Il serpente Ouroboros di E.R. Eddison compie 100 anni

di Emilio Patavini



E.R. Eddison
Il Serpente Ouroboros
Castelvecchi (Roma 2022)
Traduzione di Bernardo Cicchetti
pp. 432
€ 19,50

Nota: Si ringrazia l’Ufficio Stampa Castelvecchi per aver gentilmente inviato una copia del libro al recensore.

Il serpente Ouroboros

Sono i ruggenti anni venti. Il 1922 è l’annus mirabilis del modernismo: James Joyce pubblica l’Ulisse, T.S. Eliot La terra desolata e Virginia Woolf La stanza di Jacob. In America, in piena età del jazz, escono Babbit di Sinclair Lewis e ben due opere di Francis Scott Fitzgerald, Belli e dannati e Racconti dell’età del jazz. In Inghilterra, un impiegato statale con il pallino delle saghe norrene pubblica il suo primo romanzo dopo cinque anni di duro lavoro impiegati a scriverlo. Si intitola The Worm Ouroboros (Il serpente Ouroboros). In copertina campeggia l’uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità degli eventi e dell’eterno ritorno. La dedica, in cui l’autore scrive «It is neither allegory nor fable but a Story to be read for its own sake» (Non è né un’allegoria né una favola, ma una storia da leggere per il proprio piacere), sembra anticipare la prefazione all’edizione inglese de Il Signore degli Anelli, in cui Tolkien scrisse le ormai celebri parole: «Detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni, e l’ho sempre detestata da quando sono diventato abbastanza vecchio e attento da scoprirne la presenza». Il romanzo si apre con un uomo, Lessingham, intento a leggere la saga norrena di Njáll, per poi entrare nel suo sogno. Il personaggio appare nell’Introduzione e nel primo capitolo, per poi scomparire. Ci troviamo così catapultati in un universo fantastico, in un mondo immaginario chiamato Mercurio ma che non ha nulla a che vedere con il pianeta più vicino al Sole. Altre volte, nel corso del romanzo, il mondo viene chiamato «Middle Earth», evidente richiamo a Miðgarðr, la Terra di Mezzo della mitologia norrena. Inspiegabilmente, però, gli abitanti di questo mondo adorano il pantheon greco, e benché ci siano Demoni, Streghe, Pixie e Imp, non dobbiamo immaginarci creature fatate, ma esseri umani (sì, certo, con le dovute differenze – i Demoni, per esempio, hanno delle corna sulla testa, e le Streghe praticano la magia nera). A differenza di Tolkien, che si impegnava a scrivere di suo pugno tutte le poesie e le canzoni dei suoi libri, Eddison ha costellato Il serpente Ouroboros di citazioni da Anacreonte, John Donne, La duchessa di Amalfi di John Webster, fino al sonetto XVIII di Shakespeare.

Leggere questo libro è una vera e propria impresa, e come tutte le imprese, è faticoso. Si tratta di un’opera immane: il ritmo è lento, inutilmente appesantito da infinite descrizioni e dialoghi irrealistici ed enfatici. Superato lo scoglio dei primi capitoli, il romanzo comincia ad accelerare, immergendo il lettore in scene memorabili di battaglie, combattimenti, sortilegi, regine ammaliatrici, banchetti, imprese epiche e creature fantastiche come manticore e ippogrifi. Per quanto difficile da leggere (e da concludere), a Eddison va riconosciuta una sconfinata immaginazione, che ha saputo affascinare gli appassionati del fantasy, che prima o poi dovranno scontrarsi con la lettura di questo classico del genere.

