“FOGLIA, di Niggle”: analisi della nuova traduzione di Massimo Bocchiola

di Manuel Pezzali


Massimo Bocchiola

La grande novità editoriale di questo inizio di 2022, per le pubblicazioni tolkieniane, è stata, senza ombra di dubbio, l’uscita della nuova edizione del racconto Foglia di Niggle, con la traduzione di Massimo Bocchiola, il quale, lo scorso dicembre, ci ha gentilmente concesso un’intervista in cui, tra le altre cose, è emerso tutto l’affetto «famigliare» per le opere del Professore.

Questa traduzione non giunge del tutto inaspettata, ma arriva sulla scorta di una nuova edizione inglese, promossa da Harper Collins in seguito al successo della produzione teatrale diretta da Andy Cannon e andata in scena in numerosi teatri scozzesi.

Edizioni, quella in quella inglese e quella italiana, che vedono l’uscita autonoma di Foglia, un racconto che, dopo la prima pubblicazione sul Dublin Review nel 1945, si era sempre trovato accompagnato ad altri vari scritti di Tolkien, soprattutto il saggio On Fairy-Stories insieme al quale componeva la raccolta Tree and Leaf (George Allen & Unwin, 1964) da Tolkien autorizzata.

Il volumetto contiene anche una nota di Tom Shippey, che ritroviamo come introduzione del volume Tales from the Perilous Realm (Harper Collins, 2008), e che ripercorre brevemente la storia del Reame Periglioso di Faërie così come è stata concepita dalla fantasia di J.R.R. Tolkien.

Agli albori di un progetto editoriale che, nel prossimo futuro, vedrà Bompiani curare le traduzioni della History of Middle-Earth, questa nuova edizione di Foglia ha il merito di offrire una preziosa occasione di lettura per tutti quegli appassionati che non hanno avuto modo di acquistare Albero e foglia quando ancora non era fuori mercato (o disponibile a prezzi esagerati sui siti di e-commerce).

Preziosa davvero, se si pensa che Foglia ha il merito di dirci molto di un Tolkien ormai in età avanzata, che, guardandosi dentro, riflette sul senso di una vita spesa a mettere a punto la sua opera, vista da egli stesso come un qualcosa che pochi, a suo dire, avrebbero potuto apprezzare sino in fondo.

Ora, quella che segue è l’analisi di un lettore appassionato, più che di uno studioso tolkieniano e docente di inglese. Un lettore che non ha una formazione filologica o traduttologica, ma che ha avuto modo di apprezzare e di affezionarsi al racconto, sia nella sua versione originale sia nella traduzione di Saba Sardi.

Premesso che, per quanto concerne il gusto personale di chi scrive, una soluzione efficace nella traduzione dovrebbe mostrarsi come giusto compromesso tra la necessaria fedeltà al lavoro dell’autore e la bontà dell’adattamento nella lingua di destinazione, in termini di leggibilità, scorrevolezza e musicalità, la prima impressione è che questa nuova traduzione punti molto sulla prossimità semantica rispetto all’originale inglese, finendo talvolta per sacrificare la fluidità narrativa e l’appropriatezza lessicale del risultato in italiano. Rispetto al lavoro di Saba Sardi, figlio anche di un’epoca ben diversa sul piano culturale, questa nuova traduzione sembra difettare di scorrevolezza in alcuni passaggi e di improvvisi abbassamenti di registro che danno al lettore tolkieniano, abituato a una certa raffinatezza e solennità stilistica (ben restituita da Saba Sardi), una sensazione di straniamento.

Ciò che si propone, ora, è un rapido confronto tra le tre versioni, a partire da alcuni passaggi delicati, seguito da un breve commento relativo a talune soluzioni adottate nella nuova traduzione.

CONFRONTO tra nuova traduzione (MB), testo originale (JRRT) e prima traduzione (FSS).

