Will Sherwood: il Prologo de “Il Signore degli Anelli”

di Will Sherwood


Eccoci qui con il primo post su Il Signore degli Anelli, e quale modo migliore per iniziare, se non dal Prologo? Sapere che il Prologo con il quale abbiamo tanta familiarità ha avuto una lunga storia non dovrebbe sorprendere nessuno. Infatti, Christopher Tolkien fa notare quanto sia notevole  il fatto che sia stato scritto all’origine dell’idea del romanzo, e che la composizione delle prime due bozze sia datata negli anni 1938-1939 (The Peoples of Middle Earth, p.3). Inclusa la revisione finale del romanzo nella sua completezza, il Prologo passò per ben sette bozze, che si estesero lungo tutto il periodo in cui Tolkien si dedicò allo scrivere e rivedere il romanzo. Christopher identifica ogni bozza con una P ed un numero; dunque, la prima bozza è detta P 1. Per poter meglio comprendere i ruoli che Tolkien ebbe durante il processo creativo de Il Signore degli Anelli, mi riferirò a lui in due modi: il Tolkien Scrittore e il Tolkien Curatore. Il primo si riferisce  all’uomo che stava scrivendo la storia, il secondo all’uomo che si preoccupava principalmente di adattare la storia (attraverso la traduzione, le note, gli appendici, l’etimologia, le lettere ecc.) per i suoi lettori del ventesimo secolo.

Uno o due cambiamenti significativi

La prima bozza del Prologo fu stampata al completo in The Return of the Shadow (pp. 310-314) e porta il titolo: “Premessa: A proposito degli Hobbit”. La P 2 è prevalentemente un dattiloscritto della P 1 con qualche cambiamento, e contiene le idee basi che saranno poi ampliate nella versione finale. Christopher conclude che la scelta del padre riguardo «il ritorno alla Contea alla fine de Il Signore degli Anelli dette la spinta per un nuovo rimaneggiamento del Prologo e una sua conseguente estensione per fasi” (p. 15). Ne dedusse che la P 3 e la P 4 fossero state scritte nel 1948, ma non specifica nessuna data per le bozze 5-7. Mi colpì particolarmente la P 5, che aggiunse “molto materiale nuovo”, inclusa la scoperta di tre razze di Hobbit (Peoples, p. 10).

Nella P 1, Tolkien aveva speculato che «Forse la razza Hobbit non era del tutto pura . . . nessun Hobbit di razza pura aveva la barba» (The Return, p. 312). Successivamente, nella P 5 e in alcuni altri documenti, estese il proprio lavoro e svelò molto altro a proposito della storia degli Hobbit. Tra queste aggiunte, anche le tre razze Hobbit: i Pelopiedi, gli Sturoi e i Paloidi. Dimitra Fimi ha commentato il modo in cui Tolkien, apparentemente, «seguì lo stesso principio utilizzato nel dividere gli Uomini nelle tre Stirpi per descrivere le suddivisioni degli Hobbit», che «si distinguono per il colore della loro pelle, per la struttura del loro corpo e per i loro rispettivi talenti e abilità, che sembrano essere associati a determinate caratteristiche fisiche» (p. 145).

Forse il semplice motivo di questa suddivisione era il fatto che a quel punto Tolkien aveva completato una bozza de Il Signore degli Anelli. Consapevole di come lo stile della narrazione fosse cambiato rispetto a quello fiabesco de Lo Hobbit  quando scrisse le P 1 e 2 allo stile mitico delle epopee studiate come professore, Tolkien realizzò che fosse necessario creare un background della storia e della vita quotidiana degli Hobbit.  Tolkien dunque ristrutturò il Prologo nelle quattro sotto-sezioni, aggiunse molti aspetti storico-sociali, come la lunga citazione dell’opera di Merry L’Erborista della Contea, e fece riferimenti al manoscritto tangibile de Il Libro Rosso dei Confini Occidentali, composto da Bilbo, Frodo e Sam.