“Un superuomo in bombetta”: chi è E.R. Eddison

Sono passati cento anni dalla pubblicazione de Il serpente Ouroboros di E.R. Eddison, un anniversario letterario passato piuttosto inosservato. Poco conosciuto in Italia, Eric Rücker Eddison nacque nel 1882 ad Adel, nello Yorkshire. Dopo una formazione con tutor privati, frequentò Eton, dove sviluppò una grande passione per l’antico islandese, lingua parlata nella sua regione natale durante la dominazione danese, e che Eddison imparò da autodidatta mentre era a scuola e all’università. Nel 1905 si laureò in studi classici al Trinity College di Oxford. L’anno dopo entrò a far parte del Board of Trade, dove rimase per i successivi ventidue anni. Nel 1909 sposò Winifred Grace Henderson e l’anno dopo ebbero una figlia, Jean Gudrun Rücker Eddison. E.R. Eddison ottenne due importanti onorificenze per i suoi servizi come impiegato statale: nel 1924 fu insignito Companion of the Order of St. Michael and St. George e nel 1929 fu nominato Companion of the Order of the Bath. Nel 1926 pubblicò Styrbjorn the Strong, un romanzo storico basato su una saga norrena. Nel 1930 la sua traduzione della Egils saga (la seconda in lingua inglese) uscì per la Cambridge University Press. Nel 1938 ottenne la pensione anticipata per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Nel 1922 pubblicò The Worm Ouroboros (tr. it. Il serpente Ourboros), il suo primo romanzo autoconclusivo e preludio alla Trilogia di Zimiamvia. Seguirono Mistress of Mistresses (1935) e A Fish Dinner in Memison (1941). L’ultimo volume della Trilogia di Zimiamvia, The Mezentian Gate rimase incompiuto a causa della morte dell’autore, sopraggiunta nel 1945 mentre faceva giardinaggio nella sua casa di Marlborough, nel Wiltshire. Fu un “Superuomo in bombetta”, come lo definì Lyon Sprague de Camp nel suo seminale saggio sull’heroic fantasy, Literary Swordsmen and Sorcerers. Fu membro dell’Athenaeum Club, della Viking Society for Northern Research e della Royal Society of Literature, oltreché frequentatore del circolo degli Inklings.

Il rapporto con J.R.R. Tolkien

Dopo aver letto Il serpente Ourboros, infatti, Lewis invitò Eddison a un incontro degli Inklings, e nella serata del 17 febbraio 1943, Eddison cenò al Magdalen College con C.S. Lewis. Non è chiaro se fossero presenti anche Tolkien, Warnie Lewis e Charles Williams, ma sicuramente si unirono in seguito per un incontro nelle stanze di Lewis. L’8 giugno 1944, Tolkien presenziò un altro incontro degli Inklings, sempre nelle stanze di Lewis al Magdalen College. Presenti anche Warnie Lewis, Charles Williams e E.R. Eddison come ospite d’onore. Tolkien ricordò così quel secondo incontro con Eddison in una lettera a Christopher Tolkien datata 10 giugno 1944 (Lettera 73): «Per il resto ricordo solo che giovedì ho cenato tetramente al Pembroke, e poi sono andato al Magdalen, dove erano riuniti i Lewis, C. Williams ed Eddison (autore di Ouroboros). Dalle 9 alle 12:30 abbiamo trascorso il tempo leggendo. Un lungo capitolo del Capitano [W.H. Lewis], in gran parte sul sistema di governo dell’ancien régime in Francia, che è riuscito a rendere molto divertente (anche se era molto lungo), seguito da Edison [sic] con un nuovo capitolo di un romanzo incompleto [The Mezentian Gate, rimasto incompiuto alla morte di Eddison nel 1945, anche se fu completato dal fratello C.R. Eddison e pubblicato nel 1958], di immutata potenza e felicità d’espressione». Benché avesse citato il nome di Eddison tra gli «altri creatori di mondi immaginari» che erano anche «dotati come narratori» (Lettera 144), Tolkien aveva delle riserve sulla sua opera. L’edizione Castelvecchi de Il serpente Ouroboros riporta in copertina il giudizio di Tolkien, citando una frase tratta dalla Lettera 199: «Eddison è il più grande e convincente scrittore di mondi immaginari che abbia mai letto». Ma se riportato per intero, il giudizio di Tolkien è molto più articolato, e non contiene solo elogi. A Tolkien non piaceva nessuno dei personaggi di Eddison tranne Lord Gro, il machiavellico consigliere del Re Stregone di Witchland, e disapprovava la filosofia personale di Eddison e la sua nomenclatura, trovandola «sciatta e spesso insensata», ribadendo alla fine che «senza dubbio non ha avuto “influenza” su di me». Ecco il passo integrale:

