“Minas Tirith 24”: recensione

di Sebastiano Tassinari


Il 2021 si è rivelato un anno laborioso e ricco di opportunità per gli studiosi dei Tolkieniani Italiani: il nuovo numero di Minas Tirith, rivista della Società Tolkieniana Italiana, rappresenta la seconda pubblicazione collettanea della nostra comunità, dopo quella in primavera di Barlumi di cose più alte (qui la nostra recensione).

Per proporre questo libro ai nostri seguaci, ci sembra che il modo migliore sia recensirlo presentando tutti i contributi, salvo l’Editoriale del responsabile di redazione Alessandro Stanchi e la Prefazione del curatore Giuseppe Scattolini. Prima di iniziare, ringrazio Cecilia Drudi per aver recensito il mio saggio all’interno della raccolta.

Cenni sulla biografia di Tolkien

Il monogramma di Tolkien tra storia e letteratura di Gabriele Bonomelli

La raccolta si apre con una sezione dedicata principalmente alla vita di Tolkien, e questo viaggio inizia con un approfondimento su un simbolo che tutti gli appassionati conoscono ma su cui, curiosamente, pochissimi si sono interrogati: il monogramma di Tolkien, oggi marchio registrato della Tolkien Estate. Nella vita quotidiana i monogrammi che incontriamo sono soprattutto loghi commerciali o simboli religiosi, invece il monogramma di Tolkien richiama in particolare l’uso medievale del monogramma, come Bonomelli dimostra ripercorrendo gli interessanti snodi di questo costume.

Il saggio prosegue con un’analisi di numerosi monogrammi che Tolkien ha disseminato nei suoi lavori di illustrazione e disegno. Le varianti che Tolkien elaborò del suo monogramma sono infatti numerose, e sono riprodotte nel libro. Tuttavia, nessuno dei disegni pubblicati di Tolkien porta quello specifico monogramma a tutti noto, e Bonomelli conclude la sua ricerca rivelando la fonte del monogramma definitivo. Ovviamente non la riportiamo in questa sede, ma aggiungiamo solo che la scoperta ha coinvolto nientemeno che Christina ScullCatherine McIlwaine, dal momento che stiamo parlando di una fonte ancora assolutamente inedita.

La Stella-Guida di J.R.R. Tolkien di Cecilia Drudi

La Stella-Guida che dà il titolo al saggio di Drudi è la fede cattolica del Professor Tolkien, e questo contributo di trova nella sezione biografica del libro perché Drudi non si è inoltrata del tutto nel campo minato letterario sulla cattolicità delle opere di Tolkien e di loro elementi specifici (pur avendo già fatto un’eroica incursione qui), ma si attiene fedelmente al suo proposito di radunare insieme numerose citazioni dalle lettere di Tolkien e dal suo saggio Sulle fiabe. L’intento è quello di proporre una chiara prospettiva sulla fede vissuta da Tolkien e su come questa sia il fondamento della sua scrittura. Drudi ci fa capire che non è affatto improprio parlare di vocazione quando ci si chiede come mai un professore di Oxford abbia speso tante forze in un esercizio di sub-creazione.

Il compagno di viaggio di questa trattazione è Gilbert Keith Chesterton con alcune citazioni soprattutto dalla pietra angolare della sua produzione, Ortodossia. Il costante riferimento di Drudi ai testi tolkieniani e di Chesterton tuttavia non degenera mai in uno sterile citazionismo, in un surrogato delle fonti, ma si alterna a commenti dell’autrice, che si scopre essere non solo un’appassionata dei due grandi scrittori cattolici inglesi, bensì una loro discepola, capace di produrre immagini allegoriche che illuminano il testo, esattamente come Tolkien paragonava gli studi sul Beowulf alla distruzione di una torre e Chesterton si dilettava a introdurre paradossali scene e personaggi per corroborare la sa apologetica. Nel saggio di Drudi insomma abbonda quella complicità con Tolkien di cui si avverte sempre più l’assenza negli odierni studi a lui dedicati, quelli di studiosi che si vantano di aver superato la fase storica in cui le testimonianze dell’autore hanno il primato nella ricerca e nell’interpretazione. Cecilia Drudi offre un autentico antidoto a questa deriva e perciò rientra a pieno titolo tra quei «giovani studiosi coraggiosi» auspicati da Chiara Bertoglio, capaci «di intraprendere, un po’ come una novella Compagnia dell’Anello, il cammino di un’esegesi onesta, vera, rispettosa e oggettiva del pensiero di Tolkien, comprendendo la dimensione religiosa che ne è parte integrante».

Tolkien e le isole di Enrico Spadaro

Da siculo amante della sua isola natia, il brillante Enrico Spadaro non poteva che offrire un approfondimento su Tolkien e le isole. Visto il generale successo de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, nell’immaginario collettivo del legendarium domina incontrastata la suggestione della Terra di Mezzo con la sua sterminata estensione continentale, e spesso hanno un ruolo marginale isole che pure in alcuni casi sono il motore della storia plurimillenaria di Arda, ad esempio Númenor.

Spadaro ci invita anzitutto a considerare che Tolkien era un isolano inglese i cui primi ricordi d’infanzia ed i sogni erano popolati da isole e maremoti, e questo non può essere trascurato quando si intende esplorare le influenze di natura psicologica sul processo di scrittura di Tolkien.

Spadaro continua esponendo vari esempi di isole nei romanzi di Tolkien che vanno necessariamente rivalutati con questa chiave: Almaren, Númenor e soprattutto Tol Eressëa, che nelle prime fasi del componimento del legendarium, cioè la stesura del Libro dei Racconti Perduti, altro non era che l’Inghilterra stessa a cui Tolkien voleva donare una mitologia. Nella concezione successiva la Gran Bretagna divenne un’isola separata da Tol Eressëa, e si guadagnò un altro nome fittizio: Luthany o Lúthien.

Per quanto già ricco in sé, il saggio di Spadaro si propone come inaugurazione di un nuovo filone di studi votato ad indagare gli «aspetti biografici, antropologici e spirituali […] riscontrabili nel concetto di isola e nelle isole che caratterizzano l’universo di Arda».

(segue a p. 2)