La nuova edizione de L’Atlante della Terra-di-Mezzo di Tolkien dal 16 febbraio in libreria

di Emilio Patavini


L’Autrice e la creazione dell’opera

Karen Wynn Fonstad (1945-2005) è stata una cartografa professionista e docente di Geografia all’University of Wisconsin-Oshkosh. Si è laureata in Geografia presso l’University of Oklahoma, specializzandosi in Cartografia. È stata anche autrice di molti atlanti di mondi fantastici, come The Atlas of Pern, The Atlas of the Land, The Atlas of the Dragonlance World, The Forgotten Realms Atlas.

Nel 1971, dopo aver letto Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, sentì il bisogno di mappare quel mondo appena scoperto, talmente vasto e complesso, che, con la pubblicazione de Il Silmarillion (1977), abbandonò l’idea di creare «una gigantesca mappa, compresa di indici, che mostrasse ogni nome di luogo e tutti i percorsi»[1] in favore della realizzazione di un progetto ancora più ambizioso: The Atlas of Middle-earth, che vide la luce nel 1981, pubblicato per la Houghton Mifflin Company, la casa editrice che detiene i diritti per la pubblicazione di opere su e di Tolkien negli Stati Uniti.

Storia editoriale dell’Atlas

La prima edizione si era basata su attente e scrupolose riletture delle opere tolkieniane[2] e la consultazione dei manoscritti originali di Tolkien, conservati presso la Marquette University (Milwaukee, Wisconsin), che nel 1957 li acquistò dal Professore per £1,500 (meno di $5,000). Durante il processo di scrittura e ricerca dell’Atlas, scrive Fonstad, «è emersa solo qualche difficoltà, per lo più nelle distanze e nella cronologia. […] Le più grandi difficoltà consistevano nella cronologia – e perciò nella scala – della Tana di Shelob e nelle distanze de Lo Hobbit, se confrontate con Il Signore degli Anelli […], poiché sulla mappa de Lo Hobbit non era presente una scala»[3].

La seconda edizione riveduta e aggiornata dell’Atlas uscì nel 1991, dopo la pubblicazione di otto volumi su dodici di The History of Middle-earth (1983-1996), curati da Christopher Tolkien. Questi ebbero un importante ruolo nella correzione della versione originale: fornirono ulteriori mappe, disegni inediti e nomi in più per molte località[4]. Il volume IV, The Shaping of Middle-earth (1986), completo di mappe inedite e dell’Ambarkanta (“La Forma del Mondo”), fu «particolarmente utile per rimappare l’intera Arda»[5].

Vi è poi una terza e ultima edizione, uscita nel 2001: si tratta di una ristampa dell’Atlas rivisto.

Introduzione

In The Road to Middle-earth, Tom Shippey, uno dei massimi studiosi tolkieniani, intitola il Capitolo IV del suo saggio con la significativa definizione di “Una trama cartografica” (A Cartographic Plot), notando come ne Il Signore degli Anelli «mappe, nomi e lingue vengano prima della trama»[6]. A ben guardare, è lo stesso Tolkien, attraverso il suo epistolario, a darci quest’ultima indicazione. Nella lettera 144 scrisse a Naomi Mitchison: «Saggiamente sono partito da una mappa, e ho fatto in modo che la storia le si adattasse»[7]; nella lettera 165 alla Houghton Mifflin Company leggiamo: «Alla base c’è l’invenzione delle lingue. Le “storie” sono state scritte per fornire un mondo alle lingue, e non il contrario. Per me un nome viene prima e la storia segue»[8]. Assieme a lingue e nomi, «le mappe erano una componente fondamentale della costruzione dell’universo tolkieniano»[9], alla base cioè del processo creativo del Professore, e quindi elementi costitutivi del suo corpus mitologico, da lui chiamato legendarium.

Nel 1964 Tolkien fu intervistato da Denys Gueroult per la BBC. Qui è possibile ascoltare l’intervista. Al minuto 24:34, mentre stava discutendo di come avesse costruito la storia de Il Signore degli Anelli, disse:

«(accende la pipa) … I had maps of course. If you’re going to have a complicated story, you must work to a map, otherwise you can never make a map of it afterwards»[10].

Della necessità di avere sin dall’inizio una mappa, da cui sia possibile dare avvio alla storia, ha scritto anche Karen Wynn Fonstad in un articolo pubblicato postumo nel 2006 sulla prestigiosa rivista accademica Tolkien Studies, sotto l’illuminante titolo di “Writing ‘TO’ the Map”.

