Tolkien e il “Beowulf”

Dall’Eroismo Pagano all’Alleanza Cristiana

Entrato a far parte della prestigiosa Accademia Britannica nel 1936, un anno prima della pubblicazione de Lo Hobbit, Tolkien scelse di parlare del più grande, più nobile e lungo poema medievale anglosassone: Beowulf. Egli aveva tenuto numerose lezioni sull’opera durante i suoi corsi a Oxford, e si era specializzato concentrandosi sul discutere e insegnare i «versi 1251-1650», la sezione del poema che «narra l’attacco alle sale di Hrothgar condotto dalla madre di Grendel» e la sua morte per mano di Beowulf.1 Memore di una delle lezioni di Tolkien, W.H. Auden spiega: «Io non ricordo una singola parola di quello che disse, ma a un certo punto egli recitò, e magnificamente, un lungo passaggio del Beowulf. Ne rimasi affascinato».2 Data la particolare attenzione che egli aveva così abilmente portato al soggetto. Tolkien ha, comprensibilmente, contribuito molto all’argomento. Tenne il suo discorso d’apertura il 25 novembre 1936.

All’inizio del suo intervento, Tolkien notò che poche critiche del Beowulf fossero corrette. «La letteratura beowulfiana, sebbene ricca in tanti settori», è «particolarmente povera in un campo. Si tratta del settore della critica, quella critica che mira alla comprensione del poema in quanto poema», egli spiegò. Esse avevano trascorso così tanto tempo del poema, da mancare l’intento dell’opera in sé. «È stato detto del Beowulf che la sua debolezza consiste nel mettere le cose insignificanti al centro e quelle essenziali ai margini». Per essere certi, Tolkien continuò, questa era realmente vero, ma riguardo al criticismo, non al poema. «Penso infatti che [questa opinione] sia profondamente ingiusta nei riguardi del poema, ma particolarmente azzeccata a proposito della letteratura che lo riguarda.».3 Tali critiche, Tolkien lamentava, sono come uomini che abbattono un’antica torre per comprenderne il senso, realizzando a stento che questa fosse esistita semplicemente per dare il piacere della lungimiranza al suo costruttore. Analizzando il Beowulf, le sue critiche minori sono state vicine, come i distruttori della torre, a demolire il poema. Tuttavia, Tolkien notò con molto diletto, il Beowulf, un poema così potente, è rimasto in piedi, a discapito dei suoi amici e nemici.

Dal tono elevato, sublime e solenne, «Beowulf è più splendido, e ogni suo verso è pregno di maggior significato (anche quando, come a volte accade, abbiamo a che fare con due versi identici) rispetto agli altri poemi lunghi anticoinglesi». Invece, creando il proprio unico senso della storia – non importa quanto fittizio – il poeta del Beowulf è andato oltre il mero folklore e a fondo nel più complicato, nonché più soddisfacente, regno della mitologia.

«Il significato di un mito non si può facilmente fermare sulla carta con gli spilli del ragionamento analitico. Riesce al meglio quando viene presentato da un poeta che sente ciò che il suo tema fa presagire, piuttosto che renderlo esplicito, e che lo presenta incarnato nei mondi della storia e della geografia, come ha fatto il nostro poeta. Chi difende la significanza del mito si trova quindi in svantaggio: se non è molto attento, e parla attraverso parabole, rischia di uccidere ciò che sta studiando per vivisezionarlo, trovandosi in ma- no solo un’allegoria formale o meccanica e, quel che è peggio, un’allegoria che non funziona come si deve. Perché il mito è qual-cosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter essere dissezionato.»

J.R.R. Tolkien, Beowulf: mostri e critici, in Il medioevo e il fantastico, Luni Editrice, 2000, p. 42

Come con la torre, noi lo smantelliamo a nostro e a suo rischio. Dopotutto, Tolkien credeva, il poeta del Beowulf non ha solo spostato la sua storia dal folklore al mito, ma l’ha anche abbracciata e miscelata interamente con un puro e semplice eroismo. In fin dei conti, poche cose erano più grandi di un tale eroismo, un dono – forse ancora oggi – dell’immaginazione nordica.

«Aver preso di petto questo problema è stata la forza dell’immaginazione mitologica nordica, che mise al centro i mostri, concesse loro la vittoria ma non l’onore, e trovò una soluzione potente ma terribile nel coraggio e nella nuda volontà.»

Ivi, p. 57

Non si potrebbe fare a meno di ricordare un sentimento simile, ovvero quello di Romano Guardini, come espresso nel suo La Fine dell’Epoca Moderna:

«Profondamente significativo per il profilo dell’uomo medievale era l’influsso dello spirito germanico. La tendenza religiosa ai miti nordici, l’irrequietezza dei popoli migratori e le marce armate delle tribù germaniche rivelarono un nuovo spirito, che irruppe da ogni parte nella storia come la stoccata di una spada attraverso l’infinito. Quest’anima mobile e nervosa era funzionale all’affermazione del Cristianesimo. Quivi essa crebbe enormemente. Nella sua pienezza produsse quell’enorme movimento medievale che mirava a spezzare le catene del mondo.»

Romano Guardini, The End of the Modern World (Wilmington, DE: ISI Books, 1998), p. 9

Per esserne certo, Tolkien continuava, uno deve riconoscere che questo eroismo fosse puramente pagano e barbaro – «pagano, nobile, senza speranza». Tuttavia, Tolkien chiedeva, il poeta era pronto a scagliare tutti i suoi personaggi pre-cristiani all’Inferno? Certamente no, egli assicurava i suoi ascoltatori: «L’autore del Beowulf illustrò il valore permanente di quella ‘pietas’ che fa tesoro delle memorie degli sforzi dell’uomo nell’oscuro passato, uomo caduto e non ancora salvato, disgraziato ma non detronizzato».4

Nel poema stesso, il vecchio mondo e le sue tradizioni ben si univano (per la maggior parte) all’arrivo della nuova filosofia, teologia e al Nuovo Testamento. «In questo punto», Tolkien dichiarava, «la nuova Scrittura e la vecchia tradizione si toccarono e presero fuoco».5

Assolutamente, Tolkien affermava che, sebbene il Cristianesimo avesse fornito agli eroi un punto su cui focalizzarsi, i nemici degli dèi pagani rimanessero, in ogni caso, i nemici del Dio cristiano. Dopotutto, Grendel, la Madre di Grendel e il dragone odiavano gli dèi, così come Dio. Beowulf, affrontando tutto ciò che fosse generato all’Inferno, è diventato, per definizione, l’alleato di tutto quello che è destinato al Cielo.


Note:

1 John Ryan, Tolkien’s Formal Lecturing and Teaching, in Seven 19, 2002, p. 48.

2 W.H. Auden, Making and Judging Poetry, in Atlantic (gennaio, 1957), p. 46

3 J.R.R. Tolkien, Beowulf: mostri e critici, in Il medioevo e il fantastico, Luni Editrice, 2000, p. 28

4 Ivi, 53

5 Ivi, 57


© 2020 by Bradley Birzer. Tradotto con il permesso dell’autore. L’articolo originale in inglese si può trovare qui

Traduzione di Azaria Scavuzzo

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