N.B Le pagine di riferimento sono quelle della nuova edizione Bompiani.

p. 16

«Hai una bella rogna» (MB) – «You are unlucky» (JRRT) – «Sei davvero sfortunato» (FSS)

Con questa esclamazione, Niggle si rivolge a Parish riferendosi al malanno improvviso della moglie. Sebbene sia apprezzabile l’aver riportato il corsivo usato da Tolkien sul verbo essere con funzione enfatica, la soluzione di FSS si lascia preferire. Non tanto per l’adattamento più letterale, quanto per aver mantenuto il registro sul medesimo piano di formalità, laddove «una bella rogna» suona un po’ troppo colloquiale.

p. 19

«una specie di paura che ormai non avrebbe più avuto occasione di provarci» (MB)

«a sort of fear that he would never now get a chance to try it out» (JRRT)

«quasi la paura che non avrebbe ormai più avuto modo di provarcisi» (FSS)

In questo passaggio, il pittore Niggle avverte in sé un’angoscia, l’angoscia di non poter terminare il suo quadro. MB traduce letteralmente «a sort of fear», ma l’uso dell’articolo indeterminativo appare più calzante in inglese che in italiano, poiché la relativa che ne segue, nella nostra lingua, richiede invece una determinazione specifica sulla paura in questione.

Pauline Baynes, disegno originale a colori per Poems and Stories (Allen & Unwin, 1980)

p. 21

«Porcaccia!»(MB) – «Damn!» (JRRT) – «Accidenti» (FSS)

Qualcuno bussa alla porta e Niggle reagisce con un’esclamazione.

Indubbiamente «Porcaccia» è un indebito abbassamento di tono che poco si adatta alla penna raffinata di Tolkien il quale, nemmeno nelle imprecazioni, concedeva spazio al turpiloquio. La traduzione di FSS, in questo senso, è decisamente più coerente con l’aplomb del Professore.

p. 21

«Ispettore alle case» (MB) – «Inspector of houses» (JRRT) – «ispettore all’edilizia» (FSS)

Anche in questo caso si ha in MB una traduzione più letterale che, però, non trova una corrispondenza efficace a livello di adattamento e di narrazione. Al contrario, la soluzione di FSS appare calzante sul piano dell’appropriatezza lessicale.

p. 22

«Municipio» (MB) – «Town Council» (JRRT) – «consiglio municipale» (FSS)

Niggle si lamenta con l’Ispettore e suggerisce che Parish debba cercare aiuto. Tradurre «Town Council» con «Municipio» non è certamente errato, ma può generare confusione attorno alla possibilità che si parli dell’edificio o del consiglio comunale che si tiene in quell’edificio. Da preferire la seconda, poiché è il consiglio che può effettivamente agire in aiuto di Parish, in quanto assemblea composta da individui in grado di agire concretamente.

p. 22

«Conducente» (MB) – «Driver» (JRRT) – «Cocchiere» (FSS)

Una nuova figura, oltre all’Ispettore, appare di fronte a Niggle. È la persona che lo accompagnerà nel suo viaggio e lo guiderà su di una carrozza. La scelta di «conducente» appare troppo neutra e poco connotata, mentre «cocchiere» risulta più piacevole alla lettura, considerato anche il mezzo di trasporto in questione («carriage»).

p. 24

«Ospizio di lavoro» (MB) – «Workhouse» (JRRT) – «Ospizio» (FSS)

Arrivato in stazione, Niggle si accorge di aver dimenticato il bagaglio sul treno. Il Facchino lo avvisa che, non avendo bagaglio, dovrà recarsi alla «Workhouse», un luogo che ricorda molto da vicino una prigione. FSS traduce «Ospizio» mettendo in evidenza soprattutto l’età avanzata del pittore e facendo pensare più a una sorta di pensione o riposo. L’aggiunta «di lavoro» da parte di MB appare efficace se si pensa ai compiti svolti da Niggle, ma conferisce un effetto straniante alla frase con un accostamento poco usuale nella lingua italiana. In realtà il termine «Workhouse» trova un riferimento storico ben preciso nel Regno Unito d’epoca vittoriana, quando indicava una struttura, una “casa di lavoro” – dalle caratteristiche molto simili a quelle di un istituto di detenzione – utilizzata per arginare il problema della povertà, consentendo a chi viveva in condizioni di indigenza di lavorare in cambio di vitto e alloggio, ma relegandoli di fatto a mansioni usuranti, non molto diverse da quelle svolte dai forzati.

