Adamo, Babele e il rap: il linguaggio secondo Tolkien

di Maria Laura Piro


Va bene, va tutto bene, sorge la torre di Babele
Tra le macerie, sopra le ceneri dell’Eden fanno un cantiere
Ma troppe voci fanno bla bla bla.
C’era in principio una lingua bambina…
(“Babele” – Marco Anastasio)

Si potrebbe pensare che J. R. R. Tolkien abbia dato forma alle numerose lingue inventate presenti ne “Il Signore degli Anelli” per rendere più credibile la sua storia, ma è esattamente il contrario: egli creò delle storie affinché le lingue da lui inventate avessero uno spazio in cui sembrare reali. Lo affermò lui stesso in una lettera al figlio Christopher:

“Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile per il mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è la verità. (…) era il tentativo di creare una situazione in cui elen síla lúmenn’ omentielmo[1] sarebbe stata una comune formula di saluto[2].

Tolkien creò (o, per usare le sue stesse parole, sub-creò, perché l’invenzione artistica era per lui una forma di sub-creazione) l’Elfico Quenya e Sindarin; l’Ovestron, lingua corrente della Terra di Mezzo; il linguaggio Umanico Adûnaico (Númenoreano); il Khuzdul dei Nani; il Linguaggio Nero di Mordor e molte altre lingue. Di alcune di esse Tolkien delineò la grammatica e un ricco lessico, mentre di altre scrisse solo poche parole. Ma cos’era dunque il linguaggio secondo Tolkien? Per scoprirlo ci viene in aiuto la canzone di un giovane rapper italiano.

Marco Anastasio, venticinque anni, ha vinto la dodicesima edizione di X Factor nel 2018. Il suo ultimo album, “Mielemedicina”, è uscito lo scorso 25 febbraio e contiene delle tracce dai contenuti per nulla banali o scontati. Il titolo richiama il poeta latino Lucrezio, il quale paragona un medico saggio, che per somministrare a un bambino l’amara ma salutare medicina cosparge l’orlo del bicchiere di dolce miele, ai poeti che usano i dolci versi per facilitare l’ascolto dei messaggi amari. La terza traccia, “Babele”, inizia narrando la storia del linguaggio umano a partire dalla Bibbia:

C’era in principio una lingua bambina
Adamo con il dito puntato diceva: “collina,
Nuvola, donna, una mora, squisita,
(…) Parlare è un gioco, giochiamo”
Se Eva e Adamo ad esempio dicevano “vento”
La parola sfiorava il flusso dell’aria
E quasi ricreava il suo suono perfetto
L’indice puntava esattamente sull’oggetto
L’uomo che guardava era una parte del progetto

Anche secondo Tolkien esisteva un originario ed intimo legame tra la parola e la realtà: “l’indice puntava esattamente sull’oggetto”, come scrive Anastasio. Tale legame era così forte che in principio ogni espressione era letterale e non metaforica, basti pensare al dodicesimo capitolo de “Lo Hobbit”, quando Bilbo vede per la prima volta il drago Smaug accovacciato sull’immenso tesoro della Montagna Solitaria:

“Dire che a Bilbo si mozzò il fiato non rende affatto l’idea. Non esistono più parole in grado di esprimere il suo sbalordimento, da quando gli Uomini cambiarono il linguaggio appreso dagli elfi al tempo in cui tutto il mondo era meraviglioso.”[3]

Noi usiamo l’espressione “mozzare il fiato” per indicare un’emozione di sorpresa causata da qualcosa di molto bello o terribile o grandioso, ma la intendiamo quasi sempre in senso metaforico, è solo un modo di dire che rende l’idea, non abbiamo davvero cessato per un istante di respirare. Invece a Bilbo si mozzò letteralmente il fiato. Come Tolkien stesso scrisse in una lettera alla casa editrice Allen & Unwin (la numero 15 del suo epistolario)[4], questo episodio costituisce l’unico riferimento filologico del libro:

“Uno strano modo mitologico di fare riferimento alla filologia linguistica e un punto che (per fortuna) non sarà colto da nessuno che non abbia letto Barfield”.  

Owen Barfield era un amico di Tolkien e soprattutto di C. S. Lewis. Quest’ultimo fu padrino di sua figlia, Lucy Barfield; è proprio per lei che la più piccola fra i protagonisti de “Le Cronache di Narnia” si chiama Lucy ed è a lei che Lewis dedica il primo libro della saga, “Il leone, la strega e l’armadio”. Barfield era un avvocato, ma coltivò sempre la sua passione per la letteratura e la filosofia e partecipò con Tolkien e Lewis ad alcune riunioni degli Inklings. Egli espresse bene la sua concezione del linguaggio in “Poetic Diction”, saggio di filosofia linguistica, che Tolkien lesse nel 1928 venendone profondamente influenzato. Fu proprio Barfield a formulare la teoria dell’unità semantica, secondo cui esiste un’antica unità fra parola e cosa, per cui il linguaggio in origine era potente, mai metaforico ma sempre letterale. Ma quand’è che si incrina questa unità fra parola e realtà, quand’è che l’indice non punta più esattamente sull’oggetto? Torniamo a “Babele”:

