Tolkien e Dante: intervista a Chiara Bertoglio sul suo nuovo libro “Musical Scores and the Eternal Present”

di Sebastiano Tassinari


In occasione del settimo centenario della morte di Dante Alighieri, proponiamo ai nostri lettori un’intervista con Chiara Bertoglio, concertista di pianoforte, musicologa, teologa e scrittrice che ha approfondito il legame tra Tolkien e Dante anche nel suo ultimo saggio Musical Scores and the Eternal Present. Theology, Tolkien and Time.


Grazie Chiara per aver accettato di essere intervistata su questo sito!

Grazie a voi per questa opportunità!

Guardando al titolo del tuo libro deduciamo che esso tratta di Teologia, Tempo e Tolkien. Il Professore potrebbe sembrare a prima vista un intruso in questa triade: in che modo la letteratura tolkieniana si è intrecciata con la tua carriera di teologa e musicologa?

Ammetto di essere una “convertita tardiva” al mondo di Tolkien. Devo a mio fratello e a una cara amica l’introduzione al legendarium, non moltissimi anni fa; però, come spesso accade ai “convertiti”, ne sono rimasta entusiasta e ho voluto approfondire il mondo, la personalità e gli ideali di Tolkien. Soprattutto, in Tolkien ho trovato “food for thought”, cibo per il pensiero, come direbbero gli inglesi; ossia lo stimolo a riflettere, ad approfondire attraverso gli strumenti che mi sono più propri, quelli dell’analisi teologica e della ricerca. In Tolkien ho trovato spunti per il pensiero teologico, per lo studio del testo, ma anche per la vita e l’esperienza spirituale. E siccome di questo quadro di pensiero ha sempre fatto parte, per me, anche la musica, è stato inevitabile che venissi fatalmente attratta dalle prime pagine dell’Ainulindalë, in cui la Chiara musicista, la Chiara teologa e la Chiara lettrice hanno trovato una miniera inesauribile.

Andando al contenuto del libro, potresti presentarcelo partendo dalla curiosa struttura dell’opera?

Il libro è diviso in due parti, precedute da un’introduzione, connesse da una sorta di “cerniera”, e chiuse da una conclusione vera e propria e da un “bis”, una sorta di poscritto. Nella prima parte mi muovo più sul terreno dell’estetica e della teologia della musica, cercando di mostrare come gli spartiti musicali possano costituire un’analogia molto forte e pregnante per l’Eterno Presente. Dio ha creato il Tempo, ma vive fuori da esso; in Lui, tutto il Tempo è eternamente Presente. Sul piano delle realtà create, lo spartito musicale incarna la musica, un’azione temporale; guardando uno spartito, noi possiamo avere un’intuizione immediata (e quindi “presente”) di un evento che si svolge nel tempo. Questa idea viene sviluppata nel libro tramite esempi dalla teologia, dalla letteratura, ma anche dalla storia delle rappresentazioni grafiche del tempo, e dalla storia dell’arte (per esempio Klee e Kandinskij). Nella seconda parte, invece, è Tolkien il protagonista, e in particolare uno studio delle prime pagine del Silmarillion in un contesto teologico e multidisciplinare. Nelle sezioni di transizione (quella centrale e quella conclusiva) cerco di coordinare le fila di un discorso composito, mentre nel “bis” abbandono i panni della studiosa e condivido semplicemente una parte di me e della mia vita.

Anna Kulisz, Ainulindalë

All’interno del tuo saggio, ogni volta che introduci un nuovo concetto di teologia o di teoria musicale offri un approfondito excursus per renderlo familiare al lettore, citando numerosi pensatori che vanno dall’antichità ai nostri anni.
Parallelamente, la cultura personale di Tolkien si rivela sempre più vasta a chi la investiga: egli era non un semplice scrittore, ma anche un filologo geniale, un interessante illustratore come ci hanno ricordato recenti mostre e pubblicazioni, e adesso, grazie alla pubblicazione di The Nature of Middle-earth, probabilmente si comincerà a parlare anche di un Tolkien matematico e non solo.A tal proposito, in che misura ritieni che Tolkien fosse a conoscenza delle nozioni con cui tu analizzi la sua produzione? Il Professore meriterebbe di essere annoverato anche tra i teologi e i musicologi?

