In memoria di Christopher Tolkien

Appendice

Curatele e pubblicazioni

di Gianluca Comastri


Le pagine precedenti hanno reso dovutamente giustizia all’opera di Christopher Tolkien, rimarcando (se ce ne fosse ancora bisogno) quanto essa sia stata inestimabile e decisiva, nel mettere a disposizione di tutti i materiali che consentono di entrare a fondo nella storia della Terra di Mezzo, della sua concezione e della sua evoluzione anche attraverso il processo creativo di suo padre. Quello che forse non è altrettanto evidente a prima occhiata è però quanto effettivamente sia vasto l’ammontare dei testi curati e pubblicati – sia in termini quantitativi che, soprattutto, per il valore assoluto di ciascun titolo.

Prima di accingersi a questa monumentale incombenza, con John Ronald Reuel Tolkien ancora in vita, Christopher Tolkien si era già cimentato nella curatela di alcune opere forse meno popolari presso il grande pubblico, ma di certo non meno apprezzabili da parte di filologi e mitologi: negli anni universitari di Oxford, come detto, il suo interesse era andato alla Saga di Hervör, un testo norreno del XIII secolo (che però pesca anche da fonti molto più antiche, risalendo fino alle guerre combattute da Goti e Unni nel IV secolo) del quale firmò un’introduzione nell’edizione del 1956 intitolata Hervarar Saga ok Heidreks (curata da G. Turville-Petre e da Guðni Jónsson e pubblicata dalla University College of London, per la Viking Society for Northern Research) e di cui curò a sua volta una traduzione quattro anni dopo, data alle stampe col titolo di The Saga of King Heidrek the Wise per i tipi di Thomas Nelson & Sons (Icelandic Texts); parallelamente, assieme a Nevill Coghill, aveva firmato anche tre edizioni di altrettanti racconti di Geoffrey Chaucer (The Pardoner’s Tale nel 1958, The Nun’s Priest’s Tale nel 1959 e The Man of Law’s Tale nel 1969) per i tipi di George G. Harrap. Per inciso, nell’ambiente si diceva che la sua conoscenza della saga di Heidrek fosse a livelli di autentica eccellenza.

Le note biografiche precedenti testimoniano come, in soli sette anni dalla scomparsa di suo padre, riuscì a dare alle stampe Il Silmarillion nel 1977 e i Racconti Incompiuti di Númenor e della Terra di Mezzo nel 1980 (nel frattempo riuscendo anche, tra l’altro, a far pubblicare quella Nomenclature of The Lord of The Rings che dovrebbe essere tenuta in conto come vera e propria testata d’angolo, per chiunque si occupi di tradurre i testi tolkieniani), cui fecero seguito le Lettere l’anno seguente, nel 1983 curò la pubblicazione della prima collezione di saggi di J.R.R. Tolkien che raccoglie le pagine più significative nelle quali il Professore racconta le origini e le radici del suo legendarium: The Monsters and the Critics and other essays, che parte dal Beowulf e dal Translating Beowulf per poi passare attraverso English and Welsh, con la brillante dissertazione che tratta della “lingua nativa” a confronto con la “lingua della culla”, giungendo all’accoppiata di brani che più da vicino esplorano la poetica tolkieniana: On Fairy-Stories, con i suoi avvertimenti per il lettore incauto che si avventurasse nel reame fatato senza avvedutezze sufficienti, seguito da A Secret Vice che illustra senza possibilità di equivoci la mai abbastanza ribadita centralità della componente linguistica come pilastro dell’intera subcreazione letteraria. A seguire, la lectio sul Sir Gawain del 1953.

Venne poi il turno dei dodici volumi della History of Middle-earth, di cui pure si è già dato conto nelle pagine precedenti, mirabile collezione di documenti sia editi che inediti, di cui varrà la pena riassumere (sia pure con la spietata sintesi a cui ricorre anche Tolkien Gateway) i contenuti: i primi due libri introducono a The Book of Lost Tales, prima versione di quello che sarebbe poi divenuto Il Silmarillion; il terzo si compone di poemi riguardanti i principali personaggi della Prima Era; i due libri seguenti dettagliano gli sviluppi del passaggio da The Book of Lost Tales a The Silmarillion. I volumi da 6 a 9 trattano di come prese forma Il Signore degli Anelli, mentre la seconda metà del libro 9 parla della storia di Númenor. I libri 10 e 11 dettagliano gli Annali del Beleriand e gli Annali di Aman, documenti fondamentali nella redazione finale del Silmarillion come fu dato alle stampe. Il volume conclusivo è focalizzato sulle appendici de Il Signore degli Anelli, seguito da alcuni saggi assortiti su popoli e culture di Arda redatti nell’ultimo periodo da J.R.R. Tolkien. Giova ribadire però che, da un punto di vista linguistico, vi sono alcuni volumi come The Lost Road The War of the Jewel: il primo è assolutamente indispensabile per un approccio serio e consapevole alle lingue di Arda, in quanto riporta le importantissime Etimologie, prima sorgente del lessico elfico. The War of the Jewels contiene il saggio Quendi and Eldar, che analizza i nomi elfici dei vari personaggi e incidentalmente dà molte informazioni su lingue e linguaggi della subcreazione.

