Il viaggio di Frodo: un’esperienza spirituale per il genere umano

di Nicolò Maggio


Come già sottolineato in altri articoli dal nostro sito, Il Signore degli Anelli reinterpreta e riattualizza tematiche tipiche della cultura medievale.

Diversi nomi di luoghi e personaggi, nonché lo stesso tema e motivo dell’anello e del suo potere, sono tratti dall’epica medievale del Nord Europa, in primis dall’Edda in prosa islandese di Snorri, o dal Kalevala finnico e dalla Saga dei Volsunghi. Se, da questo punto di vista, è un Medioevo filologico e norreno/cristiano quello che ispira e influenza Tolkien nella scrittura della sua opera, specie sotto il versante linguistico, l’autore è animato, nello stesso tempo, dalla passione e dalla moda per il Medioevo fantastico, figlio dell’immaginario romantico inglese e del quale egli ne è continuatore ed insieme figlio culturale.

Sono infatti molte le tematiche che testimoniano la presenza dell’idea romantica di età di mezzo all’interno dell’opera: si pensi alle vicende del re-ramingo Aragorn, in viaggio fra le genti libere della Terra di Mezzo, con le quali collabora nella lotta contro Sauron e i Sudroni, alla ricerca di sé stesso e per dare un significato alla propria vita; o all’amore “cortese” e sofferto tra lo stesso Elessar e l’immortale elfa Arwen; o ancora la simbologia di luoghi come foreste e montagne innevate, simbolo delle prove immani, a volte insuperabili, che l’eroe deve affrontare e superare; infine alla nostalgia romantica per il passato cavalleresco ormai perduto.

Nel Medioevo del Signore degli Anelli trovano espressione valori e ideali altissimi, contro i quali si scagliano gli ingranaggi, la “materia” e la corruzione, rappresentati da Mordor e Isengard. Da un lato, quindi, potremmo rintracciarvi un Medioevo “idilliaco”, un mondo puro destinato a lentamente e tristemente a scomparire, di speranza e virtù universali, di ascendenza cortese-cristiana ed elfica. Ma che è insieme gerarchico e ordinato (le genti libere sono in lotta per il ripristino, la renovatio, dell’antico ordine perduto), e dal rispetto di quest’ordine dipende la sopravvivenza, la quiete e lo splendore della Terra di Mezzo. Dall’altro lato le tenebre, le macchine, l’industrializzazione di massa, la brama di potere e di conquista che minano l’esistenza di questo fantasioso spazio medievale, e che tragicamente coincidono con la devastazione della Natura. Quella Natura primordiale di cui Tolkien è romanticamente innamorato, e nel contempo consapevole del suo ineluttabile declino. L’Età e la Terra del Male, Mordor, la grande metafora del mondo Moderno: è possibile leggervi una critica alla modernità, in crisi per la progressiva perdita di un senso profondo e antico della vita, di valori di libertà, giustizia, corporativismo, e che il Signore degli Anelli cerca di riportare alla luce e alla verità.

Vi è, inoltre, nell’opera tolkeniana, una chiara ripresa dei temi principali del romance medievale: lo schema narrativo articolato e circolare, l’esperienza assoluta del cavaliere, irretito nel corso della sua adventure, durante la quale raggiunge il perfezionamento etico e spirituale – può essere, ad esempio, il caso di Aragorn o di Eowyn – e il viaggio dell’eroe solitario, destinato ad una crescita umana e personale che ha, tuttavia, un riflesso positivo sul contesto circostante.

Questo schema narrativo deriva direttamente dal monomito, il modello narrativo e tematico presente nella letteratura e nella mitologia di tutti i popoli sin dall’antichità. Monomiti esemplari possono essere considerati i viaggi ciclici, di evoluzione personale, di prova, innalzamento e di propagazione del messaggio religioso/divino, di figure profetiche o epiche come Gesù e Mosè (per ebrei e cristiani, l’Antico e il Nuovo Testamento), di Gautama Buddha (buddhismo) e Gilgamesh (mitologia sumera).

