Due menti luminose, unite dal mito. Questa è la storia di un legame che fece nascere mondi immortali.
Quando pronunciamo i nomi di J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, evochiamo immediatamente due universi narrativi che hanno ridefinito il fantastico moderno: la Terra di Mezzo e Narnia. Ma dietro queste creazioni immortali, c’è un’altra storia, meno nota (forse), ma altrettanto affascinante: quella di un’amicizia intensa e, a tratti, complessa, che ha plasmato entrambi gli autori e il panorama letterario del Novecento.
Questa è la storia di due professori di Oxford che si incontrarono in un martedì di maggio del 1926, divennero fratelli intellettuali e spirituali, costruirono insieme mondi di parole e miti, per poi allontanarsi lentamente, lasciando dietro di sé un’eredità indelebile e domande ancora aperte.
L’inizio: una sintonia inaspettata (1926–1931)
Il primo incontro
Nel maggio del 1926, J.R.R. Tolkien e Clive Staples Lewis, da poco assunto come tutor al Magdalen College, si incontrarono durante una riunione della facoltà di inglese a Oxford.
Lewis, che all’epoca era un ateo convinto e nutriva pregiudizi verso i cattolici e i filologi (Tolkien era entrambi), descrisse Tolkien come “un ometto tranquillo, pallido e loquace, al quale, però, sarebbero giovati due o tre ceffoni”. Le prime impressioni, si sa, bene o male non sempre determinano il futuro delle relazioni.
Forse fu la passione comune per i miti nordici, per Beowulf, per le saghe islandesi e i poemi anglosassoni. L’amore condiviso per le lingue antiche e per la “gioia della parola”, quel piacere quasi infantile nel modellare suoni, significati, mondi interi a partire da radici linguistiche dimenticate, e nel giro di pochi mesi, i due divennero inseparabili.
Le passeggiate e le conversazioni notturne
Tolkien e Lewis iniziarono a incontrarsi regolarmente: lunghe passeggiate sull’Addison’s Walk, il viale alberato del Magdalen College. Conversazioni che si prolungavano fino all’alba nelle stanze ricolme di libri, discussioni appassionate su tutto, dalla filologia alla teologia, dalla poesia alla natura stessa del mito come veicolo di verità.
In una celebre conversazione notturna del 19 settembre 1931, camminando sotto le fronde dell’Addison’s insieme all’amico e accademico Hugo Dyson, accadde qualcosa che avrebbe cambiato la vita di Lewis.
In quel dialogo a tre voci Tolkien, supportato da Dyson, pronunciò l’idea decisiva: i miti pagani non sono “belle menzogne”, ma echi frammentati di una verità più grande. Il Vangelo, spiegarono a un Lewis ancora scettico, non era altro che un “mito vero”. Una storia che possedeva la stessa qualità dei miti che amavano, ma con la sconvolgente differenza di essere accaduta realmente nella Storia.1
Per Lewis fu una rivelazione. Tanto che, nell’autunno del 1931, completò il suo cammino verso il cristianesimo. E a Tolkien scrisse questo: “Tu hai avuto una parte enorme in questo.”
L’età d’oro: gli inklings e la sub-creazione condivisa (1933–1949)
Il circolo degli Inklings
Dal 1933, Tolkien e Lewis divennero il cuore pulsante degli Inklings, un gruppo informale di scrittori, poeti e accademici che si riuniva settimanalmente al pub The Eagle and Child (soprannominato affettuosamente “The Bird and Baby”) e nelle stanze di Lewis al Magdalen College.
Qui, tra birre scure, pipe fumanti e risate, nacquero opere immortali: Il Signore degli Anelli e Le Cronache di Narnia. I due si leggevano a vicenda i capitoli ancora in bozza, si criticavano con franchezza brutale ma affettuosa, si incoraggiavano nei momenti di sconforto creativo.
