La struttura del ritorno nella trilogia di Jackson

di Davide Ridolfini


Il capolavoro di Peter Jackson, resa cinematografica di un’opera corale, epica, che affronta una molteplicità di temi, si differenzia dal libro innanzitutto per una questione di scorrevolezza.

Mentre l’opera di Tolkien è più lenta, ampia, e piena di dettagli, la resa del dettaglio nella versione cinematografica è epicamente immediata; per esempio, il momento in cui Boromir tocca Narsil, la rievocazione del mito avviene attraverso un dialogo di poche battute, in cui Aragorn spiega ciò che si è visto all’inizio del film. Una somma capacità di sintesi anima la passione di Peter Jackson, che sa di dovere rendere un testo in cui si respira l’esistenza di un intero mondo, reso dall’autore attraverso una serie dettagliatissima di informazioni, di testi cantati, leggende narrate, capacità topografica, e resa dal Regista attraverso una costante rievocazione del mito in dialoghi d’azione, cioè non unicamente descrittivi, e una Narrazione iniziale, destinata a Ian McKellen, che interpreta la parte di Gandalf.

Ciò che colpisce della resa cinematografica è la struttura, il momento in cui, ad ogni cosa nuova, ad ogni elemento inedito, corrisponde una parallela, eguale narrazione del passato e spiegazione delle origini da cui proviene ciò che di nuovo è stato incontrato sulla propria strada.

Così, attraverso i volti dei protagonisti, ad ogni tappa fondamentale del viaggio, ad ogni nota, incontrata su un sentiero, corrisponde una spiegazione tutta d’azione (ovvero mentre gli eventi scorrono ed il viaggio procede) della derivazione storica di ciò che si è incontrato sul sentiero.

Questo schema, abbastanza normale, quando si esplora un mondo nuovo, di cui, in questo caso, il regista è la guida, lascia vedere e trasparire la complessità del mondo di Tolkien passo per passo, facendo in modo che lo spettatore sia continuamente avvolto da una sensazione di mistero e coinvolto in prima persona nell’elemento del nuovo. Da qui, scene leggendarie, come quella dei Nove cavalieri un tempo re, ora servi di Sauron, che lasciano le mura di Minas Morgul per recarsi alla ricerca dei Baggins. Notizia data all’improvviso, pericolo conosciuto all’improvviso, di cui, sia il protagonista sia lo spettatore, erano precedentemente ignari.

Il richiamo al passato e il costante ritrovamento nel presente di elementi del mito rappresentano figurativamente una costante, nella quale, strutturalmente, lo schema è quasi sempre: “Ciò che è stato in passato, sta per realizzarsi nel presente”, ma sotto una veste migliore.

Ad esempio, Sauron sconfitto, ma preservato in forma di spirito, legato all’anello, deve essere ucciso insieme all’anello; Narsil spezzata, che ha colpito la mano di Sauron e le ha staccato l’Anello del potere, si tradurrà in Anduril, Luce dell’Occidente e fiamma totale, capace di vincere alcune battaglie definitive; Aragorn, erede di Isildur, paga con una vita da Ramingo il fio delle colpe dei padri, quando il suo avo, Isildur, si dimostrò incapace di condurre gli uomini alla vittoria, preservando l’anello dal Monte Fato sotto gli occhi attoniti del mezzelfo Elrond di Gran Burrone.

Ancora: la storia si rivela la medesima, quando Gandalf prende il posto di Saruman nella gerarchia degli stregoni, affrontando una sofferenza, una lotta che lo mette a durissima prova, contro il Balrog di Moria. In questo caso, il tradimento di Saruman, del tutto inaspettato, porta una vera e propria evoluzione nel potere dello stregone, che dalla saggezza evolve verso una vita fatta di potere, un potere corrispondente alla sua sagace e arguta capacità di pensiero; nonostante i rimproveri mossogli dal meno saggio, ancorché ancora “capo dell’Ordine” Saruman, di fumare troppa erba-pipa dei mezz’uomini.

E questo lo si vede anche nel caso dell’albero bianco rifiorito a nuova vita.