Fra i teologi certamente sì; fra i musicologi almeno in parte. La cultura di Tolkien era smisurata, ed è difficilissimo poter documentare con certezza cosa conosceva (e men che meno cosa non conosceva!). Tuttavia, secondo gli studi che ho condotto vi sono elementi per asserire che anche in ambito musicale e musicologico abbia usato i termini tecnici con grande cognizione di causa. Un “indizio” ci è fornito dalla sua prima opera, il Middle-English Vocabulary, in cui compare il termine “deschaunt”, discanto, che si riferisce a una delle forme più antiche di polifonia. Il canto degli Ainur ha molti elementi in comune con il discanto, per cui mi sembra assolutamente sostenibile che Tolkien avesse una comprensione della polifonia superiore alla media dei semplici ascoltatori. Analogamente, ritengo che il suo uso del termine “discord” riferito a Melkor (anziché “dissonance”) sia ugualmente “voluto” e perciò significativo e pertinente.

Nella seconda parte del libro Tolkien gode della buona compagnia di nientemeno che Dante Alighieri, di cui oggi ricorre il settimo centenario della morte. Quali significativi parallelismi tra il Sommo Poeta e il Professor Tolkien esplori nel libro?

Naturalmente ve ne sarebbero molti, ma quelli di cui mi sono occupata sono relativi alla conoscenza di Dio da parte degli spiriti beati e della conoscenza che essi hanno del tempo in Dio, oltre al tema della poesia come sub-creazione. Tanto gli Ainur tolkieniani quanto il Cacciaguida dantesco vivono esperienze di contemplazione della divinità che assumono la forma “sensoriale” di ascolto e di visione. La musica, arte temporale, simboleggia in entrambi i casi lo scorrere della vita umana e della storia; esse sono però anche contemplate, come in uno spartito musicale, nell’esperienza mistica della visione di Dio goduta tanto dagli Ainur tolkieniani quanto da Cacciaguida. In tal modo, così come la Musica degli Ainur contiene in sé la realtà e la storia di Arda, similmente a Cacciaguida “giunge ad orecchia”, come una dolce melodia, il “tempo che s’apparecchia” al suo discendente. E proprio perché la vita e la storia sono, in ultima analisi, delle musiche armoniose scritte nello spartito dell’amore di Dio, così anche gli elementi di tensione, di sofferenza e di disagio potranno essere interpretati come dissonanze di passaggio quando potremo contemplare la nostra stessa vita e la storia umana nell’amore provvidente di Dio. Così, il poeta e il musicista, che “raccontano storie” tramite le parole o i suoni, hanno anche una funzione profondamente cristiana: quella di abituarci a riconoscere l’ordine della nostra vita, a credere che esso esista, ad “allenare” la nostra fede e la nostra speranza che gli eventi che viviamo non siano cacofonie casuali, bensì armonie destinate a disvelarsi nella loro piena bellezza.

L’ultimo capitolo della seconda parte è dedicato al concetto di Tolkien di sub-creazione, e per parlarne hai scelto di ripercorrere quelle decisive discussioni che ebbero Tolkien e Lewis sulla verità dei miti. Oltre alla comune passione per i racconti mitologici, secondo te Lewis condivideva con Tolkien anche la sensibilità per la musica e la polifonia di cui tratti?

Sicuramente sì, anzi recentemente ho studiato in modo comparativo le narrazioni della creazione che si trovano nel Silmarillion tolkieniano e nelle Cronache di Narnia di Lewis. In entrambi i casi, la musica è il linguaggio scelto dagli autori per raccontare l’origine del mondo, e, in modo più velato, anche la sua fine: in Lewis l’apocalisse inizia con il suono di un corno sovrannaturale, mentre la fine dei tempi in Tolkien è suggerita dall’immagine della Grande Musica che sarà intonata al termine della Storia, e in cui tutti i figli di Ilúvatar faranno risuonare la pienezza dell’armonia. Il frutto di questo mio studio sarà il saggio The Lion and the Pitch, che sarà pubblicato in una prossima raccolta della Walking Tree Publishers, intitolata The Song of the Spheres, a cura del polacco Łukasz Neubauer e di padre Guglielmo Spirito.

Come specificato nel frontespizio del tuo libro, il materiale di partenza del saggio include alcuni tuoi articoli su Tolkien già pubblicati in passato sulla prestigiosa rivista Tolkien Studies e in due raccolte della Walking Tree Publishers. Come hai sfruttato l’occasione di poter tornare su questo materiale?

