“Minas Tirith 24”: recensione

Confronti

La fiaba tra utopia e realtà nella lettura di Jack Zipes di Alberto Nutricati

La sezione più nutrita della raccolta è dedicata ai confronti tra le opere del Professor Tolkien e quelle di altri scrittori o pensatori. Il primo di questi confronti è quello proposto da Alberto Nutricati tra Tolkien ed il pensatore marxista Ernst Bloch. Si tratta di un confronto non inedito: il saggio di Nutricati è un’analisi critica di un saggio del 1979 di Jack Zipes intitolato appunto La funzione utopica della fiaba e della fantasia. Ernst Bloch il marxista e J.R.R. Tolkien il cattolico.

L’obiettivo di Nutricati è dare risalto al saggio di Zipes, che conterrebbe straordinarie intuizioni e fecondi spunti di riflessione per gli audaci collegamenti tra due pensatori agli antipodi come Tolkien e Bloch, che però si incontrano nel valore che danno alla fiaba come sorgente di speranza per l’uomo del XX secolo

La lettura di Zipes solo nel 2004 è divenuta accessibile in italiano, e tuttavia risulta essere stata poco recepita o almeno discussa persino all’estero, e perciò è meritorio il contributo di Nutricati nel voler puntare un riflettore su questo studio.

Nutricati inoltre con competenza riesce a sottolineare i pregi ed i difetti principali del saggio di Zipes. Da un lato Zipes, da luminare di letture comparate e fiabe, ci ricorda che sia Bloch che Tolkien non erano propriamente studiosi di fiabe, dunque la loro acutezza sul piano filosofico ed estetico era in realtà controbilanciata da una certa ingenuità sulle origini delle fiabe e gli studi antropologici sull’argomento. Questo pone Zipes in una posizione autorevole per esprimersi sulla rilevanza di Tolkien e Bloch negli studi sulla fiaba. D’altro canto, il saggio di Zipes risulta attempato: nel 1979 Zipes non poteva disporre dell’epistolario di Tolkien, motivo per cui era convinto che si possa parlare di «religione secolarizzata» quando si tratta di definire il rapporto che i protagonisti dei romanzi di Tolkien hanno con la trascendenza. Tale interpretazione si può dire confutata da molte testimonianza di e su Tolkien pubblicate in seguito.

«Lo Hobbit» ovvero il meraviglioso percorso di Bilbo Baggins verso la maturità di Caterina Ciuferri

Similmente al discretamente celebre The Individuated Hobbit: Jung, Tolkien, and the Archetypes of Middle-Earth (1979) di O’Neill, il saggio di Caterina Ciuferri, già traduttrice per Bompiani de Lo Hobbit ed I Figli di Húrin, offre un’interpretazione psicologica e psicanalitica della maturazione di Bilbo Baggins. Il riferimento costante non è Jung in questo caso, ma il suo seguace Erich Neumann.

Ciuferri tocca man mano tutti i capitoli de Lo Hobbit con le varie avventure di Bilbo, abbastanza rapidamente per non appesantire il testo ma senza saltare alcun episodio. Il risultato è un quadro coerente e stimolante dell’evoluzione del personaggio di Bilbo attraverso diversi stadi di identificazione di sé raggiunti attraverso situazioni di pericolo che richiedono atti di coraggio.

Anche l’appassionato che non ha particolare dimestichezza con il linguaggio della psicanalisi potrà grazie a questo saggio cogliere meglio come la crescita a cui Tolkien ha sottoposto Bilbo sia stata sapientemente architettata. Dopo quel poco di desiderio d’avventura necessario a Bilbo per lasciare la sua casa, lo hobbit fronteggia diversi nemici che possono essere considerati degli alter ego perversi di sé stesso, ed infine per un bene superiore è disposto a deludere nani: è divenuto un vero eroe capace di decidere indipendentemente dal gruppo con cui fino ad allora aveva condiviso tutto.

Alle origini delle fiabe di Enrico Spadaro

Il secondo saggio di Enrico Spadaro si tratta in realtà della relazione dello stesso al Tolkien 2019 di Birmingham, ed in futuro verrà sicuramente inclusa negli atti dell’evento, in lingua inglese.

Il testo è un’indagine sui punti di contatto tra Tolkien e Basile. Giambattista Basile (1566-1632) è infatti unanimemente considerato il padre della fiaba moderna per il suo Pentamerone, esattamente come Tolkien è considerato il padre dell’high-fantasy (così lo ha designato Tom Shippey in The road to Middle-earth del 1982). Purtroppo per ora Spadaro non ha potuto trovare fonti certe di una eventuale conoscenza di basile da parte di Tolkien: per quanto basile sia citato dai Fratelli Grimm in alcune edizioni della loro celebre raccolta di fiabe, pare che Tolkien non possedesse alcuna di quelle specifiche edizioni.

Al di là di un legame rintracciabile nelle informazioni biografiche di Tolkien, Spadaro si concentra soprattutto su come basile fosse simile a Tolkien nella sua consapevolezza sulla funzione di evasione della fiaba. Basile non raccolse le fiabe del folklore italiano solo con un intento filologico, ma lo fece anche per produrre materiale che potesse essere drammatizzato presso le corti barocche per intrattenere gli spettatori. ma questo è solo una tra le caratteristiche delle fiabe di Basile riconoscibili anche negli studi di Tolkien sulle fiabe e nella sua produzione letteraria.