Ancora più impressionante, più stimolante, per comprendere quale idea incarni questi punti di vista, è il caso degli uomini della montagna, uomini maledetti, perché giurarono agli avi di Aragorn che avrebbero prestato agli uomini il soccorso necessario, nella battaglia di Dagorlad, non avendone poi, più, preso parte.

E qui, lo schema del ritorno, della redenzione e del miglioramento del mondo che ci si sta lasciando alle spalle, oltrepassando una guerra sanguinosa, funziona in tutto il suo potenziale euristico. Essendo, peraltro, in questo caso riannunciato, in maniera alquanto palese.

Tale elemento lo si riscontra anche nel caso degli Hobbit, sottoposti ad un percorso di crescita che non li farà più tornare al punto di partenza tali e quali, in quanto essi cambiano nei propri stessi cuori e, appreso il coraggio, sono anche in grado, come per Sam Gangee, di conquistare l’amore che stavano, solitariamente, aspettando.

Il mondo è invecchiato, preda delle sue leggende e delle sue gesta incompiute; rispetto agli eventi di altre due ere, gli eventi del Signore degli Anelli sono tutti intrisi d’un senso di Leggenda.

C’è ovunque una mano vecchia, che tende le redini e torna per impossessarsi del mondo, dopo Dagorlad, la chiusura dell’Anello nella caverna di Gollum e, poi, nel felice buco hobbit di Bilbo.

È sempre la vecchia ombra, quella che si stende sul mondo. Come in una dicotomia tra bene e male, in cui il male è solitario, mentre il bene è corale, in cui il manicheismo mostra le mille-facce del bene ed il solito solipsistico spietato egoismo del male. È sempre Sauron, il servo di Morgoth, a fare ritorno, anche lui, in questo caso, molto più forte, con l’eccezione che, nel caso del lato cattivo dei due schieramenti, il miglioramento finale, che si esaurisce in una dimostrazione terrificante del potere, è destinato a soccombere. Così Sauron torna più forte. Ma soccomberà. Così come il Re Stregone di Angband.

Le schiere degli orchi sono aumentate ed il nemico, questa volta, ha quasi schiacciato il mondo degli uomini, è ad un passo da prendere Minas Tirith, ha già conquistato Osgiliath, mette in campo forze gigantesche. Ma non ha altro dalla sua parte. Ciò che è rinato in lui è solo la sua violenza. La sua debolezza sta sempre nell’egoismo e nella solitudine: egoismo rappresentato dalla figura dell’orco carnefice più che compagno dei suoi orchi-alleati in guerra. La struttura, in questo caso, non è quella del miglioramento, dello splendore finale, del rinnovamento di ciò che era vecchio e stantio, perché forse macchiato da una colpa, dal peccato. In questo caso il destino è la sconfitta, è la definitiva disfatta di ciò che è il male. Dunque, si può affermare che, nella Trilogia di Peter Jackson, il miglioramento del mondo è l’argomento principale.

Più che il miglioramento del mondo, si dovrebbe parlare di passaggio attraverso la sofferenza, di percorsi di crescita.

Il ritorno, per come si delinea all’interno della trilogia cinematografica, presente anche nell’opera, non è cosa nuova, ma un topos comune alla maggior parte delle narrazioni di carattere fiabesco. La stessa possibilità di potersi confrontare con forze avverse, attraverso una pratica che comprende guerra, viaggio, ed imprese eroiche, non fa altro che riprendere il tema del miglioramento attraverso la sofferenza della sfida quotidiana e della lotta, necessarie alla crescita di ogni individuo.

Tali temi, tra i quali rientrano anche quello dell’amuleto magico e quello della celebrazione nuziale dell’amore, alla fine della vicenda, riprendono una tradizione fiabesca radicata nell’occidente.

Anche a livello individuale, è sempre questo passare attraverso la sofferenza, viverla e soprattutto immergersi nel suo attraversamento, l’elemento capace di donare all’eroe la sua struttura fisica-mentale in grado di lottare contro un male che non sa soffrire, perché si ritrova indifferente alla mera singola ferita sul suo fisico, ossessionato com’è dal potere.

Tali elementi ci pongono davanti a un mondo che ha strutture rigide; un mondo che ci spiega, attraverso l’insorgere del male, che le strutture che reggevano la pace hanno raggiunto un livello di protezione ormai consunto.

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