Senz’altro come opportunità di armonizzare (anch’io!) quelle idee che si trovavano un po’ sparpagliate negli scritti precedenti. Su Tolkien Studies avevo parlato del significato della disarmonia introdotta da Melkor nella creazione, mentre nelle pubblicazioni per i volumi collettanei della Walking Tree avevo esplorato il legame fra Tolkien e Dante, nonché il tema della contemplazione di Dio nella musica degli Ainur. Era da un po’ che avevo la speranza di riprendere questi temi – che si intrecciano profondamente fra loro – cercando di mostrare anche al lettore i loro legami; il lockdown, con tutte le tristezze e le angosce che ha portato, ha avuto per me almeno, di buono, l’avermi quasi “costretta” a mettere in pratica un proposito che altrimenti avrebbe rischiato di rimanere tale per molto tempo!

Nel saggio proponi delle tesi alternative rispetto a quelle di altri studiosi tolkieniani, inclusa la celebre Verlyn Flieger. A fronte di ciò ti chiedo in quale direzioni auspichi che si sviluppino gli studi tolkieniani nel prossimo futuro. Ci sono ambiti di ricerca o metodologie che trovi più trascurati di altri?

Credo che non sia facile, nel contesto culturale e soprattutto accademico di oggi, proporre tematiche relative al cristianesimo, alla teologia, alla fede. Esse sono perlopiù irrise, spesso tralasciate, a volte trattate con ignoranza, e nel “migliore” dei casi confinate ai dipartimenti di teologia, che a loro volta (è tristissimo dirlo) stanno spesso perdendo proprio la dimensione cristiana che dovrebbe caratterizzarli. Naturalmente non sto dicendo che non si possa leggere Tolkien se non da cristiani, né che non si possa amarlo se non si crede in Dio: tuttavia, ritengo che non si possa capirlo veramente se mancano gli strumenti almeno culturali di conoscenza dei fondamenti del cristianesimo, di quella forma mentis e imago mundi che ha plasmato la creazione stessa del mondo secondario del legendarium. Spero che ci siano molti giovani studiosi coraggiosi, che sappiano intraprendere, un po’ come una novella Compagnia dell’Anello, il cammino di un’esegesi onesta, vera, rispettosa e oggettiva del pensiero di Tolkien, comprendendo la dimensione religiosa che ne è parte integrante.

Speriamo di essere all’altezza di questo impegno anche noi della comunità dei Tolkieniani Italiani.

Non ho dubbi in merito, anche perché io stessa devo moltissimo a questa “comunità” (preferisco il termine italiano a quello inglese “community”). In particolare vorrei rivolgere un ringraziamento speciale all’amico Giuseppe Scattolini, che ha avuto la pazienza e la cortesia di leggere il manoscritto del mio libro prima della pubblicazione, e che mi ha dato preziosi suggerimenti relativi alla “catena” che lega Sant’Atanasio, il Santo Newman e Tolkien: un collegamento importante che rivela come la visione che Tolkien ha della musica degli Ainur sia profondamente legata alla tradizione cristiana dei Padri, ritrovata nella sua dimensione fondante anche grazie agli studi di Newman.

Una domanda più personale per concludere: oltre al capitolo dell’Ainulindalë che in questo libro commenti estesamente, quale altro racconto o episodio dei romanzi di Tolkien ti tocca particolarmente?

Questa è veramente una domanda difficile, non perché non ci siano episodi che mi “toccano” ma perché ce ne sono troppi… Ne cito qualcuno ma… spero che gli altri non si offendano! Per esempio, da quando ho letto le descrizioni di Lothlórien devo dire che ho cambiato modo di osservare una foresta; in questo caso l’influenza di Tolkien è stata proprio al livello più basilare della percezione fisica del mondo e della capacità di scorgervi una dimensione di incanto. Poi, come credo praticamente tutti, mi sono profondamente commossa alla raffigurazione della partenza finale di Frodo sui vascelli degli Elfi: confesso di aver sempre trovato molto difficile il tema della morte, e quest’icona di un lasciare le rive puntando a un orizzonte “altro” mi ha impressionata molto. Queste sono solo due immagini, che però dicono come la lettura di Tolkien possa avere un’influenza su tutti gli aspetti della vita, da quello sensoriale/percettivo a quello delle domande ultime sul senso della vita.














Titolo: Musical Scores and the Eternal Present. Theology, Tolkien and Time
Curatore: Chiara Bertoglio
Editore: Pickwick Publications
Pagine: ‎ 210 pagine
Data: 31/08/2021
Dimensioni: 149 x 228 mm

Il libro è disponibile su Amazon.it a questo indirizzo.
















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