La “Prima Mappa” de Il Signore degli Anelli
ca. 1937-1949
Inchiostro nero, rosso e blu, matita, matita colorata.
Biblioteca Bodleiana, MS. Tolkien Drawings 103

You must work to a map Writing “TO” the Map … Lavorare e scrivere sulla mappa era il modus operandi di Tolkien, che si serviva spesso di “mappe da lavoro”, come la “Prima Mappa”, la principale a essere utilizzata durante la stesura de Il Signore degli Anelli. Christopher Tolkien, in The Treason of Isengard, sottolinea come la “Prima Mappa” fosse «in continuo sviluppo, evolvendosi nei termini della trama che accompagnava, e avendo ricadute su di essa»[11]. Le cattive condizioni della mappa, oggi conservata presso il Tolkien Archive della Biblioteca Bodleiana, dimostrano quanto Tolkien la usasse di frequente: la carta è logora e sgualcita; molte annotazioni sono così sbiadite da essere quasi illeggibili; nomi di luogo venivano continuamente aggiunti e corretti, nuovi fogli attaccati con nastro da pacchi. Si trova persino una piccola bruciatura, segno dell’immancabile pipa.

Tornando all’Atlas, Fonstad scrive nella sua introduzione alle mappe tematiche che Tolkien, sulla base delle teorie formulate nel suo saggio Sulle Fiabe (On Fairy-Stories), «inserì, in diversa misura, ogni componente fondamentale del nostro Mondo Primario […] Tuttavia, non descrisse semplicemente i singoli componenti, il che sarebbe stato noioso e innaturale. Mescolando sapientemente ogni elemento, produsse invece quella qualità che credeva così essenziale per conferire credibilità a un’ambientazione immaginaria»[12]. Un mondo di fantasia, scrive Tolkien, per essere credibile deve avere «l’intima consistenza della realtà»[13], e tale condizione del Mondo Secondario richiede «una particolare abilità, una sorta di maestria elfica (elvish craft[14].

Tolkien definisce questa «abilità», a cui aspira la Fantasia, come «Incantesimo (Enchantment[15]; ma se andiamo alle fonti di tale definizione, l’elvish craft appunto, scopriamo che si tratta di una citazione di un autore del XIV secolo che Tolkien ben conosceva in qualità di insigne studioso di letteratura in inglese medio (cfr. la sua prima opera pubblicata, A Middle English Vocabulary, glossario per il Fourteenth Century Verse & Prose di Kenneth Sisam e il saggio Chaucer as a Philologist: The Reeve’s Tale). Nel Racconto del famiglio del canonico (Chanounas  Yemannes Tale), Geoffrey Chaucer utilizza i termini elvysshe craft (v. 751) ed elvysshe lore (v. 842) per indicare l’alchimia, “arte prodigiosa” e “sapere misterioso”[16].

Recensione

Questa recensione è stata pubblicata su Amon Hen: The Bulletin of the Tolkien Society Issue 285 September 2020 (pp. 4-5), ed è qui proposta con traduzione e note aggiuntive dell’autore. Edizione di riferimento: K. Wynn Fonstad, The Atlas of Tolkien’s Middle-earth. Revised edition, HarperCollins, London 2016.

The Atlas of Tolkien’s Middle-earth è un libro molto noto che ripercorre la storia della Terra di Mezzo attraverso le Tre Ere, seguendo le parole de Il Silmarillion, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli e rivisto alla luce della pubblicazione della monumentale History of Middle-earth. È una guida che si rivela un utile supporto nella lettura di questi libri, in particolare Il Silmarillion: aiuta a focalizzare meglio la geografia e a chiarire l’ambientazione, perciò è consigliato a tutti gli appassionati di Tolkien. Il lettore, sfogliando le sue pagine, troverà oltre cento mappe con dettagliate didascalie: prima quelle delle Tre Ere, poi alcune mappe regionali che spaziano dalla Contea a Mordor, in seguito gli itinerari de Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, infine le mappe tematiche concernenti morfologia del territorio, clima, vegetazione, popolazione e lingue.

La mappa di Minas Tirith

Nel complesso, non sono presenti solo “mappe generali” della Terra di Mezzo, ma anche mappe che raffigurano regioni, città, edifici, abitazioni… Vi sono inoltre numerosi schemi di battaglie, viaggi e migrazioni, così come la diffusione della Grande Peste. Per citarne solo alcune: quelle di Valinor, Númenor, della fattoria di Beorn, Città del Lago, Casa Baggins (con un interessante confronto tra Hobbiton prima e dopo la venuta di Sharkey), Minas Tirith, del Monte Fato e altre ancora.

