Nel precedente articolo abbiamo esplorato il longing: quella nostalgia dolce e ferita che attraversa l’opera di Tolkien e orienta i suoi personaggi verso una bellezza riconosciuta come vera, anche quando non è più pienamente accessibile.
Lì il desiderio era ancora tensione, slancio. Ma cosa accade quando il desiderio non si spegne e, tuttavia, non trova più un luogo in cui dimorare? Quando continua a esistere intatto, mentre il mondo che lo ha generato si consuma?
È in questo spazio che prende forma la stanchezza del mondo. Essa non è un sentimento opposto al longing, ma è possibile percepirla come suo esito più profondo: ciò che nasce quando il desiderio attraversa il tempo senza venir meno, e il tempo non riesce più a sostenerlo.
Il ponte: dal desiderio alla stanchezza
Se il longing è nostalgia di bellezza perduta, la stanchezza nasce quando quella tensione non trova più corrispondenza nel mondo. Gli Elfi non smettono mai di amare la Terra di Mezzo; al contrario, continuano ad amarla con un’intensità che il tempo rende tendenzialmente sempre più dolorosa.
La loro immortalità li condanna a una memoria ininterrotta. Vedono il mutamento, ricordano ciò che è stato e, proprio per questo, percepiscono con chiarezza ciò che via via va sfaldandosi. Il desiderio resta, ma la realtà non riesce più a contenerlo.
È qui che il longing cambia natura. Non si spegne: persiste oltre la capacità del mondo di sostenerlo.
E la stanchezza non nasce dalla perdita dell’amore per Arda, ma dal suo permanere in un mondo che lentamente si sta deteriorando.
Immaginare un Elfo significa immaginare qualcuno che ricorda ogni primavera passata, ogni foresta ferita, ogni canto nella sua forma originaria. Col tempo, il ricordo diventa più forte della presenza. E non perché il presente sia privo di bellezza, ma perché non riesce più a reggerne il peso.
Arda ferita e il peso della memoria
In origine, gli Elfi non erano destinati alla stanchezza. Nel disegno di Ilúvatar, la loro immortalità era parte dell’armonia di Arda. Ma dopo la sua ferita (Arda Marred), anche la bellezza divenne soggetta al logoramento, e gli Elfi, legati indissolubilmente al mondo, ne condivisero la fatica.
Gli Uomini, destinati alla morte, trovano nella fine del loro viaggio una forma di liberazione dal peso del mondo; gli Elfi, invece, scelgono di restare, vincolati da un amore profondo per la Terra di Mezzo, e proprio questa fedeltà li rende in un certo senso “prigionieri” del tempo e della memoria.
La trappola del tempo e i Tre Anelli
In questo spazio di tensione si colloca il ruolo dei Tre Anelli degli Elfi. Vilya, Nenya e Narya non nascono per dominare, ma per preservare: per curare, custodire, rallentare l’erosione del tempo.
Il loro potere non impone una nuova forma al mondo; tenta piuttosto di trattenere quella che già esiste.
Galadriel ed Elrond lo usano con lucidità, non per illusione. Sanno che la Terra di Mezzo non può essere salvata dal declino, ma cercano di creare luoghi in cui la bellezza possa ancora durare senza spezzarsi.
Rivendell e Lórien diventano così spazi sospesi. Non fuori dal tempo, ma protetti dal suo consumo più rapido. Questo tentativo nasce direttamente dal longing: è il desiderio di continuare ad abitare ciò che si ama, pur sapendo che non potrà durare per sempre.
I Tre Anelli non eliminano la stanchezza: la rimandano, la tengono a distanza, permettono al desiderio di respirare ancora un po’. Ma quando il loro potere svanisce, la stanchezza ritorna più profonda.