Come nel mito infatti, scrive John Campbell, noi «dobbiamo essere disposti a sbarazzarci della vita che abbiamo pianificato, per avere la vita che abbiamo sempre sognato», compiere quindi un balzo, accettare il cambiamento che, seppur, in un primo momento, comporta l’allontanamento dalla zona di comfort (la Contea per Bilbo e Frodo) quindi la sofferenza, in un secondo momento, attraverso il viaggio iniziatico e il superamento di pericoli materiali e – soprattutto – immateriali, ci conduce ad una condizione più alta del nostro essere, ad un più profondo livello di coscienza.

Quindi da qui l’eroe, compiuto il suo cammino, tipico del mito e della letteratura che prende spunto da questi motivi archetipici, come il romance e il fantasy epico, cambiato, radicalmente, pienamente consapevole di se stesso, si emancipa, attraverso l’avventura solitaria, dal nucleo familiare e dall’autorità paterna, dalla quale inizialmente dipendeva (tematica che ritroviamo molto presente nel “Galvano e il Cavaliere Verde”, testo studiato da Tolkien).

In tal senso il Signore degli Anelli è un romance sia nella struttura e che nella narrazione, avendo ereditato dal genere letterario medievale il fulcro della quest.

La quest è il viaggio fantastico dell’eroe, la sua “ricerca”, attraverso la quale egli matura interiormente e completamente e, determinando la sconfitta del male, ritrova piena coscienza di se stesso, rinasce, nella scoperta di un nuovo senso della vita e del reale. La quest di Frodo porterà infatti l’eroe alla scoperta di valori morali fondamentali, senza i quali sarebbe impossibile raggiungere la vittoria finale: l’amicizia, la solidarietà, ma, soprattutto – e qui sta la grandezza del personaggio – l’accettazione della morte e il sacrificio in virtù di un dovere più alto, al quale è giusto e doverono sacrificare non soltanto la tranquillità e il benessere della quotidianità (il pacifico ordine della vita nella Contea), ma anche la vita.

In quanto romance Il Signore degli Anelli presenta anche la tipica struttura circolare del Tempo e dell’avventura del protagonista. Le vicende centrali del romanzo durano un anno, iniziando ad autunno e terminando l’autunno dell’anno successivo (una stagione dolce ma, nello stesso tempo, malinconica e nostalgica), a simboleggiare l’inevitabile tramonto della Terza Era e la scomparsa di numerose razze, destinate a decadere e a lasciare il posto agli Uomini. Circolare anche il viaggio dell’eroe che, partito dalla Contea, vi fa ritorno prima della fine della storia. Questa circolarità è rappresentata compiutamente dall’Anello del Potere, l’oggetto da distruggere attraverso la quest. L’opera si concentra tuttavia non sulla rinuncia al potere ma nell’individuare quei valori che spingono il protagonista a compiere un’impresa disperata, valori che, fondamentalmente, sono intrinsecamente cristiani.

Frodo, infatti, non è un eroe nel senso convenzionale del termine, ma uno hobbit, un “mezz’uomo”, inoltre orfano e adottato. Eppure è per il bene del mondo cui appartiene che sceglie, di propria iniziativa, di compiere la quest. A muoverlo nel profondo del cuore è l’aspirazione ad una conoscenza spirituale più alta, pura, che può essere raggiunta solo attraverso il dolore e il superamento di un conflitto interno duro, sofferente, sincero. All’inizio della quest Frodo deve essere guidato in questa impresa, ha quindi bisogno di figure protettive, che hanno già preso coscienza del loro ruolo nella storia e nelle trame della Guerra dell’Anello. Sono queste principalmente il mago Gandalf e Aragorn.

La sua crescita esistenziale è determinata dalla lotta contro il potere dell’Anello, che tenta di corromperlo sempre di più via via che Frodo si avvicina a Mordor. L’Anello tenta di dissuaderlo dall’impresa. E l’eroe, comprendendo che solo nell’oscura e impenetrabile dimora di Sauron, sede del «Male che non dorme mai» e di tenebre inenarrabili, potrà distruggere l’Anello, sceglie di proseguire solo, ad un certo punto della quest, per non mettere in rischio la vita dei suoi compagni, assumendo pienamente la responsabilità totale delle proprie azioni, nei confronti di sé stesso e dei suoi amici.

