La Città Bianca: perchè gli Inklings sono importanti

Le Città Bianche: Inghilterra e Cristianità

Nel 1950, Tolkien ammise di aver originariamente concepito quella che sarebbe diventata la sua mitologia della Terra di Mezzo, i Racconti Perduti della Prima Guerra Mondiale, come una mitologia per l’Inghilterra. «Fin dai primi giorni ero addolorato dalla povertà del mio amato paese: non aveva storie proprie (legate a lingua e terra), non della qualità che cercavo, che trovavo (come ingredienti) in leggende di altre terre».

Persino il Beowulf, il più grande dei poemi anglosassoni, si occupava di scandinavi. Tolkien disse a Clyde Kilby che il seme della mitologia proveniva dal poeta anglosassone Cynewulf e dal suo poema Crist: «Lux fulgebat super nos. Eala Earendel engla beorhtast Ofer middangeard monnum sended”. Parole estatiche da cui alla fine è nata tutta la mia mitologia», ammise Tolkien. Kilby chiese a Tolkien in persona di tradurre l’originale anglosassone.

Intitolate Racconti Perduti, le storie mitologiche originali di Tolkien seguono un marinaio di nome Eriol, Angol, Waefre o Aelfwine. Eriol significa “colui  che sogna da solo”, Angol è ovviamente Anglo, Waefre sta per “irrequieto” in anglosassone, e Aelfwine è un personaggio che appare nel poema antico inglese, La Battaglia di Maldon. Eriol è un irrequieto, vagabondo anglosassone, alla ricerca della leggenda e della verità forse tanto quanto lo stesso Tolkien. Come Christopher Tolkien notò nei suoi commentari della History of Middle-earth, «così è attraverso Eriol e i suoi figli che gli Angli (vale a dire  gli inglesi) posseggono la vera tradizione delle fate, di cui Iras e Wealas (gli irlandesi e gallesi) raccontano cose confuse». Con queste storie, continua Christopher, «è nata una fiaba specificamente inglese, più vera di qualsiasi altra cosa che si possa trovare nelle terre celtiche».

Anche se Tolkien alla fine abbandonò gran parte del suo materiale dai Racconti Perduti, l’amore e l’ispirazione della cultura e della letteratura anglosassone continuarono. Gli hobbit di Tolkien rappresentavano il meglio degli Anglosassoni prima dell’invasione normanna . Come gli inglesi (costituiti da Juti, Angli e Sassoni), gli hobbit (costituiti da Pelopiedi, Sturoi e Paloidi) migrarono da est.

Inoltre, gli hobbit vivevano su una terra che in origine non era loro, ma che una volta apparteneva a un potere più grande, e ormai scomparso da tempo. C’erano anche altri elementi specificamente anglosassoni. Tom Shippey ipotizza che i Rohirrim siano anglosassoni per come avrebbero potuto essere se avessero avuto una cultura cavalleresca. Ad, esempio, gran parte della scena solenne di Gandalf che entra nel Palazzo d’Oro  rispecchia l’ingresso di Beowulf nella Sala Grande. Inoltre, i Cavalieri chiamano la propria terra “Mark”. La vecchia traduzione per Mercia (un regno medievale anglosassone) era “Mark”. Shippey crede in effetti che Tolkien abbia mescolato il suo affetto per gli anglosassoni con il suo interesse per la cultura guerriera degli indiani nordamericani che si trova nei Leatherstocking Tales di James Fenimore Cooper.

Tolkien menzionò nella conferenza Sulle Fiabe che i pellerossa gli piacevano più di Alice nel Paese delle Meraviglie o de L’Isola del Tesoro, poiché gli offrivano «scorci di un modo arcaico di vita e, soprattutto,  foreste».

