Isengard e la Grande Guerra

di Nicolò Maggio


È risaputo come Il Signore degli Anelli rappresenti, nelle intenzioni di Tolkien, soldato impegnato sul fronte francese nel corso della Grande Guerra, una critica sia all’avanzare della modernità, intesa come realtà della materia e della “macchina”, del consumismo, dell’industrializzazione e della perdita dei valori fondativi, che sono insieme umani e cristiani, sia alla guerra, in tutte le sue forme e declinazioni: nell’Universo di Arda, la Terra fantastica del Signore degli Anelli, la guerra è da considerarsi giusta solo quando combattuta per il ripristino dell’ordine, per la libertà e la pace fra le genti.

Quello di Tolkien è un acceso rifiuto della guerra e dei conflitti, di tutto quello che comportano, della lotta barbara che sacrifica sul campo di battaglia, come carne al macello, intere generazioni di studiosi e sognatori, cui appartiene anche John Ronald Reuel Tolkien; un rifiuto che risalta nell’opera letteraria del professore di Oxford, dalla mitologia del Silmarillion a Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli: sono tutti scritti, in parte, frutto dell’esperienza diretta dell’autore agli orrori della guerra di trincea.

Il professor Tolkien fra le due Guerre

Il giovane Tolkien si arruola nel 1915 come volontario nel reggimento Lancashire Fusiliers, in qualità di sottotenente, e nel giugno 1916 viene inviato sul fronte occidentale, dove partecipa in prima persona alla disastrosa battaglia della Somme, nella Francia settentrionale, dove vive gli orrori del conflitto e assiste impotente alla morte di colleghi ed amici, compresi i suoi cari affetti degli anni scolastici e universitari, Geoffrey Bache Smith e Robert Gilson, con i quali nel 1910 aveva fondato il circolo culturale del “TCBS” (acronimo di Tea Club and Barrovian Society), gruppo animato dalla passione per l’arte e la letteratura, che si prefiggeva di rivoluzionare la sensibilità del XX secolo, appena cominciato, e di «accendere una nuova luce nel mondo».

In alto da sinistra a destra, Geoffrey Bache Smith, John Ronald Reuel Tolkien, Christopher Wiseman e Robert Quilter Gilson, il nucleo del TCBS.

La drammatica esperienza della Somme per Tolkien si concluderà nel novembre 1916, con il suo rientro in patria per aver contratto una “febbre da trincea” (malattia epidemica molto comune fra i soldati impegnati nella Grande Guerra).

La Battaglia della Somme iniziò con un’offensiva alleata contro le posizioni tedesche, e degenerò in uno dei singoli conflitti più cruenti e atroci della storia, se si pensa che, solo nel primo giorno, le perdite per l’esercito anglo-francese sono quasi sessantamila (in totale l’offensiva mieterà più di seicentomila vittime da parte alleata, e quasi altrettante sul fronte tedesco). La morte fu una compagna costante di quei mesi di guerra, ma anche la vita di trincea, tra pioggia e fango, malattie, malessere, il frastuono e il boato delle granate, dei colpi d’artiglieria, delle esplosioni, rappresentano un triste vissuto che inevitabilmente segna il giovane studioso e sottotenente Tolkien: lui stesso ammetterà di aver preso spunto, nella descrizione delle Paludi Morte e dei campi aridi e desertificati del Morannon che compaiono ne Il Signore degli Anelli, dalle terre francesi devastate dalla battaglia della Somme.

Eppure, probabilmente, come afferma lo studioso John Garth, l’esperienza bellica ha influito in misura preponderante nella costruzione dell’universo tolkieniano, specialmente se si pensa agli scritti del Libro dei Racconti Perduti le cui leggende sono poi confluite ne Il Silmarillion: la Caduta di Gondolin, la città-fortezza degli Alti Elfi, nascosta tra le montagne del Beleriand e alla fine scoperta e distrutta dalle armate oscure di Morgoth, ne è l’esempio più lampante, poiché traduce nel linguaggio di una nuova epica l’ossessione della città, roccaforte del Bene e della Civiltà, distrutta da un attacco a sorpresa ad opera di un esercito nemico composto da orchi, draghi e Balrog (gli stessi attacchi a sorpresa che caratterizzano l’avanzata anglo-francese alla Somme e i contrattacchi avversari).

