Il femminile in Tolkien /3

di Cristina Casagrande


Due in una

Clarissa Estés puntualizza nel suo libro Donne che corrono coi lupi che le donne, per essere integre, devono riconoscere di avere due donne dentro di sé: quella civilizzata e quella selvaggia. Tolkien evidenzia questo nominando molti personaggi con più di un nome – non solo le donne ma anche gli uomini. Anche Galadriel possiede il suo dualismo. La tentazione che lei sente di possedere l’Anello a Lothlórien ne è un chiaro esempio. La volontà di divenire una regina poderosa è un esempio corrotto di uno degli aspetti della sua personalità – un elfa con un potere molto grande dentro di sé che può essere intrapreso nella via per la virtù o in quella del vizio.

Il suo nome, Galadriel, è una versione Sindarin di Artanis, [sic!]1 della lingua elfica Quenya, dato dal padre che significa “donna nobile”. Già la madre le diede il nome Nerwen, che significa “ragazza-uomo” perché Eärwen vedeva nella figlia caratteristiche maschili come la forza fisica, l’altezza e il potere dell’autorità. Ma Galadriel finì per adottare il nome dato dal padre, Finarfin, perché lo considerava il più bello tra i due.

Suo marito Celeborn la chiamò Alatáriel, che viene dal Quenya, il cui significato è “Fanciulla coronata con una radiosa ghirlanda”. Lui vide nella signora di Lórien ciò che c’è di più bello nell’essere femminile: i suoi capelli, che dimostravano il suo potere, la sua bellezza, femminilità e sapienza.

Elena Kukanova, Lúthien before Morgoth

Anche Lúthien si pone in evidenza circa la questione della dualità del nome. Il suo amato Beren la chiama Tinúviel quando la vede e nella stessa occasione lei fugge. Tinúviel significa, in Quenya, “usignolo” o letteralmente, “Figlia del crepuscolo”. Di fatto Lúthien portava con sé l’allegria e la leggerezza dei fiori e la sua bellezza era come «l’aurora della primavera»2, la sua danza rallegrava il popolo del Doriath e intonava un canto lieve come quello dell’allodola, un uccello che annuncia il giorno, il sole, l’allegria di vivere.

Ma Beren la chiama “usignolo”, un passero che annuncia la notte. Per analogia possiamo anche intendere che la notte simboleggi la morte: questo è il destino di Lúthien, che dovrà morire per passare l’eternità vicina al suo amato. Nella letteratura, nei miti e nelle fiabe, tale passero ha un forte significato, associato alla cura delle infermità, come nel caso de “L’usignolo” di Christian Andersen, ai lamenti e alla morte, in un contesto trascendentale come nel mito di Orfeo, nell’incontro degli amanti come Romeo e Giulietta, tra gli altri simbolismi.

Lúthien, nella condizione di Tinúviel, si carica di gran parte di tali simbolismi; è colei che diventa moglie e amante di Beren, che dà la vita per il suo amato e che lo cura dalla morte. La dualità del personaggio guadagnerà ancora più forza in seguito alla scelta di rinunciare al suo essere un’elfa per divenire una umana mortale.

Il contrasto risulta ancora più marcato quando scopriamo che avrebbe ricevuto l’opportunità di ottenere il destino dei Maiar – dalla madre – davanti al verdetto dei Valar, quando lei pianse, implorando Mandos perché desse di nuovo la vita al suo amato Beren. Al contrario lei non solo non vuole vivere nell’allegra città di Valimar, dimenticandosi per sempre dei suoi problemi, come una Ainu, ma addirittura scelse di vivere in una condizioni inferiore, divenendo mortale per vivere più tempo – anche l’eternità – con Beren.

Questa dualità di Lúthien e presente anche nel suo modo di affrontare le sfide. Senza cessare di essere tipicamente femminile, lei affronta Morgoth, avvalendosi del suo canto seduttore. Oltre l’allegria dell’allodola e del misticismo dell’usignolo, Lúthien acquisisce le ali del pipistrello, nascondendosi con Beren per entrare ad Angband, la fortezza di Morgoth. La bella principessa elfica pertanto porta con sé un lato animalesco, rivelato a pochi ma che ben viene utilizzato per difendere il suo amore.

John Howe, Arwen

Arwen Undómiel era, secondo Tolkien, molto somigliante a Lúthien «per aspetto, carattere e destino»3. Tuttavia, la narrazione non ci mostra tutta quella forza presente in Lúthien. Arwen, che significa “Nobile Dama” e Undòmiel che significa “Stella del Vespro”, è più discreta e silenziosa della sua antenata. Ma l’autore rivela in alcune lettere che la storia tra lei e Aragorn non ha avuto troppo risalto per fare in modo che gli umili Hobbit fossero i maggiori eroi della storia. Dato che lei assomiglia a Lúthien anche nella personalità possiamo apprendere che molto di quello che successe nella storia tra lei e Aragorn non ci fu raccontato. D’altro canto possiamo supporre che Lúthien sarebbe stata più silenziosa se avesse incontrato nella sua storia un aiuto tanto silenzioso quanto quello dato ad Arwen. È risaputo che gli Elfi sono potenti non solo nelle azioni ma anche nella mente. La presenza della stessa Arwen nella mente – a volte raffigurata concretamente, come lo stendardo intessuto da lei e poi consegnato al futuro Re Elessar nella battaglia dei Campi del Pelennor – era ciò che dava forza a Aragorn per continuare la lotta.

Un altro personaggio che non merita meno risalto è la Bianca Dama di Rohan, Éowyn, conosciuta anche come la Scudiera di Rohan. I suoi due epiteti così distinti dimostrano la dualità della sua personalità, che, uniti, le danno l’integrità. Nella battaglia dei Campi Pelennor, sembra combattere, senza il permesso dello zio Théoden. Per questo motivo, si traveste da soldato, presentandosi come Dernhelm, che significa “Elmo” o “Protettore nascosto”.

Éowyn significa “Delizia per i Cavalli”, qualcosa di adatto alla tua terra, Rohan, che significa “Terra dei Cavalli”. Ella porta con sé la giovialità e l’allegria presenti nel suo popolo, ma porta con sé anche una donna forte e decisa a salvare a caro prezzo coloro che ama – ma dovrà affrontare il maschilismo della sua società, che non le dà il diritto di lottare per i suoi cari.

(segue a p. 2)


Note:

1 In realtà Galadriel è la versione Sindarin del nome Alatáriel, coniato dal marito Celeborn, come si dice di seguito. N.d.T.

2 J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Capitolo XI. I Sindar

3 J.R.R. Tolkien, Lettere 1914/1973, Bompiani, Milano 2018, p. 307, lettera 153

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