresta ad essere ancora una volta il faro dell’associazionismo tolkieniano nel nostro paese.

Come ho preannunciato all’inizio, questo mio articolo è l’ultimo per Tolkien Italia, almeno per il momento: dovranno passare più di due anni prima che io torni a scrivere qualcosa, poiché il mio cammino di ingresso nell’ordine dei Frati minori cappuccini sta entrando nella sua fase cruciale. Come ho già avuto modo di dire, io non abbandonerò mai i Tolkieniani Italiani né le realtà tolkieniane che ho contribuito a fondare al fine di portare avanti una proposta diversa, più ampia e più aderente al nostro autore.

Per adesso lascio ogni cosa nelle sapienti mani dei coordinatori della nostra rete e dei presidenti delle associazioni che ne fanno parte. Ritengo che la direzione che essi debbono perseguire sia quella già intrapresa e che The Nature of Middle-earth credo ci confermi: parlare di Tolkien a 360° tramite l’approfondimento sapienziale e facendo spazio a tutte quelle esperienze discriminate dal resto del mondo tolkieniano nazionale e internazionale. Questo si consegue lavorando sulla separazione sussistente tra studi accademici ed esperienza personale dei semplici appassionati, che potrà essere del tutto tolta solo tramite la spiritualizzazione degli studi ed un accompagnamento caritatevole, ma nella verità, della passione più semplice.

Se sarà la volontà di Dio, non riprenderò mai più il ruolo che ho avuto fino ad oggi. Ho sempre creduto che i fondatori non debbano dare inizio a realtà tolkieniane solo per dare lustro a sé stessi, ma piuttosto è per chi ne usufruisce che si fanno tante fatiche e tanti sacrifici. Ecco perché c’è una grande gioia in questo momento di passaggio, perché “nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte” (Il Signore degli AnelliLothlórien). Non si può non essere un po’ addolorati nel dover abbandonare tutto, ma Tolkien ha profondamente ragione nel dire che l’amore è in queste circostanze che cresce e si fortifica, divenendo una presenza reale nella vita. È nel mezzo del cammino che debbo lasciare la Compagnia perché prosegua il suo viaggio. Nel frattempo, l’amore crescerà più forte e chissà che, un giorno, i nostri sentieri non tornino di nuovo ad unirsi strettamente come oggi.

Chiedo scusa ai lettori per il lungo articolo, ma talune riflessioni erano necessarie per salutare degnamente tutti gli amici, i fratelli e le sorelle tolkieniani.

Un abbraccio a tutti quanti e a presto.

Giuseppe Scattolini

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