Lo schema della Battaglia dei Cinque Eserciti

Ho trovato davvero interessanti le mappe tematiche (sebbene abbia notato un errore: a p. 190, dove si trova un albero genealogico delle lingue della Terra di Mezzo, la lingua segreta dei Nani, il Khuzdul, è chiamata Khazâd, che è la parola in Khuzdul per “nani”: una piccola svista[17]) e i percorsi de Il Signore degli Anelli, dove il lettore può apprendere che Ombromanto galoppa a una velocità di 20 miglia orarie (N.d.A.: 32 km/h) e gli Ent viaggiano a una velocità di 10 miglia orarie (N.d.A.: 16 km/h); segue poi una pratica tabella di marcia giorno per giorno. Non essendo un geografo, nelle righe che seguono, mi asterrò da un giudizio meramente tecnico, ma posso comunque dire che occorra una straordinaria competenza, in aggiunta a una buona dose di immaginazione, per convertire le descrizioni di Tolkien in una mappa: ogni cartina, infatti, è basata sulle sue parole. Spesso la sua prosa immortale si sofferma su descrizioni di paesaggi, regioni ed edifici ed è talmente precisa che un cartografo può basarsi su di essa per costruire intere mappe. Perciò questo atlante mi ha permesso di ricordare quanto il legendarium tolkieniano abbia un retroterra geografico e cartografico: Tolkien prestò molta attenzione alle distanze relative alle mappe,  per  esempio  calcolando  quanto  uno  hobbit  può  camminare  in  un  giorno[18];  cfr.  la sua «meticolosa attenzione alle distanze»[19], come lui stesso la definì. Non a caso l’autrice afferma che «i meticolosi calcoli e le revisioni di Tolkien rendono la cronologia accurata»[20], riferendosi a quella de Il Signore degli Anelli.

Per concludere, dando un’occhiata alle Lettere possiamo leggere che le mappe erano «essenziali»[21] per Tolkien, come scrisse alla Allen & Unwin; spesso esse erano disegnate da suo figlio Christopher, scomparso nel gennaio 2020. Le mappe appaiono anche nella prima opera di narrativa di Tolkien, Lo Hobbit, dove è scritto che Bilbo «amava le mappe, e nell’ingresso ne teneva appesa una grande del territorio della Contea con tutte le sue passeggiate preferite segnate in rosso»[22].

Le edizioni italiane

In Italia Rusconi pubblicò nel 1997 L’Atlante della Terra-di-Mezzo di Tolkien, che nel 2002 uscì sotto lo stesso titolo anche per Bompiani; tuttavia la traduzione italiana non comprendeva i nomi inglesi sulle mappe, ma i toponimi tradotti venivano riportati in un indice nelle appendici.

Il 16 febbraio 2021 uscirà per Bompiani la nuova edizione aggiornata de L’Atlante della Terra di Mezzo di Tolkien. Come nelle precedenti edizioni, la traduzione sarà di Isabella Murro, già curatrice de Il Cacciatore di Draghi, Le Avventure di Tom Bombadil e Il Fabbro di Wootton Major; mentre la toponomastica seguirà la nuova versione di Ottavio Fatica.


A proposito dell’operazione editoriale

Dopo essere stato fuori catalogo per lungo tempo, l’Atlante di K. W. Fonstad torna finalmente sugli scaffali delle librerie nella sua versione in italiano, a disposizione dei lettori della penisola che non sono in grado di leggere il testo in lingua originale. Di per sé, la notizia è ottima: tuttavia, come accade ormai abitualmente per le edizioni tolkieniane italiane, tra le luci non manca mai più di qualche ombra.

