Il rincanto postmoderno di Tolkien

di Enrico Spadaro


È ormai prossima l’uscita nelle librerie di un nuovo imponente saggio dal titolo Tolkien as a Literary Artist. Exploring Rhetoric, Language and Style in The Lord of the Rings di Thomas Kullmann e Dirk Siepmann, edito da Palgrave Macmillan. Il libro si promette di esplorare l’arte letteraria di Tolkien dal punto di vista linguistico e della storia della letteratura, con l’obiettivo di far luce sulle tecniche letterarie utilizzate ne Il Signore degli Anelli. Gli autori, da quanto si legge sul sito della casa editrice, si concentrano sull’uso che Tolkien fa delle parole, dello stile, delle tecniche narrative, della retorica e del simbolismo per valorizzarne lo status di artista letterario. Dirk Siepmann, professore di inglese all’Università di Osnabrück in Germania parte da un approccio stilistico per analizzare il vocabolario e la sintassi di Tolkien, mentre Thomas Kullmann, anch’egli docente presso la suddetta Università, sfrutta la teoria del discorso, la storia della letteratura, e i concetti di intertestualità per esplorare le tecniche letterarie di Tolkien, mettendole in relazione alla storia della narrativa e della poesia inglese. Le questioni discusse includono il punto di vista, i discorsi, la narrazione, le descrizioni del paesaggio, le poesie inserite nel corpo della narrazione e il ruolo del linguaggio nella caratterizzazione dei protagonisti del romanzo.

Stando alle prime recensioni, tra cui spicca quella di Tom Shippey, si tratta di una delle prime pubblicazioni in cui ci si focalizza principalmente sull’analisi dell’abilità di scrittore da parte di Tolkien, nonché la capacità di variare diversi stili dall’epico al romanzesco, e di delineare i caratteri dei personaggi attraverso il dialogo.

Quello che pare emergere è un Tolkien visto essenzialmente dal punto di vista stilistico: la tesi che ogni testo è un “mosaico di citazioni” da altri testi precedenti diventa particolarmente significativa quando si esamina la produzione letteraria tolkieniana e soprattutto la genesi della stessa. Le differenze di stile e di tecnica narrativa possono essere descritte come dovute alla scelta di diversi pretesti. Ne Lo Hobbit, i discorsi fiabeschi ed epici sono giustapposti al modello di discorso quotidiano attraverso l’ironia e la parodia. Ne Il Signore degli Anelli, elementi del romanzo ottocentesco come il realismo circostanziale sono integrati da modelli retorici arcaici: il concetto di intertestualità prevale sopra ogni cosa e rimanda a quello di citazione.

La critica letteraria si divide costantemente quando si parla di “citazioni”: la pratica della citazione sembra aver sempre innescato un doppio movimento e un ambiguo atteggiamento nei confronti di una tradizione letteraria canonica. L’autore cita per confermare l’autorictas, per trovare nell’autorevole voce altrui una conferma a quanto egli vuole affermare – com’era tipico nel Medioevo; al contempo, tuttavia, egli potrebbe citare per irridere, scoronare l’autorictas del linguaggio ufficiale, come appare forse ancor più evidente nel Modernismo, dove la citazione o il meccanismo dell’allusione mette in risalto la situazione paradossale dello scrittore modernista: da un lato vuole innovare, sperimentare, distruggere, dall’altro si rende conto che in questa opera di demolizione, per creare qualcosa di nuovo, non può prescindere dalla tradizione del passato.

Tolkien non era certo un modernista, anzi, è stato più volte additato di antimodernismo: l’avversione del professore di Oxford alla modernità potrebbe benissimo diventare una litania senza fine alcuna. Eppure, in diversi elementi stilistici e non – come si spera il lavoro di Siepmann e Kullman metterà in luce – Tolkien sembra anticipare alcune degli elementi e delle preoccupazioni tipiche degli scrittori postmoderni, pur non rispondendo ad esse in maniera del tutto postmodernista.