Carroll e Tolkien, Alice e Tuor: tre viaggi nell’altrove (e ritorno) di Luca Manini

Luca Manini ci invita ad accostare i racconti di Lewis Carroll e Tolkien di cui Manini stesso si è occupato con lavori di traduzione.

Nello specifico Manini ravvisa similitudini significative nel tema del viaggio I viaggi intrapresi da Alice e Tuor sono accomunati da un passaggio sotterraneo che accede ad un mondo fantastico: il Paese delle Meraviglie per Alice e Gondolin per Tuor.

Il Paese delle Meraviglie è immediatamente riconoscibile come del tutto estraneo e assurdo rispetto a quello in cui Alice era cresciuta, ma Manini osserva che anche Gondolin rappresenta un luogo straordinario: la città è soggetta ad una sorta di sospensione temporale in cui permane in virtù del suo isolamento. Si può considerare un’alterazione del tempo analoga a quella sperimentata più volte da Alice, in fondo.

Infine i viaggi di Alice e Tuor condividono come finale il ritorno nel mondo, un ritorno segnato da nuove consapevolezze e prospettive, argomenta Manini.

Orizzonte di fede, Orizzonte di speranza di Martina De Nicola

Il contributo di Martina De Nicola è quello con uno sguardo più rivolto verso l’attualità: partendo dalla discussione su quale significato ha assunto la speranza con la pandemia, De Nicola propone poi un inquadramento sul concetto cristiano di speranza.

La Speranza è anzitutto una virtù teologale, come ci ricorda San Tommaso d’Aquino, ed ha una prospettiva trascendente, ultramondana, caratteristiche che De Nicola espone richiamandosi a sermoni del Santo John Henry Newman ed a La Ballata del Cavallo Bianco di Chesterton per esporre le peculiarità della speranza cristiana.

Il saggio prosegue concentrandosi su Il Signore degli Anelli evidenziando che anche la speranza che dà coraggio ai suoi protagonisti è assolutamente assimilabile a quella cristiana.

Tolkien e Schweitzer: il rispetto per la vita nella Terra di Mezzo di Manuel Pezzali

Anche i saggi di Pezzali e Tassinari propongono dei confronti tra Tolkien ed altri scrittori cristiani come quello di De Nicola.
Pezzali mette in dialogo Tolkien ed il pastore luterano, filosofo e teologo Albert Schweitzer (1875-1965). All’interno della fede cristiana che unisce Tolkien e Schweitzer, ciò che li avvicina maggiormente è l’etica e l’amore per la natura.

Ancora una volta è soprattutto Il Signore degli Anelli la fonte principale delle riflessioni. Pezzali commenta attraverso passi di Schweitzer soprattutto tre temi dell’opera: il perdono, esemplificato dai gesti di pietà di Bilbo, Frodo e Sam nei confronti di Gollum; il ricorso alla violenza solo quando necessario, soprattutto tra gli Elfi, gli Hobbit e gli Ent, e la ricerca di un rapporto virtuoso con la natura.

Tutti questi aspetti si ritrovano nel pensiero di Schweitzer, che li radunava in un unico grande imperativo morale: il rispetto per la vita.

John e Giovannino: Tolkien e Guareschi scrittori cattolici del XX secolo di Sebastiano Tassinari

Il saggio descrive l’incontro tra Tolkien e Guareschi, due grandi scrittori che emergono nel panorama del XX secolo. Anche se i limiti del tempo e dello spazio non hanno permesso loro di conoscersi personalmente ciò che rende possibile il contatto tra l’arte narrativa dei due autori è un intervento trascendente in grado di travalicare questi margini: la fede cattolica.

Attraverso un’indagine approfondita e coerente, Tassinari coglie accostamenti estremamente interessanti e li propone al lettore con un incedere incalzante.

I confronti, lungi dall’essere forzati, proliferano inevitabilmente grazie al cardine spirituale che avvicina le opere di John e Giovannino: la volontà comune di redimere i loro generi letterari preferiti tramite la forma letteraria della parabola che introduce la Presenza divina nei luoghi da loro sub-creati, ovvero Arda e il Mondo piccolo; l’Eucatastrofe grande e straordinaria di Tolkien che si palesa ai personaggi del suo racconto dopo un coraggioso atto di fede, in un tempo precedente alla Rivelazione, e quella piccola e quotidiana di Guareschi che avviene attraverso le parole che il Cristo dell’altare maggiore rivolge a don Camillo; il medesimo approccio alla scrittura che determina il processo creativo di entrambi e ne definisce la vocazione di reporters, poiché i loro mondi Secondari traggono origine da quello Primario.

Infine Tassinari conclude sottolineando l’importanza che sia Tolkien sia Guareschi attribuiscono alla coscienza personale dei propri personaggi; le loro storie non sono caratterizzate da una volontà collettiva che le posizioni politiche dell’epoca volevano invece creare e propinare, ma dalla coscienza di ognuno, frutto di un processo di discernimento del bene e del male, della verità e dell’errore, che matura attraverso un combattimento spirituale individuale.

Grazie al rapporto radicale che lega i mondi immaginari dei due scrittori alla loro terra natia, al coincidente pensiero anti-modernista rispetto agli anni in cui vivono è stato possibile a Sebastiano Tassinari accomunarli ancora tramite la virtù cristiana e cattolica della Speranza, quella fiamma imperitura che supera i confini di spazio e tempo perché arde per una Verità altrettanto incorruttibile e immutabile: il Credo in cui entrambi fidavano fermamente.

(segue a p. 4)

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