Tra buio e frammenti di luce del Fairy tolkeniano: un’intervista con Verlyn Flieger

Nel pantheon degli studiosi di Tolkien, si può incontrare una professoressa esperta dal portamento elegante e distinto. Probabilmente, in un allegro parallelismo con il mondo di Tolkien, potrebbe essere paragonata ad una Maia, o forse a una fata, dal momento che la sua conoscenza risale ai giorni più antichi della cultura tolkeniana.

Nel bellissimo ed incantevole Mondo Primario, Verlyn Flieger è Professore Emerito al Dipartimento di Inglese dell’Università del Maryland e le sue aree di competenza sono Tolkien, il folklore e la mitologia (di cui legge le opere dal 1956-57). Attualmente insegna nei corsi on line alla Signum University, è coeditrice della rinomata rivista Tolkien Studies e membro del consiglio di Walking Tree Publishers.

Il suo maggior merito accademico in decenni di studi include la vincita del Mythopoietic Awards per quattro volte e la responsabilità di rimaneggiare alcuni lavori di Tolkien come Smith of Wotton Major, The Lay of Aoutron & Itroun e The Story of Kullervo (pubblicato per la prima volta nel 2020 e come edizione autonoma nel 2015) .

Questi ed altri contributi non solo le garantirono un posto tra i maggiori esperti di Tolkien ,ma anche una esperienza di vita che va ben oltre sua professione. Flieger era amica di Priscilla Tolkien, figlia minore di Ronald ed Edith, e corrispondente di Christopher, terzo figlio di Tolkien e suo custode letterario. Ha anche scritto dei libri fantasy, basati sulla cultura celtica ed arturiana [con temi celtici e arturiani].

Figura d’ispirazione per molti ricercatori tolkeniani, Verlyn Flieger fu ispirata da altri studiosi, come Tom Shippey, Omen Barfield e Christopher Tolkien. Pubblicò il suo primo lavoro accademico nel 1983 Splintered Light: Logos and Language in Tolkien’s World, ha scritto articoli, prefazioni ed altri lavori relativi a Tolkien ed al fantasy, il più recente è “Defying and Defining Darkness” (Mallorn,Tolkien Society, 2020).

Il lancio di The Great Tales Never End: Essays in Memory of Christopher Tolkien è in programma per il 2 Settembre 2022. In questo nuovo libro, molti studiosi di Tolkien hanno contribuito con saggi accademici nel proprio campo di interesse, Verlyn Flieger tra questi, con il suo saggio “Listen to the Music”.

Diamo un’occhiata alla nostra intervista con lei.

Lei ha importanti lavori sugli studi fiabeschi. Crede che la sua percezione di “fairy” (nel suo significato più ampio) sia cambiata durante gli anni? Quanto hanno influito gli studi di Tolkien?


Lei intende sia “fairy”che “faërie”? La mia percezione si è intensificata man mano che ho scavato nell’etimologia e nella bozza del saggio di Tolkien ”On Fairy-Stories”. Tolkien definisce faërie “un mondo pericoloso” ed io sono d’accordo. Esso ha un lato oscuro; puoi perdere te stesso in un incantesimo. Penso che Tolkien fosse consapevole di questo e ciò è dimostrato in un’attenta lettura de Il Signore degli Anelli. Ed anche ne Lo Hobbit. Mirkwood è un posto pericoloso.

Lei ha curato molti dei manoscritti di Tolkien come The Story of KullervoOn Fairy-StoriesSmith of Wootton Major e The Lay of Aotrou & Itroun. Cosa deve essere pronto ad affrontare un editore quando affronta un manoscritto di Tolkien?


La sua calligrafia, prima di tutto. Tolkien usava diversi caratteri, spaziando da una bellissima calligrafia ad indecifrabili scarabocchi quando le idee giungevano dense e veloci ed aveva fretta di fissarle [catturarle]. Ci sono state parole e talvolta intere frasi, specialmente nella bozza di “On Fairy-Stories” che semplicemente non ero in grado di decifrare.

Può spiegarci brevemente l’esperienza di editing in merito ai lavori citati sopra? Quale fra loro Le ha dato il maggior senso di realizzazione come ricercatrice o perfino come lettrice?