Prima di proseguire, mi preme però delineare quello che si potrebbe definire come il percorso creativo tolkieniano. La vicenda del giovane Alboin Errol, protagonista del racconto The Lost Road, nel quinto libro della HoME, è significativa a riguardo, dal punto di vista autobiografico. Ad una prima fase di ricerca delle fonti che Tolkien amava – basti pensare all’abbandono degli studi classici per dedicarsi alle lingue del Nord dell’Europa – segue una fase di adattamento in cui si tenta di rimediare ad alcune lacune presenti nelle suddette fonti: qui gli esempi si sprecano, ma tutto ciò è stato reso possibile solo grazie alle più recenti pubblicazioni tolkieniane. Mi riferisco a La caduta di Artù, al Racconto meraviglioso che segue la traduzione del Beowulf, a La leggenda di Sigurd e Gudrun e soprattutto a La storia di Kullervo, identificato nel ruolo di ponte che permette il passaggio dalle fonti alla sub-creazione vera e propria, terza fase del percorso in questione, in cui si assiste alla nascita del Mondo Secondario.

Dal punto di vista stilistico, l’intertestualità di cui si è già accennato può essere pertanto interpretata come una pratica essenzialmente postmodernista, ma, come detto, in Tolkien solo in parte è possibile rilevare risonanze tipicamente postmoderne. Per quanto riguarda proprio il concetto di citazione e intertestualità, nel Postmodernismo si mette in risalto il gioco combinatorio delle varie parti, il procedimento di assemblaggio, e il romanziere non è sempre sorretto dall’idea di una forma compiuta. Il carattere onnivoro dei testi postmoderni rivela una continua rottura dei confini tra i generi letterari: l’assimilazione delle citazioni produce testi ibridi, o, nella peggiore delle ipotesi, dei pastiche senza una forma compiuta. La scrittura postmoderna accetta in maniera quasi spasmodica la sua stessa frammentarietà, vista come inclusività e pluralismo, come pastiche intertestuale e kitsch stilistico costruito da un tessuto di citazioni dove la distinzione tra cultura alta e cultura di massa sembra non essere del tutto evidente.

Tolkien può essere tutto questo ma con le dovute differenze e limitazioni. Tutto il processo di creazione letteraria in Tolkien mostra un’estrema cura e accuratezza che va oltre ogni pregiudizio e che i critici modernisti non sono in grado di comprendere in profondità. Tolkien è allo stesso tempo un filologo, un uomo di lettere, un poerta, un romanziere e un narratore, e a questo proposito alcune frasi di W. Benjamin (1892-1940), in The Storyteller, sembrano adattarsi perfettamente all’arte e alla poetica di Tolkien:

L’arte della narrazione sta finendo. Sempre meno frequentemente incontriamo persone con la capacità di raccontare bene una storia. […] Un grande narratore sarà sempre radicato nel popolo, principalmente in un ambiente di artigiani.[1]

 Il Signore degli Anelli non è Il Nome della Rosa, nelle cui postille Eco precisa che il postmodernismo non è una categoria cronologica, ma piuttosto spirituale. Uno dei “problemi” della contemporaneità che il romanzo affronta è proprio la dissolvenza del concetto di centralità e di preponderanza assoluta insita nella modernità: quella fede totalitaria nel progresso e nel nuovo con cui era iniziato il ventesimo secolo e che pare vacillare dopo il disastro della Prima guerra mondiale, i cui strascichi caratterizzeranno tutto il cosiddetto “secolo breve” e influiranno, come tutti sanno, nella gestazione letteraria di Tolkien.