Una particolare aggiunta che ha catturato la mia attenzione viene dalla P 5, sulle origini degli Hobbit e le loro migrazioni attraverso le Montagne Nebbiose:

«Le Montagne del Terrore,  sulle quali (secondo i loro stessi racconti) le loro genti avevano a lungo vagato verso Ovest; e anche dal paese più piccolo, la Vecchia Casa di Brea, dove si erano stabiliti al principio- ma non da soli; poiché essi dividevano quella terra con gli Uomini di Brea . . . adesso esistevano solo nella Contea, a Brea, e c’era qualche Hobbit selvaggio nell’Eriador. E si dice che ci fossero anche degli “Hobbit Selvaggi” presso le gronde di Bosco Atro, ad est e ovest della Foresta»

(pp. 9-10)

Un’altra cosa che mi ha dato da pensare è stata la breve discussione etimologica della parola “Hobbit”. Nella P 5, si legge che gli Hobbit «chiamano loro stessi Hobbit. Molti altri popoli li chiamano Mezzuomini (o altre parole di simile significato nelle varie lingue)» (Peoples, p. 10). Questa è la “traduzione” della “antica parola nativa” utilizzata nella Contea: cūbuc (plurale cūbugin), che significa “scavatore di buche” (Peoples, p.49). Tolkien evidenziò il fatto che questa parola fosse simile a cūgbagu, che Re Théoden utilizza per definire la razza Hobbit. A questo punto, il Tolkien Curatore aveva deciso che la pletora di linguaggi in cui Il Libro Rosso era stato scritto originariamente «sarebbe stata meglio presentata attingendo dalla simile ricchezza di nomi [e lingue] che si possono trovare nelle nostre stesse tradizioni, in Celtico, in Franco, Latino e Greco e altri fonti» (enfasi mia, Peoples, p. 36). In questo modo, i lettori del ventesimo secolo avrebbero potuto comprendere meglio l’intricata rete di linguaggi che egli aveva creato per la Terra di Mezzo, e il modo in cui si congiungevano tra loro. 

Mentre Tolkien stava ri-abbozzando il Prologo, contemporaneamente stava scrivendo L’Appendice sulle Lingue. Nella prefazione dell’Appendice, spiega che «I Rohirrim parlavano un linguaggio che era a tutti gli effetti una forma arcaica della Lingua Corrente» (Peoples, p.50). Tolkien applicò il suo schema di traduzione per cui egli «rappresentò lal Lingua Corrente come l’Inglese moderno, e quindi trasformò la lingua di Rohan con i termini dell’Inglese arcaico» (Peoples, p. 50). Questo permise a Tolkien di creare un’etimologia per “Hobbit”, attingendo da «l’inglese arcaico hol-bytla, “Scavatore di buche”» (Peoples, p. 50). Da notare come evitò di attingere dall’Inglese Antico, avendo egli creato la parola “Hobbit” senza alcuna base filologica. A quel punto aveva bisogno di creare un’etimologia per parola titolare del suo romanzo del 1937, una parola che non esisteva nell’Inglese Antico.

Un collegamento tra la scoperta della Contea e Roma

Quando stavo leggendo il passaggio a proposito della scoperta della Contea, è nata dentro di me un’idea peculiare. Era una di quelle idee che sembrano un po’ forzate, ma non senza ragione alcuna. La scoperta della Contea era stata introdotta inizialmente in «sue piccoli foglietti attaccati sul dattiloscritto della P 4», e così descritta nel dettaglio:

«Nell’anno 1 (secondo il calcolo della gente della Contea) e nel mese di Luyde (così come solevano dire loro) i fratelli Marco e Cavallo, avendo ottenuto formale permesso da re Argeleb II nella decadente città di Fornost, attraversono il grosso fiume bruno Baranduin . . . dopo questo attraversamento, la Piccola Gente si stabilì laggiù, e quasi scomparì dalla storia . . . Questa landa è chiamata la Contea.»

(Peoples, p. 9)

Due fratelli viaggiano e trovano un luogo a loro sconosciuto, dove fondano una nuova civilizzazione. Questa è una descrizione di Marco e Cavallo (poi modificati in Marcho e Blanco), o di Romolo e Remo, i mitici gemelli fondatori di Roma? Sebbene entrambe le storie contengano dettagli significativamente contrastanti (né Marcho né Blanco sono in cerca di vendetta o allevati da una lupa), il collegamento mitico esiste per certo, pur essendo un collegamento fragile. Sappiamo che Tolkien studiò i classici alla King Edward’s School di Birmingham, e li studiò anche durante il suo primo anno al collegio di Exeter, ad Oxford. Non sto cercando di promuovere la teoria secondo cui la storia di Romolo e Remo ispirò quella di Marcho e Blanco, ma sto semplicemente cercando di far notare una somiglianza tra la mitologia classica e le prime bozze de Il Signore degli Anelli che mi sembra significativa.