p. 26

«pane più che marmellata» MB – «bread rather than jam» (JRRT) – «meglio un uovo oggi che una gallina domani» (FSS)

MB traduce letteralmente la frase di Tolkien, rinunciando di fatto a un adattamento idoneo in italiano. FSS, invece, lo intende come un’espressione idiomatica e dunque riporta il proverbio adattandolo alla lingua italiana con un possibile corrispettivo. Il significato del passaggio in questione rimanda al fatto che, nonostante la difficoltosa ruotine lavorativa a cui è sottoposto, Niggle inizia a trarre una qualche forma di soddisfazione, trova il modo di accontentarsi e di aggiustarsi a questa sua nuova vita.

L’espressione utilizzata da Tolkien, considerato il contesto, lascia pensare che Niggle cerchi di trarre il meglio da una situazione disagevole, che sia felice “con ciò che passa in convento” – come si suol dire, “chi si contenta, gode” – e che quindi il libero adattamento di FSS sia da preferire a una traduzione letterale.

p. 28

«Non aveva il cuore al posto giusto?» (MB) – «His heart was in the right place» (JRRT) – «Il suo cuore era al posto giusto» (FSS)

MB trasforma in domanda un’affermazione della Seconda Voce, cambiando di fatto il senso della frase e le intenzioni comunicative del parlante. Se in JRRT e FSS la frase è usata per sottintendere che quello di Niggle non poteva essere un problema di cuore, ma di altro tipo, in MB vi può essere ambiguità e la frase potrebbe essere intesa in due modi (uno retorico e uno propriamente interrogativo) in base a quale elemento della frase viene enfatizzato:

  1. Non aveva (mica) il cuore al posto giusto?
  2. (Forse che) non aveva il cuore al posto giusto?

p. 34

«un civettuolo trenino locale» (MB) – «a very pleasant little train» (JRRT) – «un grazioso trenino locale» (FSS) –

La scelta nell’aggettivazione, in questo caso, appare poco calzante, perché è difficile immaginare che «civettuolo» si possa riferire a un treno, per quanto carino, luccicante o grazioso questo possa apparire.

p. 45

«Vecchio Badilante» (MB) – «old Earth-grubber» (JRRT) – «Vecchia Talpa» (FSS)

Se consideriamo il carattere allegorico del testo, il fatto che Niggle dia del «vecchio estirpatore di terra» a Parish si accompagna facilmente all’associazione con la talpa, abituata a scavare e estirpare terra per buche e cunicoli. «Badilante», d’altro canto, è un termine che ha poca presa narrativa. Forse sarebbe stato più efficace «Vecchio Badile».

p. 51

MB aggiunge all’originale inglese “Niggle’s Parish” la traduzione in italiano «Contea di Niggle», laddove FSS non traduce direttamente nel testo, bensì mette in nota la traduzione letterale dei due termini. Il fatto che venga aggiunto «Contea», quando parish significa “parrocchia” e rivela tutti gli impliciti teologici presenti nel racconto, appare come un riferimento non richiesto a una delle ambientazioni tolkieniane più famose, che però, in Tolkien, è sempre identificata dalla parola Shire.

p. 51

«Riso…da far suonare le Montagne» (MB) – «Laughed – The Mountains rang with it» (JRRT) – «A ridere tanto che tutte le Montagne ne echeggiavano»

L’idea che le Montagne possano “suonare” è piuttosto discutibile. È certo, invece, che possano fare da “cassa di risonanza” di un suono prodotto da qualcuno. Di conseguenza, “echeggiare”, “risuonare” appaiono scelte più idonee.