Gli Inklings non erano solo un circolo letterario: erano una fraternità spirituale e intellettuale, un luogo dove il mito veniva preso sul serio, dove la fantasia non era fuga dalla realtà, ma mezzo per comprenderla più profondamente.
L’influenza reciproca
Lewis incoraggiò Tolkien a non abbandonare la scrittura del Signore degli Anelli quando questi, scoraggiato e ossessionato dalla perfezione linguistica, pensava di lasciare tutto incompiuto. Durante le riunioni degli Inklings, Lewis ascoltava capitolo dopo capitolo, commentando con entusiasmo sincero e spingendo Tolkien a proseguire. Senza quel sostegno morale costante, come testimoniato dallo stesso Tolkien in diverse lettere, è possibile che il Signore degli Anelli sarebbe rimasto incompiuto.
“Tollers, tu devi finirlo.” gli disse più volte “Il mondo ha bisogno di questa storia.”
Tolkien, dal canto suo, ispirò Lewis con la sua visione della sub-creazione: l’idea che creare mondi immaginari fosse un atto sacro, una eco della creatività divina. Nel suo saggio Sulle fiabe, Tolkien scriverà che l’uomo, creato a immagine di Dio, è chiamato a essere “sub-creator”, un co-creatore che partecipa, con umiltà, al gesto divino originario. Scrivere fantasy non era un gioco infantile, ma un modo per partecipare al mistero stesso della Creazione.
Lewis applicò questo concetto alla sua opera, pur con un approccio più allegorico, più diretto e meno preoccupato della coerenza interna del mondo fantastico.
Furono anni di fecondità straordinaria per entrambi. Anni in cui l’amicizia era sinonimo di stimolo, sfida, crescita reciproca. Anni in cui il mito si faceva carne nelle stanze di Oxford.
Le prime crepe: divergenze creative e personali (1950–1954)
“Troppo allegoria, troppo poco mito”
Ma le differenze, a lungo sopite, iniziarono a emergere con crescente evidenza. Quando Lewis pubblicò Il leone, la strega e l’armadio nel 1950, Tolkien fu diciamo… tiepido? Beh, diciamo pure decisamente critico.
Trovava Narnia troppo allegorica, troppo esplicita nel suo simbolismo cristiano. Gli dava fastidio l’incoerenza del mondo creato: secondo testimonianze di amici comuni, Tolkien si chiedeva perplesso come fosse possibile inserire Babbo Natale in un universo fantasy. E soprattutto, sentiva che Lewis stesse scrivendo troppo in fretta, senza la cura meticolosa, quasi maniacale, che Tolkien riteneva necessaria per costruire un mondo credibile.
Per Tolkien, un mondo secondario doveva avere la consistenza interna della realtà: lingue, genealogie, geografie coerenti. Lewis, invece, privilegiava il messaggio e la potenza evocativa dell’immagine, anche a costo di qualche incongruenza narrativa.
Lewis, ferito ma determinato, continuò comunque a pubblicare. E il successo di Narnia fu immediato e travolgente. Un successo popolare che Tolkien osservava con un misto di ammirazione e una possibile punta di invidia.
Il matrimonio con Joy Davidman
Nel 1956, Lewis sposò Joy Davidman, una scrittrice americana, divorziata e convertita al cristianesimo. Per Tolkien, cattolico devoto e rigoroso sui temi del matrimonio e della dottrina, questo rappresentò un elemento di disagio.
Non approvava pienamente il matrimonio (anche se inizialmente era stato celebrato solo civilmente per permettere a Joy di ottenere il visto britannico), e trovava Joy tanto diversa dal mondo accademico, riservato e prevalentemente maschile di Oxford. Joy parlava senza filtri, rideva forte, sfidava le convenzioni. E Tolkien, uomo del suo tempo, faceva fatica a relazionarsi con questa presenza così viva e diretta.