Restano con Frodo, nel corso del viaggio, il fedele hobbit Sam Gamgee e Gollum, l’infima creatura, che guiderà Frodo fin dentro Mordor, pur rappresentando narrativamente e simbolicamente la parte oscura della coscienza di Frodo e tradendolo infine.

Il tradimento della creatura corrisponde a un’altra serie di sofferenze quasi cristologiche, che il personaggio vive fino al termine della quest: il morso del ragno Shelob, il rapimento da parte degli Orchi, quindi la derisione e l’umiliazione. Ma Frodo continua nella sua impresa, combatte contro il volere dell’Anello, nonostante sia reso sempre più stremato e debole da esso, finché, un istante prima di distruggerlo, non ne viene sopraffatto e soggiogato. E a questo punto che interviene Gollum che ingaggia un combattimento con Frodo, ne esce vincitore, per pochi attimi, riuscendo a ottenere l’Anello, ma viene scaraventato, infine, dal protagonista nella voragine infuocata dell’Orodruin, perendo insieme all’Anello. È questo l’evento che determina la fine della quest e la sconfitta di Sauron.

In questa vicenda è attiva quella visione provvidenziale del mondo tipica di Tolkien, segno di come la volontà divina sia sempre presente, una costante nel Signore degli Anelli, e trovi piena realizzazione quando la volontà libera dell’uomo si armonizza con essa.

Ciò avviene dal momento in cui il protagonista sceglie la compassione alla spada, la carità verso i nemici, anziché l’odio, il che è un tratto distintivo della concezione cristiana della vita. Anche Bilbo aveva risparmiato la vita a Gollum ne Lo Hobbit, mosso a pietà dalle condizioni della creatura, ed è la stessa pietà a fermare la mano di Frodo al primo incontro con l’essere:

«No», disse Frodo. «Se decidiamo di ucciderlo, dobbiamo farlo immediatamente. Ma una tale azione non ci è permessa così come stanno le cose. Povero disgraziato! Non ci ha fatto alcun male».

[…]

Rimase un attimo silenzioso a riflettere. Gollum giaceva immobile e aveva smesso di piagnucolare. Sam lo guardava con cipiglio. A Frodo parve improvvisamente di udire, distinte ma lontane, voci del passato:

“Che peccato che Bilbo non abbia trafitto con la sua spada quella vile ed ignobile creatura quando ne ebbe l’occasione! Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano. Pietà e Misericordia: egli non volle colpire senza necessità.

Non ho nessuna pietà per Gollum. Merita la morte.

Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E alcuni che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi, sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.”

Appare dunque chiaro come nel disegno tolkeniano la carità e l’amore avvicinino l’uomo a Dio e, quindi, conseguenzialmente, nel momento decisivo, chi le ha praticate può beneficiare del suo intervento provvidenziale. Distrutto l’Anello, riportato l’ordine sulla natura e posto fine agli stravolgimenti del dominio di Sauron, l’eroe resta comunque ferito dalla lotta contro sé stesso: sarà infatti costretto a portare perennemente un segno indelebile della sua nuova consapevolezza sulla propria anima e sulla propria pelle (è la ferita infertagli su Colle Vento dal Re Stregone di Angmar con un pugnale Morgul, una lama “maledetta”).

La Terra di Mezzo, salva grazie al sacrificio del protagonista, non sarà tuttavia sufficiente ad appagare il desiderio di Frodo di riconciliazione con il trascendente, assaporato durante la missione, così partirà, da privilegiato, verso Valinor, il regno beato degli Elfi e degli Valar. Il viaggio di Frodo diventa così il viaggio dell’umanità, poiché ne rappresenta le massime aspirazioni, e il genere umano, ormai salvo, cessata la brama suprema di dominio sulla natura di Sauron, ha finalmente l’occasione di recuperare il privilegiato equilibrio tra spiritualità e realtà fisica.


Il testo qui presentato è una versione aggiornata e pubblicata con il permesso dell’autore dei testi originalmente pubblicato sul blog Gli Annali della Terra di Mezzo.

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