La cosa che colpisce è la nuova copertina: se da un lato non è rivoluzionaria come lo sono stati i paesaggi marziani dei tre volumi de Il Signore degli Anelli, la dicitura in bella evidenza che parla di “nuova edizione aggiornata” è ingenerosa nei confronti dell’autrice, scomparsa ormai più di tre lustri or sono – ed è risaputo che, in editoria, una “nuova edizione” di solito contrassegna un’opera che è stata rivista da chi ne firma il testo. Evidentemente, non può essere questo il caso. “Aggiornata” è sicuramente più appropriato: le informazioni in merito pubblicamente diffuse, che al momento si esauriscono nelle descrizioni del prodotto presenti sulle pagine di Amazon e Feltrinelli da cui il volume è ordinabile, specificano succintamente che l’aggiornamento in questione si limita “alla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli curata da Ottavio Fatica”. Tutto ciò, dunque, che il lettore vi troverà di aggiornato in questa “nuova edizione” (che nuova non può appunto essere dato che l’autrice è scomparsa da tempo) riguarda la traduzione della toponomastica e della nomenclatura, che riprende la nuova traduzione di Ottavio Fatica. Ciò di cui rimaniamo in attesa è la notizia se la casa editrice Bompiani vorrà confermare questa sua linea editoriale non solo ritraducendo testi su Tolkien con il fine, tra gli altri, di inserirvi la nomenclatura di Fatica per abituarvi il pubblico ed incrementare le vendite, come è anche giusto fare. La vera domanda è se affideranno al medesimo traduttore altri grandi testi Tolkieniani come Il Silmarillion o il testo di prossima uscita a cura di Carl F. Hostetter The nature of Middle-earth, o se, in ogni caso, il criterio fondamentale delle scelte editoriali rimarrà quello della rottura con il passato, dando seguito, quindi, ad altre traduzioni “stranianti” rispetto alle precedenti.

la Redazione


Note

[1] K. Wynn Fonstad, The Atlas of Tolkien’s Middle-earth. Revised edition, HarperCollins, London 2016, p. ix Introduction (trad. mia)

[2] Ivi, p. vii Foreword (trad. mia): «Nell’atlante originale le mappe del mondo erano basate interamente sull’analisi del testo scritto»

[3] K. Wynn Fonstad, “Writing ‘TO’ the Map” in D. A. Anderson, M. D. C. Drout, V. Flieger (eds.), Tolkien Studies: An Annual Scholarly Review, vol. 3, West Virginia University Press, 2006, p. 134 (trad. mia)

[4] Cfr. K. Wynn Fonstad, The Atlas of Tolkien’s Middle-earth, cit., p. vii Foreword

[5] Ibidem (trad. mia)

[6] T. Shippey, The Road to Middle-earth: Revised and Expanded Edition, Houghton Mifflin Company, Boston– New York 2003, p. 117 (trad. mia)

[7] J. R. R. Tolkien, H. Carpenter (a cura di), Lettere 1914/1973, Bompiani, Milano 2017, p. 281

[8] Ivi, p. 348

[9] C. McIlwaine, Tolkien. Il creatore della Terra di Mezzo, Mondadori, Milano 2020, trad. Stefano Giorgianni, p. 377

[10] «… Avevo le mappe ovviamente. Se vuoi avere una storia complicata, devi lavorare a una mappa, altrimenti non potrai mai farne una in seguito»

[11] J. R. R. Tolkien, C. Tolkien (ed.), The Treason of Isengard, HarperCollins, London 1993, p. 300 (trad. mia)

[12] K. Wynn Fonstad, The Atlas of Tolkien’s Middle-earth, cit., p. 179 (trad. mia)

[13] J. R. R. Tolkien, Il Medioevo e il fantastico, a cura di C. Tolkien, trad. it. C. Donà, Bompiani, Milano 2004, p. 206

[14] Ivi, p. 208

[15] Ivi, p. 211

[16] Cfr. J. M. Bowers, Tolkien’s Lost Chaucer, Oxford University Press 2019, p. 140

[17] Lo stesso errore si ripete a p. 188 e nella cartina di p. 189

[18] Cfr. C. McIlwaine, Tolkien. Il creatore della Terra di Mezzo, cit., p. 393: Hobbit Long Measures. «Le Hobbit Long Measures, annotate sul retro di un menu, definiscono le misure di lunghezza adoperate dagli hobbit […] La cura dei dettagli da parte di Tolkien garantiva al lettore di rimanere immerso nella “realtà” del mondo immaginario da lui inventato»

[19] J. R. R. Tolkien, H. Carpenter (a cura di), Lettere 1914/1973, cit., p. 281

[20] K. Wynn Fonstad, The Atlas of Tolkien’s Middle-earth, cit., p. 156 (trad. mia)

[21] J. R. R. Tolkien, H. Carpenter (a cura di), Lettere 1914/1973, cit., p. 272

[22] J. R. R. Tolkien, Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro, Adelphi, Milano 2013, p. 33

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