Le cene a quattro (JRR, Edith, CS e Joy) divennero sempre più rare, poi cessarono del tutto. Questo fu uno dei fattori, insieme alle divergenze letterarie e al crescente successo pubblico di Lewis come apologeta, che contribuirono al progressivo allontanamento tra i due amici.
L’allontanamento: silenzi e rimpianti (1955–1963)
Successo e risentimento
Quando Il Signore degli Anelli fu finalmente pubblicato tra il 1954 e il 1955, Lewis ne scrisse una recensione entusiastica, elogiandolo come un capolavoro. Ma Tolkien, ipersensibile e profondamente autocritico, sentiva che l’amico non capiva davvero la profondità e la complessità della sua opera. E, forse, si sentiva troppo distante dalla facilità con cui Lewis scriveva e pubblicava, mentre lui aveva impiegato quasi vent’anni per completare il suo capolavoro, e ancora sentiva che non era perfetto.
A pesare sul distacco vi furono anche questioni di fede e sensibilità ecclesiale: Tolkien, cattolico devoto e riservato, guardava con disagio crescente al ruolo pubblico di Lewis come apologeta anglicano di massa. Lewis era ovunque: alla radio BBC, nei giornali, nei dibattiti pubblici. Per Tolkien, uomo discreto e quasi monastico nel suo rapporto con la fede, questa sovraesposizione mediatica era aliena, e forse anche un po’ “volgare”.
Lewis, dal canto suo, si sentiva respinto. Tolkien non leggeva più i suoi libri con la stessa attenzione di un tempo, non partecipava più agli incontri degli Inklings con l’entusiasmo contagioso degli anni ’30. Le lettere si diradarono. Gli inviti rimasero senza risposta.
La morte di Lewis
Il 22 novembre 1963, lo stesso giorno dell’assassinio di Kennedy, che eclissò la notizia sui giornali, C.S. Lewis morì nella sua casa di Oxford, The Kilns, consumato dal dolore per la perdita di Joy e da una salute ormai precaria.
Tolkien partecipò al funerale. Le sue lettere successive rivelano un dolore misto a rimpianto profondo. Dopo l’ultimo saluto a CS, scrisse alla figlia: “…Finora ho provato i sentimenti normali di un uomo della mia età – come un vecchio albero che perde tutte le sue foglie una ad una: questo sembra un colpo d’ascia vicino alle radici. È molto triste che ci siamo separati così tanto negli ultimi anni; ma il nostro tempo di stretta comunione è durato nella memoria per entrambi.“. Tolkien si sentiva come se gli avessero reciso una parte di sé, Lewis era stato il suo più caro amico “del mondo esterno”, tra loro si era creata una distanza incolmabile negli ultimi anni, fatta di incomprensioni, orgoglio ferito, vite che avevano preso strade diverse. Ma il filo che li legava ha perdurato nel tempo.
L’eredità: un’amicizia che vive nei mondi che hanno creato
Cosa ci resta?
L’amicizia tra Tolkien e Lewis non ebbe un lieto fine da romanzo. Non ci fu una grande riconciliazione, nessun momento catartico degno di una scena da film. Solo l’eco di conversazioni incompiute, di affetti mai del tutto spenti, di rimpianti taciuti.
Eppure, quella fraternità intellettuale e spirituale plasmò la letteratura del XX secolo. Senza Tolkien, chissà se Lewis si sarebbe mai convertito. E Narnia? Sarebbe mai esistita? Senza Lewis, Tolkien avrebbe finito Il Signore degli Anelli?
Luci e ombre
La loro storia ci ricorda che le grandi amicizie non sono perfette. Possono incrinarsi, ferire, deludere. Possono finire senza parole di addio. Ma anche nelle crepe, possono lasciare qualcosa di prezioso: opere immortali, idee che cambiano il mondo, e la consapevolezza che, per un tempo, fosse anche breve, due menti straordinarie hanno camminato insieme.
Forse la loro amicizia era destinata a essere così: intensa, feconda e imperfetta. Come un mito vero.