Nondimeno, non furono questi dodici volumi a mettere la parola “fine” alle pubblicazioni di prestigio. La loro pubblicazione abbraccia un arco di tempo che va dal 1983 al 1996, ma prima ancora di giungere alla conclusione della serie era iniziata un’altra operazione fondamentale: nel 1992, Christopher Tolkien aveva incaricato un gruppo composto dai principali redattori e dagli studiosi dell’Elvish Linguistic Fellowship (E.L.F.) di riordinare, curare editorialmente e quindi pubblicare gli scritti di suo padre riguardanti le lingue della Terra di Mezzo. L’E.L.F. è un’organizzazione internazionale dedicata allo studio accademico delle lingue inventate di J.R.R. Tolkien, attualmente capeggiata da Carl F. Hostetter ma fondata da Jorge Quiñonez nel 1988 come gruppo di interesse speciale della Società Mitopoietica californiana. Lavorando su fotocopie delle pagine che Christopher Tolkien inviava loro e da appunti che i membri di questo gruppo prendevano durante le visite alla Bodleian Library, così come compulsando negli archivi dei manoscritti di Tolkien custoditi alla Marquette University, nel corso del decennio successivo diedero il via a una serie di pubblicazioni in forma di riviste specialistiche, dedicate alla componente linguistica che soggiace a leggende e racconti della Terra di Mezzo. Fu concordato che il modo migliore di procedere era l’ordine cronologico, poiché le note di Tolkien spesso si riescono a interpretare pienamente solo alla luce dei suoi scritti precedenti e in base al loro contesto, anch’esso desumibile dalla relazione tra le varie versioni che si susseguono. La testata principale su cui tali contributi sono ospitati è la rivista Parma Eldalamberon: vi sono tuttavia altre note che in gran parte sono contestualizzate entro il corpus della History of Middle-earth: tali materiali sono pubblicati nella rivista Vinyar Tengwar. Ventidue numeri della prima e cinquanta della seconda, quelli sin qui editi, possono rendere l’idea della dimensione e della rilevanza della componente linguistica del legendarium – e di quanto rischia di essere fuorviante banalizzare o trascurare tale componente, se si pretende di presentare i testi tolkieniani con cognizione di causa.

Negli anni più recenti, comunque, ci è stato tramandato il lascito più intimo di tutto il corpus, la conclusione ideale dell’arco di pubblicazioni precedenti: i tre Grandi Racconti e, accanto ad essi, i tre studi accademici a cui J.R.R. Tolkien si dedicò con maggior trasporto. Questi ultimi sono essenzialmente The Legend of Sigurd and Gudrún, la saga che il Professore aveva amato sulle pagine di Lang: The Fall of Arthur, il suo contributo al ciclo epico più popolare delle sue terre; Infine, Beowulf: a Translation and Commentary, in cui lo studio originale del 1926 torna sotto i riflettori seguito dal Sellic Spell, il tributo che Tolkien gli aveva dedicato in forma di storia. Essi vengono dati alle stampe rispettivamente nel 2009, 2013 e 2014: ma poco prima, nel 2007, ci veniva donato il volume monografico dedicato a The Children of Húrin, per un ciclo che è stato completato tra il 2017 e il 2018 con Beren and Lúthien e The Fall of Gondolin. Questi tre volumi non sono certo stati scelti a caso: come ebbe a dire lo stesso Christopher Tolkien, si tratta delle vicende, per alcune delle quali compaiono anche versioni sino a quel momento inedite, che (parlando di Beren and Lúthien, ma con parole che ragionevolmente sono a valere per tutti e tre i titoli) sono stati scelti

in memoriam, in quanto presenza radicata nella sua vita

(la vita di J.R.R. Tolkien, N.d.A.).

Grazie di tutto, Christopher John Reuel Tolkien.

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