Tra i personaggi del Signore degli Anelli, Faramir rappresenta un modello alternativo di eroismo: un guerriero che rifiuta il potere, un capitano che ama la sapienza più della gloria, un uomo che incarna la forza morale senza rinunciare alla compassione. Attraverso di lui, Tolkien costruisce una riflessione profonda sulla natura della virilità e sul significato autentico del coraggio.
Un altro tipo di forza
In un mondo letterario popolato da re, guerrieri e stregoni, il personaggio di Faramir brilla per la sua quieta sobrietà. È, come lo definisce Tolkien stesso: «[…] evidentemente coraggioso e risoluto, ma anche modesto, equanime e scrupolosamente onesto, e molto compassionevole.» (Lettere, n. 244).
A prima vista Faramir può sembrare un personaggio di secondo piano, un’ombra del fratello Boromir o una funzione di raccordo nella trama militare di Gondor. Ma a ben guardare è uno dei ritratti più compiuti del maschile nell’universo tolkieniano: un uomo che sa vedere la guerra senza amarla, che comanda con misura, e che incarna quella forza morale silenziosa di cui, proprio oggi, si avverte il bisogno.
Il suo rifiuto della forza bruta lo pone in netto contrasto con la visione tradizionale del guerriero eroico, che in Tolkien appare comunque in figure come Aragorn o Théoden. Faramir, invece, rifiuta l’Anello come rifiuta il potere, pronunciando una delle frasi più significative dell’intera trilogia:
«Ma non temere! Io non prenderei questa cosa, neanche se fosse abbandonata ai bordi della strada. E neanche se Minas Tirith cadesse in rovina e io solo fossi in grado di salvarla, usando l’arma dell’Oscuro Signore per il suo bene e per la mia gloria. No, io non desidero certi trionfi, Frodo figlio di Drogo.”»
(Le due Torri, libro IV, capitolo 5)
Questa dichiarazione — semplice, quasi dimessa — è la pietra angolare di un’etica alternativa. Mentre Boromir soccombe alla tentazione di usare il male per un fine buono, Faramir sceglie la rinuncia. In Tolkien, la forza autentica non è nell’imporre ma nel “trattenere”, la capacità di resistere all’impulso: e Faramir incarna esattamente questo principio.

Il guerriero che non ama la guerra
Ma è nell’incontro con Frodo e Sam, nel suo rifugio nascosto di Henneth Annûn — la Finestra del Tramonto — che Faramir rivela la profondità del suo pensiero. Qui, dietro la cascata nell’Ithilien, pronuncia parole che risuonano come un manifesto antimilitarista:
«[…] …non amo la spada lucente per il taglio, né la freccia per la rapidità, né il guerriero per la gloria. Amo solo quel che difendono… […]”» (Le due Torri, libro IV, capitolo 5)
Faramir combatte per necessità ma non per ambizione, e difende la vita, non insegue la conquista. La sua è una guerriglia pensata, una resistenza morale prima ancora che militare.
Tolkien, veterano della Somme, aveva conosciuto l’orrore della violenza e la vulnerabilità dei giovani soldati. Non sorprende che nei suoi scritti la guerra appaia non come un’arena di gloria, ma come una prova dell’anima. Faramir è il figlio che apprende a combattere senza perdere l’umanità, un soldato che sa che la vera vittoria sta nel preservare ciò che è buono.
Tolkien e l’educazione dei sentimenti
Molte letture contemporanee del Signore degli Anelli (vedi Tom Shippey) hanno insistito sulla pluralità di modelli maschili che attraversano la saga. Da Aragorn, re restauratore, a Sam, servo-soldato spinto da lealtà e fede, fino a Frodo, simbolo di vulnerabilità e sacrificio. Tolkien costruisce un mosaico di virilità lontano dagli stereotipi.
In questo ventaglio, Faramir rappresenta il ponte tra la forza eroica e la saggezza contemplativa. Il suo temperamento studioso — ama la poesia, la lingua elfica, la storia antica — lo avvicina alla sensibilità accademica dello stesso autore. Non a caso, a margine della bozza di una lettera indirizzata a Thompson (un lettore non identificato), il Professore scrive: «Se c’è un qualche personaggio che sia “simile a me”, quello è Faramir, tranne per il fatto che a me manca qualcosa che tutti i miei personaggi possiedono (che gli psicoanalisti prendano nota!): il coraggio.» (Lettere, n.180)
È significativo che questo uomo riflessivo, alieno da ogni smania di potere, sia anche colui che meglio comprende la natura morale della guerra. Il suo legame con Gandalf — l’unico vero maestro che Faramir riconosce — è fondamentale: mentre Denethor insegna ai figli l’orgoglio e l’esercizio del potere, Gandalf trasmette a Faramir la pietà e la sapienza. È questa educazione parallela, quasi clandestina, che plasma il carattere del giovane capitano.
Padri, fratelli e il fardello del potere
La contrapposizione tra Faramir e Boromir è insieme familiare e simbolica. Entrambi figli di Denethor, ma generati da due diverse linee morali. Boromir è il primogenito prediletto, muscolare e impulsivo; Faramir, il cadetto silenzioso, eredita invece la saggezza del padre spirituale che avrebbe voluto: Gandalf.
Si può leggere questo triangolo come un discorso sulla mascolinità ereditaria: Boromir incarna l’uomo dell’antico ordine, plasmato nel culto della forza; Faramir è l’erede di una mascolinità diversa, che rifiuta il dogma dell’autorità e della violenza.
Denethor rappresenta il patriarca autoritario incapace di comprendere l’emotività dei figli. La ribellione dolce di Faramir, dunque, non è solo familiare, ma culturale: Tolkien scardina il modello dell’uomo che non deve mostrare sentimenti e che misura il proprio valore con la spada.