Conclusione
Oggi, quando leggiamo della Compagnia dell’Anello o dei viaggi di Lucy e Edmund attraverso l’armadio magico, stiamo leggendo anche l’eco di quelle serate al Bird and Baby, delle passeggiate notturne lungo l’Addison’s Walk, delle risate e delle dispute tra due amici che credevano nel potere delle storie.
Tolkien e Lewis ci hanno insegnato che i mondi immaginari possono dire verità profonde. Ma ci hanno anche mostrato, nelle pieghe della loro amicizia, che anche i legami più luminosi possono offuscarsi, e che questo non li rende meno preziosi.
Se andiamo a osservare da vicino ciò che sappiamo delle storie di questi due grandi scrittori: la loro infanzia segnata da vicende familiari non semplici, e in seguito dalla guerra, vediamo che le loro vite, in un certo senso, si somigliavano. Tutto è molto più complesso di ciò che, con mai sufficiente profondità, possiamo cogliere delle loro vite e dell’amicizia che li ha legati e sostenuti negli anni più fertili.
Forse la loro storia è essa stessa un mito: come abbiamo detto non perfetto, non consolatorio, ma molto umano. E, come tutti i grandi miti, continua a parlarci ancora oggi.
Cenni di approfondimento
Chi erano gli Inklings oltre Tolkien e Lewis?
Gli Inklings non erano un club formale, ma un gruppo di amici accomunati dall’amore per la letteratura, il cristianesimo e la discussione vivace. Tra i membri più attivi ricordiamo:
Charles Williams – poeta, romanziere e teologo, figura chiave fino alla sua morte nel 1945. La sua perdita segnò profondamente sia Tolkien che Lewis.
Owen Barfield – filosofo e amico di lunga data di Lewis, autore di opere sulla lingua e l’immaginazione.
Hugo Dyson – vivace critico letterario, spesso impaziente con le lunghe letture di Tolkien (“Oh no, non un altro elfo!” esclamò una volta).
Christopher Tolkien – figlio di J.R.R., partecipò occasionalmente alle riunioni e fu il custode postumo dell’opera paterna.
Per saperne di PIÙ
Chi desidera scoprire più a fondo la storia dell’amicizia tra J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, può leggere le Lettere di Tolkien (Bompiani), dove emergono ricordi e riflessioni vive sul legame con Lewis e sul loro tempo a Oxford.
E ancora…
Gli Inklings. C.S. Lewis, J.R.R. Tolkien e i loro amicidi Humphrey Carpenter (Marietti Editore – 2011), che racconta le riunioni settimanali, l’atmosfera unica del pub “The Eagle and Child” e la dinamica creativa del gruppo.
J.R.R. Tolkien. Una biografiadi Humphrey Carpenter (Bompiani) offre un ritratto personale e dettagliato del Professore, con ampio spazio dedicato al rapporto con Lewis.
Sorpreso dalla gioiadi C.S. Lewis (Jaca Book), autobiografia in cui l’autore racconta la propria conversione e il ruolo decisivo di Tolkien in quel percorso.
L’espressione – «un mito vero» / «a true myth» – non la pronunciò Tolkien, ma è proprio il concetto che egli espose quella sera del 19 settembre 1931 durante la passeggiata sull’Addison’s Walk. La frase celebre compare nella lettera di Lewis, non negli scritti di Tolkien. ↩︎
Napoletana, Classe '76. Mamma con un diploma da insegnante nel cassetto. Appassionata frequentatrice e fruitrice di cinema, videogiochi, serie tv, libri, musica. Incontra per la prima volta John Ronald Reuel Tolkien molto giovane, grazie a una cara amica. Entrata in questo grande gruppo di appassionati e professionisti grazie all’amico Giuseppe Scattolini, oggi fa parte dei coordinatori e collabora alla cura del gruppo revisori, del sito e delle pagine social di Tolkien Italia.
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