Ognuno di essi era allo stesso tempo una sfida e un piacere. Una sfida perché la responsabilità di servire le intenzioni di Tolkien (dove potevo discernerle) pesava sempre molto. Le storie, Kullervo, Smith e A & I sono state le più divertenti, poiché sono stata coinvolta in passaggi e mutamenti nella trama e nel personaggio. Dei tre, penso che The Story of Kullervo mi abbia dato il più grande senso di realizzazione perché era un lavoro nuovo, mentre gli altri erano già stati pubblicati. Nessuno aveva visto il lato Kullervo di Tolkien, la sua affinità per questa figura molto oscura, tragica, autodistruttiva. Penso che abbia ampliato la nostra percezione di ciò di cui era capace.

Come valuterebbe gli studi di Tolkien al giorno d’oggi, soprattutto se confrontati con il panorama accademico di quando ha iniziato la sua carriera?


Non c’era davvero un gran “panorama” quando ho iniziato. C’erano Tom Shippey, Jane Chance, Anne Petty, Paul Kocher. Così sono stata in grado di sfruttare tratti ampi, approfondire importanti argomenti come il medievalismo di Tolkien, le sue idee sul linguaggio. E, naturalmente, Il Silmarillion era appena stato pubblicato, e questo ha aperto una finestra completamente nuova, mettendo Il Signore degli Anelli in una prospettiva più nuova e più ampia. Ora ci sono molte altre e diverse aree di studio, le lingue, la teoria queer, la razza, il sesso, la politica. Queste aree sono spaccate in sezioni di studio maggiormente distinte e specifiche. Ci sono anche ottimi studiosi il cui lavoro può essere congiunto o costruito. Le menti si arricchiscono a vicenda; maggiore è il numero di menti, maggiore è l’arricchimento. Un sacco di spazio.

Gli studi di Tolkien attraversano diverse aree di conoscenza, come la filologia, la teologia, la mitologia e altre questioni estetiche e letterarie. Secondo Lei, quale campo del sapere è stato il più importante nel corso degli anni negli studi su Tolkien e come potrebbero queste aree lavorare insieme armoniosamente?


Sono tutti importanti, ma per diversi tipi di lettori e per ragioni diverse. Non sempre lavorano in armonia l’uno con l’altro. Teologi e mitologi, ad esempio, tendono a cercare e trovare valori diversi nella sua narrativa. Avete letto i Santi pagani di Claudio Testi? È una discussione molto costruttiva ed equilibrata su questo argomento piuttosto controverso. Le lingue di Tolkien sono esse stesse un campo di studio completo, ma molto tecnico che richiede un certo background in linguistica per la comprensione. È un’area relativamente ristretta e attrae principalmente gli esperti di lingue.

Pensa che i film, le serie e altri adattamenti interferiscano in modo significativo con la ricerca accademica?


Penso che lo reindirizzino. Cambiano il metodo di diffusione e questo cambia il materiale e questo cambia il modo in cui viene visto.

Quest’anno Priscilla Tolkien ci ha lasciato e Christopher è venuto a mancare due anni fa. Cosa pensa che sarà diverso d’ora in poi per quanto riguarda le opere, gli studi e gli adattamenti di Tolkien?


Penso che ci saranno più adattamenti (alcuni sono già in lavorazione). I libri stessi saranno meno utilizzati come modelli e come trampolini di lancio per ulteriori invenzioni. Non lo condivido del tutto, ma sono sicura che è quello che accadrà.

Che consiglio darebbe ai ricercatori più giovani di Tolkien, specialmente a quelli che sono all’inizio del loro percorso accademico?


Trova ciò che ti entusiasma e scrivi su di esso. L’opera di Tolkien è così ricca, così ampia che c’è del lavoro da fare ad ogni livello. La ricerca è in corso, un’idea porta ad un’altra, un concetto, una scena, una sequenza, una frase o una parola innescano il prossimo lavoro. Segui i sentieri e dove conducono.

Traduzione a cura di Alessandra Miceli con la collaborazione di Cristina Casagrande a cui vanno i nostri dovuti ringraziamenti per l’autorizzazione concessa.

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