La gentilezza come eroismo
Come già accennato, dunque, la guerra di Faramir è morale prima che militare. Quando incontra Frodo e Sam nell’Ithilien, non li giudica come nemici, ma come persone: li ascolta, comprende il loro fardello e affida loro la libertà. In un contesto dominato da eserciti e potere, questo gesto di fiducia rappresenta un atto eroico di empatia.
È qui che Tolkien delinea un nuovo paradigma: la gentilezza come virtù virile, la pietà come forza.
Come nota Verlyn Flieger in Schegge di luce, nel cosmo tolkieniano il bene non coincide mai con la potenza, ma con la luce della compassione. Flieger non dedica capitoli specifici a Faramir (il focus è su Silmarillion, Elfi, luce e linguaggio), ma la “legge morale” bene=compassione si applica perfettamente a lui. Il giovane Capitano di Gondor combatte anche una sofferta guerra interiore per non diventare ciò che odia. Questa è la traduzione perfetta di questa legge morale.
Egli ama la poesia e i miti antichi, riconosce nella natura un riflesso del divino: in lui convivono il soldato e il filologo, e per questo rappresenta forse l’eroe più vicino alla persona di Tolkien.
Faramir ed Éowyn: la guarigione reciproca
Nel Ritorno del Re, l’incontro fra Faramir ed Éowyn rappresenta una rara occasione di uguaglianza sentimentale nell’opera di Tolkien. La donna guerriera, provata dal dolore e dal rifiuto di Aragorn, trova in Faramir non il salvatore ma il compagno che la comprende. Egli non tenta di dominarla, ma la rispetta, e nel farlo le restituisce la dignità.
La loro unione, che non è un premio, rende bene l’idea di una catarsi: due esseri feriti che trovano nell’empatia, la via della rinascita.

Un modello alternativo di mascolinità
La grandezza di Faramir è morale, dunque, non marziale. In un’epoca ancora segnata dal mito della competizione e dell’uomo forte, Tolkien costruisce un personaggio che dimostra come coraggio e pietà possano coesistere.
Studi sociologici contemporanei (perché la questione è tutt’altro che superata) parlano di “crisi della virilità dominante” (vedi Michael Kimmel), con la necessità di includere empatia e vulnerabilità nel maschile. Tolkien anticipa decisamente questa intuizione: l’eroe vero non domina, ma rinuncia, come Faramir che conquista l’integrità interiore con la vittoria dell’orgoglio.
La misura del cuore
In Faramir, Tolkien proietta un ideale di uomo profondamente cristiano ma universale: coraggioso e mite, leale e pensoso, guerriero e contemplativo. La sua forza è quella di chi sceglie il bene senza arroganza, di chi resiste al potere seducente dell’Anello perché apprezza il valore della vita semplice.
«[…] sposerò la Bianca Dama di Rohan, se lei lo vorrà. E, sempre se lo vorrà, attraverseremo il Fiume e in giorni più felici ci stabiliremo nel bell’Ithilien a coltivare un giardino. Lì tutto crescerà con gioia […]» (Il Ritorno del Re, libro VI, capitolo 5)
È il “maschile gentile”, la forza che protegge, che guida senza imporre. Faramir cammina silenziosamente tra le macerie di un mondo in guerra, ricordandoci che l’eroismo non si misura dal clangore delle armi, ma dal coraggio di restare umani.
«Il “recovery” (“ristoro”) non è tanto il descrivere la realtà così come è quanto il “vedere le cose così come dovremmo vederle” è il mostrare la realtà delle potenzialità buone dell’essere umano (senza però avere affatto dimenticato quelle cattive).» (Garbowski, recensione in Endoré n.9, 2004)
Bibliografia
- J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, trad. Ottavio Fatica, Bompiani, Milano 2019
- J.R.R. Tolkien, Le Lettere di J.R.R. Tolkien, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien; trad. Lorenzo Gammarelli, Bompiani, Milano 2025
- Humphrey Carpenter, J.R.R. Tolkien. Una biografia, Lindau, 2016
- Tom Shippey, La Via per la Terra di Mezzo, Marietti 1820, 2005
- Verlyn Flieger, Schegge di luce. Linguaggio e Logos nel mondo di Tolkien, Marietti 1820, 2024
Napoletana, Classe '76. Mamma con un diploma da insegnante nel cassetto. Appassionata frequentatrice e fruitrice di cinema, videogiochi, serie tv, libri, musica. Incontra per la prima volta John Ronald Reuel Tolkien molto giovane, grazie a una cara amica. Entrata in questo grande gruppo di appassionati e professionisti grazie all’amico Giuseppe Scattolini, oggi fa parte dei coordinatori e collabora alla cura del gruppo revisori, del sito e delle pagine social di Tolkien Italia.