«Ho letto le opere di [E.R.] Eddison, molto tempo dopo la loro pubblicazione; e una volta l’ho incontrato. L’ho sentito leggere ad alta voce alcuni brani delle sue opere nello studio del sig. Lewis al Magdalen College; da Mistress of Mistresses, se non ricordo male. Era estremamente bravo. Ho letto i suoi libri con grande piacere per il loro merito puramente letterario. Il mio giudizio su di essi è quasi lo stesso espresso dal sig. Lewis a p. 104 di Essays presented to Charles Williams. Eccetto che non mi piacevano i suoi personaggi (sempre tranne Lord Gro) e detestavo ciò che egli pareva ammirare, più intensamente di quanto il sig. Lewis abbia per conto suo ritenuto giusto dire. Ciò che io ammiro, Eddison lo considerava “molle” (il termine è suo: immagino sia di totale condanna); io pensavo che, corretto da una “filosofia” perversa e a dire il vero stupida, egli fosse arrivato ad ammirare sempre più l’arroganza e la crudeltà. Per inciso, ritenevo la sua nomenclatura sciatta e spesso insensata. Malgrado tutto questo, penso ancora a lui come al più grande e convincente scrittore di “mondi inventati” che io abbia mai letto. Ma senza dubbio non ha avuto “influenza” su di me» (Lettera 199) 

Tolkien era sempre molto attento ai nomi inventati. Si era dimostrato critico anche nei confronti della nomenclatura di Lord Dunsany. Nel caso di Eddison, è vero, possiamo trovare nomi di personaggi molto bizzarri, come Lord Juss, Brandoch Daha, Goldry Bluszco, o toponimi come i monti Tetrachnampf e Islargyn, Byrshnargyn e Borch Mehephtharsk. Tuttavia, Eddison aveva iniziato a delineare la sua epopea fantastica sin da bambino, e in un blocco da disegno conservato presso la Biblioteca Bodleiana sono conservati i disegni di quando aveva dieci anni. Ritroviamo incredibilmente gli stessi personaggi che sarebbero apparsi trent’anni dopo ne Il serpente Ouroboros, con la nomenclatura lasciata invariata, forse in segno di affetto per quei giochi da bambino assieme all’amico d’infanzia e futuro scrittore Arthur Ransome.

“Lord Goldry, Juss, & Brandoch Daha conversano assieme” (Bodleian Library, MS. Eng. misc. d. 654, fol. 18r). Fonte immagine:  https://www.ereddison.com/fantasy-novels/origins-worm-ouroboros/
“Lord Gro spara al suo vecchio complice” (Bodleian Library, MS. Eng. misc. d. 654, fol. 24v). Fonte immagine: https://www.ereddison.com/fantasy-novels/origins-worm-ouroboros/

Nella Lettera 294, Tolkien scrisse: «Ho letto tutto ciò che E.R. Eddison ha scritto, malgrado i suoi nomi inventati particolarmente inefficaci e la sua filosofia personale». Secondo Tolkien’s Library di Oronzo Cilli, Tolkien possedeva sei titoli di Eddison: la sua traduzione (seconda, in lingua inglese) della Saga di Egill (Egil’s saga, done into English out of the Icelandic, Cambridge University Press 1930), la cosiddetta “trilogia di Zimiamvia” (composta da Mistress of Mistresses, A Fish Dinner in Memison e The Mezentian Gate), il romanzo storico Styrbjörn the Strong e, naturalmente, The Worm Ouroboros (Jonathan Cape, London 1922).

