Chi erano gli Inklings?

di Bradley Birzer


Dopo aver proposto ai nostri lettori due articoli di Bradley Birzer dedicati al gruppo del TCBS ed allo stadio embrionale del legendarium, proseguiamo in questo percorso nella vita di Tolkien con due articoli dedicati agli Inklings. Il primo articolo funge da introduzione e passa in rassegna i principali studi sugli Inklings, evidenziandone pregi e difetti. Il secondo articolo, nella seconda pagina, racconta invece la formazione del gruppo degli Inklings e l’origine del singolare nome che si scelsero.


Nonostante chiunque conosca C.S. Lewis, J.R.R. Tolkien, Charles Williams o Owen Barfield sa dell’esistenza degli Inklings, il gruppo rimane quasi impossibile da definire. Persino i suoi membri potevano non essere in grado di identificare esattamente cosa fosse o significasse. A metà degli anni ’40, Lewis lo definì una congrega di «amici letterari», che leggevano, «fumavano, parlavano, discutevano e bevevano assieme», e che tra loro si presentavano le proprie opere con »estremo criticismo». Nelle sue lettere alla moglie, Charles Williams descriveva il gruppo semplicemente come “Magdalen,” facendo riferimento all’università in cui Lewis aveva i propri alloggi. Nel 1955, Lord David Cecil lo definì un «circolo di scrittori di Oxford fiorito attorno al 1939, o poco dopo. Forse non si dovrebbe chiamarlo circolo… il quale suona troppo formale. Semplicemente pochi amici con gusti e interessi comuni, tutti impegnati nell’attività letteraria, erano soliti incontrarsi al Magdalen di tanto in tanto, e condividevano i loro scritti». Un quarto di secolo dopo, scrisse che non erano la religione o le idee politiche a tenere insieme il gruppo, poiché fra di loro sussistevano differenze significative. Invece, egli scrisse, in maniera alquanto diretta:

Le qualità che, allora, conferirono agli Inklings la loro distinta personalità non erano, principalmente, le loro opinioni; era piuttosto una passione per la letteratura a unire, in maniera insolita, la cultura e l’immaginazione. La loro erudizione era molto elevata. Studiare un libro in traduzione o senza un’appropriata conoscenza del suo contesto storico pareva loro impossibile: erano accademici nel vero senso della parola. Ma – e questo è ciò che li rende diversi dalla maggior parte degli accademici – leggevano già immaginativamente. I grandi libri del passato, per loro, erano vivi quanto l’opera di un contemporaneo.

Lord David Cecil, “Oxford’s Magic Circle”, Books and Bookman, 1979, pp. 10-12.

L’unica cosa che li teneva insieme, a livello personale, continua Cecil, era C.S. Lewis.

In un’intervista concessa alla fine degli anni ‘60, Owen Barfield, che affermava di aver frequentato solo il dieci per cento degli incontri, definì gli Inklings come un gruppo che possedeva quattro parti interconnesse, ciascuna rappresentante i quattro membri più rinomati. Lewis più di tutti personificava la «tensione verso l’infinito e l’ineffabile», mentre Williams cercava di idealizzare l’amore romantico. Egli, Barfield, credeva fermamente nella «dignità dell’uomo» e in un avanzamento verso il divino che si attua tramite la figura incarnata della persona umana. Tolkien meglio di chiunque altro comprendeva la necessità del «lieto fine» nelle storie così come nella realtà. Nel 1990, comunque, Barfield rifiutò di fornire qualsiasi definizione specifica del gruppo oltre a poche reminiscenze disperse del suo passato col gruppo: di alcune aveva fatto diretta esperienza, ma di altre aveva solo sentito parlare.

A partire dagli anni ’40, anche alcuni studiosi hanno tentato di definire gli Inklings. Le migliori tesi offrono impressioni piuttosto che dettagli precisi. La prima presenta una visione poetica e umana di un gruppo altrettanto poetico e umano; la più recente, seppur interessante e dalle basi relativamente solide, mostra delle aride forme di vita, opera di un mero cronista piuttosto che un essere dotato di immaginazione e libero arbitrio.