Inoltre, anche in questo caso la traduzione di FSS conferisce maggior solennità alla frase, una solennità che, tutto sommato, non appare fuori luogo, sebbene si tratti di un racconto breve, e non di un poema epico o di un romanzo cavalleresco.

Conclusioni

Si può affermare che, nonostante l’impegno di questa nuova traduzione sia apprezzabile, soprattutto nel rendere accessibile il testo al grande pubblico con un linguaggio semplice e chiaro, il risultato talvolta devia dalle atmosfere e dallo stile precipuamente tolkieniani.

Se alcune difficoltà in termini di scorrevolezza e di adattamento sintattico possono essere superate (mi riferisco in particolare all’uso occasionale della coordinazione con semplice virgola, la quale crea alcuni problemi di ritmo nella lettura abolendo di fatto le pause e rendendo il tutto, a volte, troppo veloce1), si nota in generale un notevole abbassamento di registro e di formalità, che trova in alcune espressioni già citate («Hai una bella rogna», «Porcaccia») delle stonature rispetto alla fluidità e all’eleganza della parola tolkieniana. Se, da un lato, tale abbassamento rispetto alla prima traduzione può essere spiegato con un adattamento a un contesto culturale e linguistico notevolmente impoverito rispetto agli anni Settanta, dall’altro occorre sempre partire dal presupposto che la scrittura tolkieniana, volutamente anticheggiante e, in alcuni tratti, anti-moderna, non può essere eccessivamente piegata alle semplificazioni della contemporaneità. Taluni aspetti di formalità, distacco e solennità, anche nei racconti meno impegnati, devono essere conservati, perché elementi fondativi della poetica tolkieniana.

A mio personale avviso, però, questo nuovo lavoro ha un pregio. Rispetto alla precedente di Saba Sardi, la traduzione di Massimo Bocchiola mira a smascherare ancor di più il carattere evidentemente allegorico del racconto di Tolkien, insistendo sull’uso delle maiuscole per sottolineare appunto l’allegorizzazione e la personificazione di concetti, che invece, in alcune occasioni, sono stati trattati da Saba Sardi come semplici nomi comuni (per esempio, «Trattamento Mitigato» MB – «Gentle Treatment» JRRT – «trattamento un po’ più mite» FSS; «Tornaconti» MB – «Return» JRRT – «ricompense» FSS). Questa scelta appare sicuramente coraggiosa e degna di lode, specialmente se consideriamo che questo è l’unico racconto di cui lo stesso Tolkien ha ammesso l’intento allegorico. Un intento che, in altre circostanze, sarebbe stato di certo demonizzato.

Nel complesso, il consiglio che ci sentiamo di dare ai lettori è sempre quello di leggere entrambe le versioni, in modo tale da formarsi un’opinione completa su pregi e difetti per poi stabilire quale delle due preferire, in base alle predilezioni stilistiche e alla conoscenza che ognuno ha dell’opera tolkieniana.


Note:

1 Di seguito alcuni esempi:

p. 12 «Non sapeva cosa pensarne, avrebbe voluto avere un amico che glielo suggerisse»

p. 13 «Era primavera, un tè gratis in compagnia faceva gola, e Niggle…»

p. 46, «il piccolo Niggle scorgeva le Montagne in lontananza, rientravano nei confini del quadro»

Questo aspetto in particolare può non esser percepito da tutti i lettori come un problema a tutti gli effetti, ma dipende in gran misura dalle predilezioni e dalle abitudini di lettura di chi approccia il testo. Chi scrive, d’altro canto, in qualità di autore e lettore, ha sempre intravisto nella subordinazione e nell’ipotassi segni di formalità che meglio si adattano al linguaggio scritto e, in particolare, alla narrativa di fantasia.

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