E.R. Eddison e la nascita dell’heroic fantasy

L’heroic fantasy, conosciuto anche come sword and sorcery, è quel sottogenere del fantasy cui appartengono i racconti di Kane di Karl Edward Wagner, le storie di Conan il barbaro di Robert E. Howard, i racconti di Clark Ashton Smith, Edgar Rice Burroughs, Michael Moorcock, C.L. Moore, Henry Kuttner e la saga di Fafhrd e del Gray Mouser di Fritz Leiber. Un universo variegato di storie apparse per la prima volta sui pulp magazines e riprese da esponenti della New Wave. Tra gli ammiratori di Eddison troviamo autori come James Branch Cabell (che scrisse la prefazione all’edizione americana del 1962), James Stephens (autore dell’introduzione all’edizione del 1922), Fritz Leiber, Robert Silverberg (che ha definito Il serpente Ouroboros come «il più grande high fantasy di tutti»), Neil Gaiman e Clive Barker e gli stessi Wagner e Moorcock (che ha scritto che i personaggi di Eddison, in particolare i suoi antagonisti, sono più vividi di quelli di Tolkien). Quest’ultimo potrebbe essersi ispirato a Il serpente Ouroboros per il concetto di eterno ritorno alla base del personaggio del Campione Eterno.

Come nota John Clute: «Ma ERE differisce radicalmente da Tolkien per via del suo rifiuto di non concedere alcun ruolo portante o determinante alla religione, ne Il serpente Ouroboros o nella serie di Zimiamvia; e per questo motivo non ha mai ottenuto il pieno favore di Tolkien o C.S. Lewis, ed entrambi lo conobbero nei suoi ultimi anni. A ogni modo, ERE non deve nulla a questi rappresentanti del fantasy cristiano; e perciò la sua opera sta in disparte rispetto alla linea principale di sviluppo del fantasy, che (forse inconsciamente) deve molto all’idea di Lewis e Tolkien che il fantasy richieda sia un conflitto tra bene e male che un finale morale (eucatastrofe). ERE sembra esser stato influenzato maggiormente dalla tragedia di vendetta giacobea (per la trama) e dalle opere e dall’esempio di William Morris (per l’ambientazione e l’espressione); lo stile di ERE è dunque ricercato, denso e fortemente cadenzato. Come Morris, anch’egli divenne profondamente esperto di saghe norrene, e pubblicò, in Egil’s Saga: Done into English Out of the Icelandic with an Introduction, Notes, and an Essay on Some Principles of Translation (1930), una traduzione molto competente di una di esse.

La prima opera di narrativa di ERE – e la sua opera più popolare – è Il serpente Ouroboros (1922), un racconto che dalla sinossi sembra un elaborato sword and sorcery ma va letto come sui generis. Come indica il titolo, la storia costituisce una specie di ciclo, ma un ciclo senza alcuna qualità “redentrice”, una storia senza senso all’infuori del piacere che provano i suoi protagonisti nel viverla. Il serpente Ouroboros è un capolavoro di edonismo, un racconto che alla fine si autogiustifica in termini estetici, e può ancora scioccare un pubblico abituato ai conflitti codificati per colori tra il Bene e il Male. Accuse secondo cui il finale sia arbitrario e sbrigativo sembrano avere origine nel travisamento del testo» (J. Clute – J. Grant (eds.), The Encyclopedia of Fantasy, Orbit, London 1999, p. 308, trad. mia)