Tolkien non presenta questa scelta come un errore morale, ma come una risposta tragica e compassionevole alla condizione degli Elfi. Preservare non è negare il tempo: è tentare di renderlo abitabile. Eppure, anche questa forma di resistenza ha un costo. Più a lungo il desiderio viene trattenuto in un mondo che cambia, più doloroso diventa il momento del distacco.
Il Dono degli Uomini e il destino degli Elfi
In questo contesto, il cosiddetto Dono degli Uomini assume una luce nuova. La morte, spesso temuta e fraintesa, è ciò che permette agli Uomini di non consumarsi insieme al mondo. Essi attraversano Arda per un tempo limitato, poi se ne distaccano, tornando, secondo il disegno di Ilúvatar, a un destino che si estende oltre i confini del mondo.
Gli Elfi, invece, sono legati ai cicli di Arda finché essa durerà. Non possono realmente andarsene senza rinunciare alle terre che hanno amato. La loro stanchezza non è desiderio di fine, ma il risultato di un longing che ha attraversato i secoli senza trovare compimento. Continuano ad amare la Terra di Mezzo, ma la amano con la lucidità dolorosa di chi vede ogni bellezza consumarsi sotto i propri occhi.
L’Ultima Nave
Quando Frodo sale sulla nave ai Porti Grigi, non porta con sé soltanto le ferite del corpo o il ricordo del dolore. Porta un desiderio che non trova più luogo in cui posarsi. Come gli Elfi, ha continuato ad amare la Terra di Mezzo anche dopo averne visto le ombre più profonde, e proprio per questo non riesce più ad abitarla come prima. In lui, il longing non si è spento: si è trasformato.
Non è più slancio verso l’avventura né semplice nostalgia, ma consapevolezza che la bellezza, riconosciuta come vera, non può più durare nel tempo che scorre e consuma.
La stanchezza nasce da questo scarto: non dal rifiuto del mondo, ma dall’impossibilità di sostenerlo ancora senza spezzarsi.
L’Ultima Nave non è una fuga né una ricompensa. È il luogo in cui il desiderio può finalmente smettere di lottare contro il tempo. Valinor non guarisce perché cancella il passato, ma perché lo accoglie senza logoramento: uno spazio in cui memoria e presenza non sono più in conflitto.
Epilogo(?)
In conclusione, la stanchezza del mondo non nega il longing, ne è la prova estrema: il segno che il desiderio ha saputo resistere più a lungo del luogo che lo ha generato.
Da questa stanchezza nasce una quiete nuova. Quando il desiderio smette di lottare contro il tempo e si affida alla sua corrente, si apre lo spazio per una speranza più profonda: quella che riconosce che nulla di amato è davvero perduto.
Per questo Tolkien non chiude sul crepuscolo, ma su un mattino più grande: la bellezza ferita trova un’altra dimora, e il mondo stanco non è l’ultima parola. Ogni partenza contiene già un approdo, ogni fine prepara la forma di un ritorno.
Così il longing non muore: si trasfigura. Diventa speranza, diventa fede nella luce che rimane. La stessa luce che, oltre i Circoli del Mondo, continua a riflettersi in coloro che restano e non smettono di ricordare.
Per approfondire
- J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, a cura di C. Tolkien, Bompiani, Milano 2015
- J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani, Milano 2020 (trad. Fatica)
- J.R.R. Tolkien, Lettere 1914-1973, Bompiani, 2018
- J.R.R. Tolkien, Morgoth’s Ring (The History of Middle-earth, X), HarperCollins, 1995
Napoletana, Classe '76. Mamma con un diploma da insegnante nel cassetto. Appassionata frequentatrice e fruitrice di cinema, videogiochi, serie tv, libri, musica. Incontra per la prima volta John Ronald Reuel Tolkien molto giovane, grazie a una cara amica. Entrata in questo grande gruppo di appassionati e professionisti grazie all’amico Giuseppe Scattolini, oggi fa parte dei coordinatori e collabora alla cura del gruppo revisori, del sito e delle pagine social di Tolkien Italia.