Le caratteristiche principali del postmodernismo si articolano intorno a un pluralismo e a un prospettivismo culturale, dove non esiste più una sola realtà principale da raggiungere e comprendere. L’essere umano si ritrova in mezzo ad incertezze, a misteri che non devono necessariamente essere risolti, se non vi è un vero scopo pratico. Si passa da una ricerca della verità, come la intendevano i modernisti, alla questione sull’utilità delle cose, lontani dal nichilismo modernista e verso la conoscenza pratica e la saggezza. Tuttavia, perché questa saggezza si realizzi, occorre mirare a un nuovo incanto come sembrano proprio suggerire le parole di Tolkien sul desiderio che ritroviamo all’interno di Faeria: “l’attuazione, slegata dalla mente elaboratrice, di meraviglie immaginarie”. Questa “attuazione” ci porta alla creazione di un meraviglioso Mondo Secondario, come lo concepisce Tolkien, e a un nuovo apprezzamento del Mondo Primario, che è esso stesso straordinario quanto il Secondario. Possiamo realizzare tale progetto grazie a quello che il professore di Oxford chiama “magia”, che sarebbe pertanto solo una tecnica capace di condurci “al polo opposto dei volgari stratagemmi del mago laborioso, scientifico.” Queste frasi di Tolkien dal saggio Sulle Fiabe potrebbero essere paragonate ad alcune affermazioni che Z. Bauman (1925-2017) ha enunciato a proposito dello spirito postmoderno:

La postmodernità può essere vista come la restituzione al mondo di ciò che la modernità, presuntuosamente, aveva tolto; come un reincanto del mondo che la modernità aveva tentato duramente di disincantare […] È contro questo mondo disincantato che il reincanto postmoderno mira.[2]

È a causa di questi aspetti che la critica modernista non riesce forse ad apprezzare Tolkien: non riesce a concepire la verità espressa nei miti, nei racconti popolari o nella fantasia. Eppure, anche se non si basa su fatti reali, la fantasia è vera attraverso le menti dei bambini o degli adulti che la apprezzano; e questo ha spaventato e spaventa terribilmente coloro che sostengono solo una verità “fattuale”.

Il dogmatismo secolarizzato dei modernisti mira a un disincanto universale, senza riuscire a comprendere il desiderio contemporaneo di un nuovo incanto: un incanto prudente, sagace, che trova la sua concezione nel senso postmoderno della phronesis, una saggezza pratica che si oppone alla saggezza teorica del mondo moderno. Tolkien insiste sul fatto che la fantasia è un’attività razionale, cui potrebbe allora fare eco M. Scarborough:

La valutazione finale del mito deve essere adattata alla natura del mito come espressione delle preoccupazioni del mondo in cui si vive e in modo tale da fornire un orientamento per vivere in tale mondo.[3]

L’opera di Tolkien, che si rivolge all’uomo di oggi con implicazioni riguardanti le condizioni della nostra società, potrebbe essere ben compresa in tali parole in cui la mitologia è vista attraverso una prospettiva contemporanea. Essa affronta i valori che le società moderne rischiano di perdere, cioè la relazione e il rispetto per gli altri, e soprattutto per la natura e lo spirito personale. Non si tratta dello spirito dell’homo oeconomicus, la cui saggezza si misura in base alle sue capacità economiche o scientifiche, ma uno spirito caratterizzato da maturità e pragmatismo etico. Come affermava Ruskin nel 1856, all’inizio della nuova era industriale:

Guardare il grano crescere, e i fiori sbocciare; lavorare duramente sul vomere o sulla vanga; leggere, pensare, amare, sperare, pregare, queste sono le cose che rendono gli uomini felici; hanno sempre avuto tale potere, non avranno mai un potere diverso.[4]

È un modo di vivere in cui, attraverso la semplicità, la felicità risulta veramente a portata di mano, come mostra la vita nella Contea nei romanzi di Tolkien. Eppure, questo mondo è fortemente minacciato dall’ammirazione, dall’adorazione e dalla fede totale nel progresso tecnologico e nel potere assoluto. Ovviamente, nel personaggio di Melkor e soprattutto in Sauron, è possibile vedere le conseguenze negative della mente moderna portata all’estremo. Questo spirito è destinato alla caduta eterna, alla sconfitta, come accade a Sauron e a tutti coloro che cercano di imitarlo, compreso Frodo quando si mette l’Anello al dito sulla cima del Monte Fato. La maggior parte dei lettori ha probabilmente visto nei romanzi di Tolkien un riflesso del mondo moderno, un riflesso delle loro vite, in cui risplende però anche una forma di speranza che è resa possibile dall’eucatastrofe di cui parla il nostro autore in Sulle Fiabe.