Lo stile

Nel suo saggio From Elfland to Poughkeepsie (1973), fondamentale per chiunque voglia scrivere un buon fantasy, la scrittrice Ursula K. Le Guin analizza lo stile di cinque scrittori fantasy, tra cui anche E.R. Eddison. Una pratica molto frequente negli scrittori fantasy alle prime armi, ci mette in guardia Le Guin, è lo stile arcaicizzante, l’uso degli arcaismi. È un’arma a doppio taglio, perché va usata solo se si possiede la capacità di saperla usare correttamente: «Ma purtroppo, è una di quelle cose, come andare in bicicletta e programmare computer, che devi sapere come si fa prima di farlo. […] Lo stile arcaico è un perfetto distanziatore, ma devi saperlo usare perfettamente. È una corda tesa: una svista rovina tutto». Bisogna saperlo padroneggiare perfettamente: «L’uomo che sapeva usarlo perfettamente era senza dubbio Eddison. Scriveva davvero in una prosa elisabettiana negli anni ‘30 del ‘900. Il suo stile è completamente artificiale, ma mai contraffatto. Se amate la lingua fine a se stessa è irresistibile. […] La sua prosa, nonostante o per via dei suoi arcaismi, è una buona prosa: esatta, chiara, potente. Da un punto di vista visivo è precisa e vivida; da un punto di vista musicale – nel suono cioè delle parole, nel movimento della sintassi e nel ritmo delle frasi – è sottile e molto forte. Non c’è niente di finto o confuso in esso; tutto è visto, udito, sentito. Quello stile era il suo vero stile, la sua propria voce; era il modo in cui Eddison, un vero artista, parlava».

Per chi non si accontenta di una traduzione (e tradurre Eddison deve essere stata un’impresa titanica), il testo originale in inglese è di pubblico dominio su Internet. Leggendo qualche brano ci si può rendere conto di quanto l’originalità di Eddison stia proprio nello peculiarità dello stile, nell’uso di un inglese del periodo giacobiano, un pastiche letterario pieno di arcaismi, in cui però non mancano anacronismi. Questo stile arcaico si evidenza particolarmente nei dialoghi, in cui Eddison dà voce ai personaggi.

Pareri critici

Selezionati e tradotti da Emilio Patavini

«La sua storia è un fantasy ambientato sul pianeta Mercurio; i suoi personaggi sono chiamati Streghe, Demoni, Goblin, Ghoul, Imp, ma non hanno niente a che fare con quelli che chiamiamo  abitualmente così; compaiono parole della Terra di Mezzo come “Terra di Mezzo”, “Yule”, “Pasque” e i nomi di vari dei greci; così come la poesia greca, inglese e scozzese viene messa in bocca ai protagonisti. A parte questo non ci sono punti di riferimento terrestri. Si allude al fatto che la storia sia un sogno, e come tale non può essere richiamato all’ordine. La prosa è un ricco – quasi sovrabbondante – pastiche dell’uso dal XV al XVII secolo […] La storia è principalmente una storia di guerra, stregoneria, avventura, cospirazione, violenza, spargimento di sangue, intrigo. L’innamoramento e l’amore appaiono ma alla fine, e non prosperano. Gli eroi hanno nomi come Juss, Brandoch Daha, Goldry Bluszco e Spitfire: signori fratelli di Demonland. Gli antagonisti sono Re Gorice di Witchland e scagnozzi come Corsus, Corind, Corinius, Laxus. Machiavellico, simile a Iago, perpetuo opportunista, ma tuttavia non spregevole, è Lord Gro – “uno che non è falso tranne solo in politica”. […] Dovrebbe esser letto lentamente, ma dovrebbe esser letto. L’assenza di persone reali e di umanità (la qualità, non la razza) dalle opere di Fantascienza e di Fantasy è frequente – sfortunata – non sorprendente. Tali esperienze non accadono realmente, non accadono alle persone reali, perciò i nostri autori hanno difficoltà a inserire persone reali all’interno delle loro storie. Un autore eccezionale e di successo, Tolkien, risolve o almeno evita questa difficoltà rendendo i suoi personaggi diversi-dagli-umani – elfi, orchi, hobbit, e così via. Così anche Eddison, che ha preceduto Tolkien, è un po’ sfuggito all’accusa… ma solo un po’. […] Ouroboros è un classico, ma non è e non può essere un grande classico. Un confronto con l’Iliade e l’Odissea è, ovviamente, fuori questione – ma potremmo non confrontarlo con Le mille e una notte? […] Eddison si erge tra tutti coloro che hanno scritto in questo genere nella lingua inglese. Accostatelo agli sconosciuti orientali che hanno composto Alf Layla wa-Layla, Le Mille e una Notte, ed egli non gli arriverà nemmeno alle caviglie. Dove siamo allora tutti noi?»