Ma quando [Adamo] disse “mela”
Il serpente maledetto disse “uomo, prendila, fanne il tuo strumento”
Quindi lo introdusse alla ragione del possesso
E Adamo staccando la mela dal ramo staccava se stesso
Dal tutto
Si vide nudo, si vide brutto
E le parole divennero strumenti imperfetti
E dopo idoli, e dopo spettri.
Babele non è stata così alta mai
Siamo stati più vicini al cielo
E al contempo così soli

C’è stata dunque una colpa originaria che ha rotto l’unità fra parola e realtà e ha pervertito il linguaggio. Come afferma Anastasio in una recente intervista:

“Al centro della Bibbia c’è il linguaggio, il “logos”. Babele è crollata perché tutti parlavano lingue diverse e la lingua si era alienata da sé stessa e dalla realtà. Oggi ci troviamo in una seconda Babele dove le nostre parole non hanno più alcun significato, sono senza valore. Internet e la bulimia di lettura, l’infinito scorrere delle immagini, tolgono contenuto al linguaggio, che invece è una cosa magica, perché le parole creano. La parola è quello che ci rende uomini. La metafora inizia con Adamo che prende la mela e simbolicamente scopre il possesso, e termina con la Torre di Babele, sempre più alta, simbolo dell’avanzamento della tecnica.”[5]

Oggi dunque la lingua si è tanto specializzata da perdere la sua poeticità, ma, paradossalmente, è anche divenuta strumento di ambiguità e incomunicabilità:

E quando la parola prende il posto del reale
Se è vero solo quello che si riesce a nominare
La mente della gente la potresti controllare
Solamente consegnandogli vocaboli da usare

Questi ultimi versi mostrano quale sia la potenza del linguaggio. Come non pensare alla neolingua di Orwell in “1984”? Infatti, nel famoso romanzo distopico, il regime totalitario impone un’unica nuova lingua e di conseguenza una precisa visione del mondo, impedendo così ogni altra forma di pensiero.

“Babele” di Marco Anastasio quindi ricorda moltissimo la concezione linguistica di Tolkien e Barfield. Non sappiamo a chi si sia ispirato Anastasio, certo è che le idee di Barfield hanno radici ben più antiche di lui: non solo la Bibbia, ma anche Platone e i filosofi neoplatonici, la Cabbala ebraica, s. Agostino, s. Tommaso, Novalis[6]. Invece la linguistica moderna ritiene che il rapporto tra parola e oggetto sia totalmente arbitrario e non ci sia legame fra le due cose; esattamente l’opposto della teoria dell’unità semantica, infatti Tom Shippey, studioso di Tolkien, riferendosi alla linguistica tolkieniana la definisce addirittura eretica[7]; anche se forse tutto ciò rende la teoria dell’unità semantica ancora più affascinante. Cosa significava dunque per Tolkien creare lingue? Probabilmente la creazione linguistica, che il Professore praticava per gioco fin da bambino, divenne con la scoperta della teoria di Barfield un modo di tornare alle origini, a quell’Eden perduto in cui la parola e la realtà erano intimamente legate. Il poeta ha il dono di riportare la lingua alla sua potenza evocativa originaria e alla sua poeticità, come apparve a Frodo quando udì gli Elfi a Lothlorien e come doveva essere quando l’uomo diede un nome alle cose, all’alba del mondo.[8]

Per approfondire:


[1] Elen síla lúmenn’ omentielmo, “una stella brilla sull’ora del nostro incontro”, formula di saluto Quenya. Frodo si rivolge così agli Elfi che incontra nel terzo capitolo de “La Compagnia dell’Anello”, “In tre si è in compagnia”.

[2] “Nobody believes me when I say that my long book is an attempt to create a world in which a form of language agreeable to my personal aesthetic might seem real. But it is true. An enquirer (among many) asked what the L. R.[Lord of the Rings] was all about, and whether it was an «allegory». And I said it was an effort to create a situation in which a common greeting would be elen sìla lumenn’ omentielmo, and that the phase long antedated the book. I never heard any more. But I enjoyed myself immensely and retire to bed really happy”. The Letters of J. R. R. Tolkien – Lettera 205, traduzione a cura di M.L. Piro.

[3] J. R. R. Tolkien, Lo Hobbit annotato da Douglas A. Anderson, Bompiani 2019

[4] “The only philological remark (I think) in The Hobbit is on p. 221 (lines 6-7 from end): an odd mythological way of referring to linguistic philosophy, and a point that will (happily) be missed by any who have not read Barfield.” The Letters of J. R. R. Tolkien – Lettera 15, traduzione tratta da J. R. R. Tolkien, Lo Hobbit annotato da Douglas A. Anderson, Bompiani 2019.

[5] https://www.avvenire.it/agora/pagine/dalla-bibbia-al-cosmo-la-vita-secondo-anastasio

[6] Luisa Paglieri “Tom Bombadil e il suo linguaggio”, in “Barlumi di cose più alte, più profonde o più oscure della sua superficie. L’opera di Tolkien dalla critica accademica al legendarium” a cura di Giuseppe Scattolini, L’arco e la corte, 2021

[7] Tom Shippey, “The road to Middle-Earth”, 2005

[8] Luisa Paglieri “Tom Bombadil e il suo linguaggio”, in “Barlumi di cose più alte, più profonde o più oscure della sua superficie. L’opera di Tolkien dalla critica accademica al legendarium” a cura di Giuseppe Scattolini, L’arco e la corte, 2021.

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