John Howe, The Fall of Gondolin

Come Tuor, eroe degli Uomini sopravvissuto al massacro di Melkor insieme ai pochi esuli di Gondolin, lo stesso Tolkien fu tra i fortunati a far ritorno in patria, conservando l’esperienza degli episodi della guerra e trasferendoli nell’impianto della sua mitologia: non è un caso se i primi scritti, abbozzati a partire dal 1917, destinati a costituire la base mitica delle vicende de Lo Hobbit e del Signore degli Anelli, sono caratterizzati da atmosfere cupe, catastrofi, stermini, battaglie rovinose (oltre la già citata Gondolin, si pensi alla alla Dagor Bargollach o alla Nírnaeth Arnoediad), la paura dell’avanzata di un nemico quasi invincibile, la tensione narrativa, la costante minaccia di insidie, della brama di possesso e tradimenti in grado di minare una pace e un ordine secolari o di piegare anche gli eroi più valorosi (si pensi al triste fato, “edipico”, di Túrin Turambar, o all’uccisione del re elfico Thingol Grigiomanto per mano dei Nani, evento scatenante le ostilità tra i figli di Aulë e gli Elfi).

Temi che non scompaiono nelle successive e principali opere del professore, ma che si ripresentano in una luce meno cupa e in una forma rinnovata: sono gli Hobbit a rappresentare questo cambio di passo. Popolo di mezzuomini dediti al buon cibo, all’agricoltura, alla produzione di birra e a fumare erba-pipa che, pure, sono destinati a giocare un ruolo fondamentale nelle vicende della Terra di Mezzo. Gli abitanti della Contea sono specchio di quegli uomini comuni che costituivano lo scheletro portante dell’Undicesimo Battaglione Lancashire Fusiliers, nel quale militava Tolkien. Un confronto esemplificato dal viaggio circolare di Andata e Ritorno di Bilbo Baggins, atipico eroe, che da insicuro, goffo, abitudinario, sobrio, come ci si aspetta da un ordinario e “rispettabile” hobbit, attraverso l’avventura per la riconquista di Erebor, giungerà alla maturazione, diventando più determinato, più sicuro di sé, e mostrando doti inaspettate, una notevole intelligenza e, su tutto, un grande coraggio (non a caso nel personaggio è possibile riscontrare, come ha sottolineato Humphrey Carpenter nella sua biografia di Tolkien, un’auto-descrizione dell’autore). Ancora, nella figura di Samsi può rintracciare quella dell’attendente (il “batman”), il soldato cui veniva affidato l’incarico di occuparsi dei problemi pratici di un ufficiale dell’esercito britannico e che con questo finiva con l’instaurare un rapporto saldo di amicizia e complicità (similmente al rapporto speciale, indissolubile, che si crea tra Sam e Frodo nel corso della loro missione verso il Monte Fato).1

In queste caratteristiche sta la verosimiglianza dell’Universo immaginario tolkieniano: lungi dall’essere uno scrittore escapista – accusa che gli è stata ingiustamente più volte rivolta – Tolkien fa confluire nella propria opera la sua visione della realtà e del mondo, le sue preoccupazioni e ansie per un futuro che, dal 1914 in poi, si fa sempre più incerto.

L’esperienza della guerra è in lui vissuta in maniera intima e personale, non viene quindi romanzata – né, tanto meno, esaltata – dalla sua narrativa, ma rappresentata e interpretata nei suoi aspetti quotidiani, più realistici e veritieri.

Matthew Stewart, Samwise Gamgee

Aspetti che si riflettono in Frodo e Sam intenti a preparare e consumare un pasto, accampati intorno al fuoco, mentre percorrono le terre selvagge, o, in preda alla disperazione durante la marcia verso Mordor, darsi coraggio pensando con nostalgia ai frutti e ai verdi campi della Contea, o ancora nello stupore misto a terrore dello hobbit giardiniere quando assiste al sopraggiungere di un Olifante, o, infine, nel rammarico di Merry e nell’imprudenza di Pipino, entrambi catapultati in qualcosa di più grande di loro, eppure in grado, grazie alle loro doti, resilienza “hobbit”, curiosità e intraprendenza “borghesi”, di portare alla sconfitta definitiva di Isengard.

Nell’universo narrativo tolkieniano tutti i personaggi, soprattutto quelli dotati di particolari caratteristiche, spesso le più insolite, hanno un ruolo significativo da giocare all’interno della storia, sono padroni delle proprie scelte ma rientrano allo stesso tempo in un disegno più grande, che è possibile definire provvidenziale.

Una tematica che si riflette nelle parole di Elrond: «Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove», che rappresentano poi il vero filo conduttore del Signore degli Anelli: il rovesciamento della visione nietzscheana del mondo, ovvero di una filosofia che considerava i “deboli” come portatori di una morale della paura e del risentimento; al contrario i piccoli – “mezzuomini”, gli hobbit, sono invece fonte di riscatto per l’intera umanità.

(segue a p.2)


Note

1 Un aspetto questo che è stato ripreso dalla recente pellicola di Karukoski, Tolkien, del 2019, nella quale compare un giovante aiutante di un Tolkien sottotenente in guerra, di nome Sam, che aiuta e sostiene il nostro, già in preda ai malesseri della febbre da trincea.