Avram Davidson, Books, The Magazine of Fantasy and Science Fiction, ottobre 1963, pp. 20-21, trad. mia.

«Nel 1922, un grande heroic fantasy, Il serpente Ouroboros, fu pubblicato in una piccola edizione da collezione della R. & R. Clark di Edimburgo. Quando non spopolò, un’edizione economica fu pubblicata nel 1924 da Jonathan Cape, Ltd., di Londra. Anch’esso ebbe scarso impatto, ma due anni dopo portò a un’edizione americana della E. P. Dutton & Co., con l’introduzione di James Stephens, autore dell’immortale La pentola dell’oro.

Per il successivo quarto di secolo, Il serpente Ouroboros rimase la passione privata di un piccolo circolo di intenditori, tra cui James Branch Cabell. Quand’ero uno scrittore alle prime armi, Fretcher [sic] Pratt mi introdusse a Il serpente. Questo straordinario romanzo non riuscì, alla prima pubblicazione, a fare colpo perché apparteneva a un genere che non spopolò mai prima degli anni ‘60, quando Tolkien e Howard divennero best-seller in tascabile. La prima tiratura de Il serpente risaliva a quaranta e passa anni prima del suo tempo. […]

Questo Mercurio non ha nulla a che vedere con quello degli astronomi. È invece una versione della nostra terra, con oceani, continenti, una luna e maree. È abitato da nazioni umanoidi chiamate Demoni, Goblin, Streghe, Imp e Ghoul. Ma (se si esclude il fatto che i Demoni hanno piccole corna che crescono dai loro crani) questi popoli non hanno nulla a che fare con gli esseri sovrannaturali indicati da quei nomi nel folklore terrestre. Assomigliano più alle tribù barbare delle migrazioni post-romane. […] Il resto del libro racconta di una terribile guerra tra i Demoni e le Streghe, quest’ultimi sotto il loro temibile re stregone Gorice XII. L’atmosfera è come quella dell’Europa durante l’era vichinga, con tocchi di Rinascimento. Ma ogni cosa è più splendida che in qualsiasi milieu terrestre. I personaggi parlano un inglese elisabettiano; citano Shakespeare, Webster, e altri scrittori del sedicesimo e diciassettesimo secolo così come dell’antica Grecia. […]

C’è un buon motivo per classificare questa storia – lunga quasi 200000 parole – come il più grande romanzo singolo di heroic fantasy. È raccontato in un meraviglioso, roboante inglese vivamente colorato, che ricorda William Morris ma fatto più abilmente.

Come più di un critico ha detto, comunque, l’opera è un “capolavoro imperfetto”. Se l’inizio, con il suo maldestro espediente di Lessingham e il suo carro di ippogrifi, è insoddisfacente, il finale lo è altrettanto. Quando le Streghe sono state sconfitte, Juss e i suoi compagni trovano la pace una noia intollerabile. Così, in risposta alla preghiera di Juss, gli dei gli permettono di riportare il tempo all’inizio e combattere la stessa guerra continuamente ad infinitum. Il pensiero di molti lettori a questo punto è: Che destino!

Evidentemente, i signori dei Demoni – i buoni di questo romanzo – combattono più per il divertimento di far saltare braccia, gambe e teste che per un qualche fine umanamente razionale. Per quanto riguarda le innumerevoli vittime di questa guerra sempre in corso, nessuno rivolge loro un pensiero. A quanto pare, per Eddison, la guerra era un’avventura romantica. Questa visione era diffusa nella cultura occidentale nella generazione di Eddison. Persone nate prima del 1900 vedevano ancora la guerra come fosse combattuta con fasce e bandiere, e con la cavalleria alla carica con spade e lance. Fino a che i resoconti realistici dell’orrenda carneficina della Guerra del Kaiser non divennero correnti negli anni ‘20 del ‘900 non ci fu una reazione contro questa attitudine.