Il mito che Tolkien propone è un mito interpretabile a seconda di ciò che ogni lettore cerca, mentre il mito modernista mira a un’unica verità universale: per i modernisti non vi è scelta tra la loro verità e falsità, mentre la mente postmoderna, che ha capito che è impossibile raggiungere un’unica verità, possiede la capacità di discernere tra più verità. Le grandi narrazioni del mondo moderno sono fallite, secondo la definizione di Lyotard, per cui nasce la possibilità di vedere, apprezzare, orientarsi tra diversi miti e storie, quelli che liberano l’uomo e quelli che lo paralizzano nella condizione contemporanea. Tolkien stesso lo sottolinea:

Ma, una volta compiuto tutto ciò di cui tale ricerca è capace […] rimane ancora un aspetto troppo spesso dimenticato, ed è l’effetto prodotto ora da questi antichi elementi nei racconti quali si presentano.[5]

Tutto dipende dall’interpretazione, dalla visione e dal messaggio che ogni mente umana è capace di cogliere, e il nostro autore sembra anticipare il pensiero postmoderno nella sua poetica:

Un albero viene chiamato albero […] e non si pensa più a tale parola. Ma non era un “albero” finché qualcuno non gli ha dato questo nome. Si chiama una stella “stella”, e si dice che è solo una sfera di materia che si muove su una traiettoria matematica. Ma questo è solo il modo in cui la si vede. Chiamando le cose in questo modo e descrivendole si sta solo inventando il proprio termine su di esse. E proprio come il discorso è invenzione su oggetti e idee, così il mito è invenzione sulla verità.

Il postmodernismo ha ristabilito l’importanza della narrazione per raggiungere e trovare un significato nelle realtà che ci circondano: “Il postmodernismo è un ritorno alla narrazione nella convinzione che non possiamo essere sicuri di nulla se non della storia”.[6] Sia in Tolkien che nella mente postmoderna, c’è un progetto di un nuovo incanto che sembrava ormai perduto nel mondo moderno – meravigliarsi della creazione di elementi, oggetti, parole, nuove storie – che caratterizza entrambi, ed è una qualità positiva che dovrebbe essere valorizzata. Questo nuovo incanto passa anche attraverso la pluralità di stili e la ripresa di quello che potrebbe essere ormai passato ma che in Tolkien reca messaggi profondamente attuali. Passa dall’apprezzamento delle allitterazioni presenti nelle poesie con cui il professore di Oxford correda la propria opera, richiamando l’antico stile anglosassone, passa dalle “walking song” che Bilbo amava comporre e cantare; passa dalla rinascita e dal ritorno di un re perduto sul trono di Gondor, dal recupero della Contea quando ormai sembrava destinata al dominio di Sharkey. Passa dall’apprezzare le cose semplici rese attraverso diversi giochi di stili, richiami intertestuali e rielaborazioni sub-creative. Tolkien era un poeta, era un creatore di linguaggi e dai linguaggi creava mondi e popoli; ma il linguaggio è sempre portatore di uno stile, quello stile che Tolkien amava affinare e perfezionare, forse addirittura in maniera eccessiva. Era la sua natura, era uno stylist. E si spera che siano questi gli argomenti che Thomas Kullmann e Siepmann Dirk hanno trattato in Tolkien as a Literary Artist. Exploring Rhetoric, Language and Style in The Lord of the Rings.


Note:

[1] Walter Benjamin, ‘The Storyteller: Reflections on the Works of Nikolai Leskov’ [1936], in Illuminations. New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1968, pp. 83-87, pp. 101-102.

[2] Z. Bauman. Intimations of Postmodernity. London, New York: Routhledge, 1992, pp. X-XI (traduzione personale).

[3] M. Scarborough. Myth and Modernity. New York: State University of New York Press, 1994, p. 110.

[4] J. Bate. Romantic Ecology. Wordsworth and the Environmental Tradition. London: Routledge, 1991, p. 81.

[5] J.R.R. Tolkien. The Monster and the Critics and Other Essays.

[6] T. Honegger (ed.). Root and Branch: Approaches towards Understanding Tolkien.


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Segnaliamo la recente pubblicazione del dr. Enrico Spadaro La littérature-monde de J.R.R. Tolkien.

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