Lupa Capitolina

Il Tolkien Scrittore, il Tolkien Curatore e gli “Indovinelli nell’Oscurità”

Il Tolkien Scrittore e il Tolkien Curatore lavorarono assieme nel creare la loro versione de Il Libro Rosso. La prima edizione de Lo Hobbit includeva una versione de Gli Indovinelli nell’Oscurità che non si accordava pienamente con le vicende e i personaggi raccontati ne Il Signore degli Anelli. il Tolkien Scrittore, quindi, riscrisse il capitolo durante l’estate del 1947, e subito dopo rimase “attonito” nel vederlo incluso nelle versioni de Lo Hobbit (Biografia, p. 271). Questo creò un problema nel “mondo primario”: due testi, due storie. Chiaramente, la seconda era la storia vera, quella che Gandalf spremette fuori da Bilbo mettendogli “paura del fuoco”, e la prima era quella falsa, sbandierata dallo stesso Bilbo (Peoples, p.14). Nella P 7, il  Tolkien Curatore attinse dalle proprie “conoscenze di variazioni dei manoscritti”, ottenute dai suoi lunghi studi in Manoscritti Medievali, per adattare il problema del “mondo primario” a suo vantaggio (Companion, p.60):

«Questa non è la storia così come inizialmente fu raccontata da Bilbo ai suoi amici e a Gandalf, o come la scrisse dal principio nel suo libro . . .  Molte copie contengono il vero resoconto dei dei fatti (da soli o come versione alternativa), derivato, senza dubbio, da note appuntate da Frodo o Samwise, entrambi i quali conoscevano la verità.»

(Peoples, pp. 12-13)

Tolkien intrecciò Bilbo, Frodo e Sam nel quadro più ampio, con Bilbo come figura dello Storico, che avrebbe reso tutto possibile. Secondo Fimi, «la scelta del Libro Rosso come metodo di trasmissione del legendarium ai lettori dei tempi moderni era una soluzione quasi perfetta: Bilbo avrebbe avuto accessi agli archivi di Gran Burrone, dove era conservato anche molto del materiale proveniente da Númenor» (p. 128). La decisione del Tolkien Scrittore di riscrivere Indovinelli nell’Oscurità dette modo al Tolkien Curatore di avere un nuovo, eccellente motivo per chiamare la prima come “falsa storia”, e la seconda come “vera storia”. La pubblicazione di questi testi riflette il suo stesso progresso nel tradurre il Libro Rosso. Mano a mano che trova nuove informazioni, fa i cambiamenti dovuti e lo fa sapere anche al lettore.

Come commento finale a questa analisi del Prologo, vorrei menzionare il fatto che le Note sulla Contea non apparvero fino alla seconda edizione, nel 1966 (e anche prima della pubblicazione, fu estrapolata e collegata con Il Silmarillion, per qualche tempo). Il Prologo è l’aggiunta del Tolkien Curatore ai cinque volumi” prodotti da una lunga lista di scrittori e curatori. Le Note sono il momento in cui Tolkien fa un passo indietro e offre una storia completa del manoscritto, rendendo noti i suoi predecessori (Il Signore degli Anelli, p. 14). È uno dei tanti posti dove Il Signore degli Anelli si trasforma da un lavoro fantastico del Tolkien Scrittore ad un manoscritto egregiamente tradotto dal Tolkien Curatore.


Bibliografia:

Carpenter, H. (2002). J. R. R. Tolkien: A Biography. London: HarperCollins.

Fimi, D. (2009). Tolkien, Race and Cultural History: From Fairies to Hobbits. Basingstoke: Palgrave Macmillan.

Lee, S. (2014). ‘Manuscripts: Use, and Using’. In Stuart Lee (Ed.), A Companion to J. R. R. Tolkien. (pp. 56 – 76). Chichester: John Wiley & Sons LTD.

Tolkien, J. R. R. (1988). The History of Middle-earth: The Return of the Shadow. [Ed. Tolkien, C.]. London: HarperCollins.

Tolkien, J. R. R. (1996). The History of Middle-earth: The Peoples of Middle-earth. [Ed. Tolkien, C.]. London: HarperCollins.


© 2020 by Will Sherwood. Translated with the permission of the author. Will’s original post in English can be found here: https://www.will-sherwood.com

Traduzione di Serena Mazzoni


Nota della redazione

Gli eroi fondatori della Contea possono essere collegati non solo a Romolo e Remo, ma anche a Hengist e Horsa, come potete leggere in questo articolo:

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