I quattro signori dei Demoni non sono molto sviluppati come personaggi, a eccezione di Brandoch Daha che ha (se posso mischiare le mie allusioni) un tocco di chutzpah celtico. I signori di Witchland, invece, sono un ottimo e ben tratteggiato gruppo di indomiti furfanti senza paura. Tale è Lord Gro di Goblinland, l’intellettuale mancato, il cui debole per le cause perse lo rende un perenne traditore per qualunque parte abbracci quando quella parte comincia a vincere. […]

Per farla breve, i “grandi uomini” di Eddison, anche i migliori, sono bulli crudeli e arroganti. Si potrebbe ammirare, in astratto, l’indomito coraggio, l’energia, e l’abilità di tali sfrenati egoisti. In concreto, comunque, sono come i grandi carnivori, meglio ammirarli con una serie di robuste sbarre tra loro e l’osservatore».

L. Sprague de Camp, Literary Swordsmen & Sorcerers: Superman in a Derby, Fantastic, novembre 1974, pp. 108-119, trad. mia.

«All’età di quarant’anni, comunque, [Eddison] raggiunse improvvisamente l’attenzione del mondo grazie a un meraviglioso e spettacolare fantasy epico che oggi è uno dei grandi capolavori del genere, molto probabilmente il miglior romanzo fantasy di tutti i tempi e certamente uno dei quattro o cinque capolavori supremi della letteratura immaginativa. […] Il Mondo del Serpente – perché nessuno pensa che sia Mercurio, ed Eddison stesso smise subito di usare quel nome – è diviso nei potenti regni di Witchland e Demonland, e la guerra che scoppia tra queste due nazioni rivali è il tema di questa moderna Iliade in prosa. Come sottolineato da Orville Prescott nel suo saggio su questo libro, tale guerra non era mai stata registrata prima, benché “se ne possano trovare tracce in Omero, nelle saghe islandesi e nella Morte D’Arthur”. Queste tracce non sono affatto inverosimili, ma molto calzanti. Il romanzo inizia precisamente nella lingua con cui gli scaldi norreni iniziavano le loro epopee in prosa ricche di avventura […]; per quanto riguarda il parallelo omerico, sia gli antagonisti che gli eroi del romanzo sono fuori dall’ordinario e sono visti non come antagonisti contro eroi, ma come due gruppi di guerrieri eroici e magnifici messi sfortunatamente l’uno contro l’altro dal Fato in una lotta quasi tra pari; e c’è un forte sapore di medievalismo maloreano nello sfondo e nell’ambientazione. Questo non vale, comunque, per la lingua in cui il libro è scritto, che non assomiglia per niente alla prosa semplice e lucida di Malory o Morris. Invece, Eddison prestò attenzione al XVII secolo e allo stile elaborato e ricercato di Sir Thomas Browne. Tuttavia, la sua prosa è più riccamente colorata di quella dei grandi maestri del XVII secolo, avendo un gusto e una verve elisabettiani, quasi chauceriani, che vanno letti semmai con piacere e apprezzamento.

Diviene subito ovvio che Eddison era un grande ammiratore di William Morris, benché nei suoi romanzi rimanga fedele a se stesso. Ma il suo secondo libro, per esempio, era esattamente il genere di cosa che Morris stesso aveva scritto e avrebbe certamente amato, se fosse stato vivo per leggerlo [Styrbiorn the Strong]. […] Ne Il serpente Ouroboros, Eddison esaurì le possibilità di storie di questo particolare mondo inventando una forma di trama circolare, facendo cioè terminare la storia con la stessa scena con cui era iniziata. (Il serpente uroboro è, ovviamente, il serpente che si morde la coda)».

Lin Carter, Imaginary Worlds: The Art of Fantasy, Ballatine Books, New York 1973,pp. 33-35, trad. mia.

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