Anche se Tolkien aveva originariamente immaginato il suo mito come un mito specificamente inglese, nella sua ri-concezione dopo i Racconti Perduti, le lingue, le culture e le mitologie anglosassoni e nordiche, divennero un mezzo con cui rinvigorire il mondo. Il mito divenne di importanza universale piuttosto che nazionale. Il cristiano dovrebbe abbracciare e santificare le virtù più nobili che escono dalla mente norrena pagana: coraggio e volontà pura. «È la forza dell’immaginazione mitologica nordica che ha affrontato questo problema, ha messo i mostri al centro, ha dato loro la vittoria ma nessun onore, e ha trovato una soluzione potente ma terribile nella volontà nuda e nel coraggio», scrisse Tolkien. «L’ [immaginazione] norrena ha il potere, per così dire, di far rivivere il suo spirito anche nei nostri tempi». Tolkien pensava che un cristianesimo vigoroso avesse bisogno dello spirito del mito pagano del nord per renderlo più forte. Il teologo italo-tedesco Romano Guardini sostenne la stessa linea.

Profondamente significativo per la nuova prospettiva religiosa dell’uomo medievale fu l’influsso dello spirito germanico. L’inclinazione religiosa dei miti nordici, l’irrequietezza dei popoli migranti e le marce armate delle tribù germaniche rivelarono un nuovo spirito che esplose ovunque nella storia come una lancia spinta verso l’infinito. Quest’anima mobile e inquieta è entrata nell’affermazione cristiana. Lì è cresciuta potentemente. Nella sua pienezza ha prodotto quell’immensa spinta medievale che mirava a spezzare i vincoli del mondo.

Dalla sua concezione originale come un mito per l’Inghilterra, concepito per la prima volta in trincee piene di letame e sangue nel nord della Francia, il legendarium di Tolkien divenne molto più ampio in termini di portata e significato. La storia, specialmente Il Signore degli Anelli, divenne molto più di un mito per un singolo  popolo o nazione. Essa, invece, divenne un mito per la restaurazione della stessa cristianità. Gli intrepidi missionari anglosassoni, in particolare San Bonifacio di Crediton, crearono l’Europa medievale e cristiana portando le tradizioni classiche e cristiane nel cuore dell’Europa pagana e barbara. S. Bonifacio convertì innumerevoli barbari al cristianesimo, unificandoli sotto Roma. Egli incoronò persino Pipino, figlio di Carlo Martello, un’azione che alla fine avrebbe portato al riconoscimento papale di Carlo Magno come il redivivo imperatore del Sacro Romano Impero nell’800 d.C. Con il ritorno di re Aragorn al suo legittimo trono, Tolkien sostenne che il «progresso dei racconti si conclude in quello che è molto più simile al ristabilimento di un efficace Sacro Romano Impero con la sua sede a Roma».

Nei suoi scritti privati, Tolkien identificò numerose parti d’Italia con vari aspetti geografici di Gondor. Nel suo diario, per esempio, Tolkien registrò che con il suo viaggio in Italia, era «arrivato al cuore della cristianità: un esilio dai confini e dalle province lontane ritornando a casa, o almeno alla casa dei suoi padri». In una lettera ad un amico, Tolkien dichiarò che aveva trascorso le vacanze «a Gondor, o nel gergo moderno, Venezia». Il fatto che Tolkien ponga al centro del suo legendarium un’Italia mitizzata, e in definitiva Roma, non sorprende, in quanto considerava la Riforma come prima responsabile del mondo moderno e secolarizzato. Che Tolkien credesse che il mondo anglosassone potesse offrirci la forza per redimere la cristianità, non dovrebbe sorprenderci. L’eroe de Il Signore degli Anelli, dopo tutto, è un contadino anglosassone trasformatosi in cittadino-guerriero. Anche come giardiniere ignorante, costui,  il più fedele dei compagni, riconobbe la speranza nel profondo del cuore di Mordor:

E lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’alta vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza.

Solo attraverso il mito la Città Bianca poteva essere ricordata e vista. Solo attraverso l’amicizia la Città Bianca poteva essere ricostruita. Solo attraverso l’eroismo e il sacrificio la Città Bianca poteva essere difesa.


© 2022 by Bradley Birzer. Tradotto con il permesso dell’autore. L’articolo originale in inglese si può trovare qui.

Traduzione di Greta Bodin

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