Il primo americano a tener traccia del gruppo fu padre Chad Walsh, prete della Chiesa Episcopale Americana, poeta e professore di letteratura al Beloit College, che frequentava i loro pranzi di lavoro il martedì. «Il gruppo varia. È probabile che contenga un paio di colleghi di Lewis come il professor Tolkien, un paio di studenti, a volte un parente o lontano amico di qualcuno», annotò.  Quindi, offrì la propria prospettiva, meravigliata solo a posteriori:

Solo col senno di poi ho realizzato quanto terreno intellettuale fosse coperto in quei, all’apparenza, generici incontri. Al tempo il viavai di Lewis che precedeva i suoi amici per riempire le tazze o si fermava per accendere la sigaretta dell’altro (a volte una pipa) camuffava un frizzante scorrere di idee. Il flusso, aggiungerei, non è un traffico a senso unico. Lewis è un buon uditore tanto quanto un buon oratore.

Chad Walsh The Magical World of the Inklings , New York, Macmillan, 1949, pp. 16-17.

Nel 1966, Charles Moorman, professore di letteratura e esperto di leggende arturiane, pubblicò un saggio, The Precincts of Felicity: The Augustinian City of the Oxford Christians. Nella sua opera, Moorman dava un peso a Charles Williams eguale a quello che aveva conferito a C.S. Lewis, e ha tentato di trovare in lui una “mente imprenditoriale” all’opera.

Il libro più conosciuto sugli Inklings era quello di Humphrey Carpenter, The Inklings: C.S. Lewis, J.R.R. Tolkien, Charles Williams, and Their Friends, del 1979. Pur essendo un’opera ben scritta e farcita di chicche sugli Inklings, si tratta in realtà di una biografia su C.S. Lewis, di affascinanti discettazioni sulla vita degli altri membri del gruppo. Nel bene o nel male, questo libro ha essenzialmente reso gli “Inklings” un sinonimo di “C.S. Lewis”.

Ad oggi, gli studiosi di Lewis si distinguono da quelli di Tolkien insistendo sul fatto che sono loro a possedere un’appropriata comprensione degli Inklings, che pare esser diventata, col senno di poi, proprietà privata di Lewis. Tolkien, Barfield, Hardie, Cecil e altri servono, almeno all’apparenza, come appendici a Lewis. Come Carpenter ha scritto in quel libro, «gli Inklings dovevano la loro esistenza come gruppo quasi interamente a C.S. Lewis».

Dal 1979, come già detto in precedenza, è comparso un discreto numero di eccellenti studiosi, i quali seguono, su vari livelli, gli argomentazioni proposte da Carpenter.1

Barfield è rimasto incantato dal libro di Gareth Knight, The Magical World of the Inklings: J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, Charles Williams, and Owen Barfield, del 1990. Come suggerisce il titolo, Knight si sofferma sulle visioni eterodosse che ha di ciascuno:

Abbiamo, dunque, quattro cristiani di tipi assai differenti che producono un ‘corpus’ di opere stoicamente basato sui principi della mitopoiesi. La maggior parte dei loro ammiratori, è comprensibile, preferisce insistere sui loro legami con l’ortodossia. Comunque, essi erano, nel loro effetto cumulativo, la punta di diamante di un approccio più profondo non solo alla cristianità, ma anche alla nostra intera visione del mondo materiale… perché identificavano e riconoscevano una coscienza attiva di una sua parte “interiore”. Per questo motivo mi sento alquanto giustificato nel parlare del “Magico Mondo degli Inklings”, dal momento che è qui dove la dinamica della mitopoiesi conduce, seguendo il proprio naturale corso: in mondi “visibili e invisibili”. Inoltre, essi hanno gettato le basi per una salvezza di gran parte di tale invisibile contrada dagli abusi degli estremisti che tanto facilmente intimoriscono l’ortodosso. A supporto della mia tesi, che spero di dimostrare nelle pagine che seguiranno, potrei citare il professor Adam Fox, egli stesso un Inkling, al tempo, uno che gli altri erano contenti di veder ottenere la cattedra di poesia a Oxford. In un’intervista del 1975, disse, «Avevano tutti una tendenza all’occulto, in qualche modo». Questa, io sostengo, è la fonte principale della loro forza e perenne popolarità.

Gareth Knight, “The Magical World of the Inklings”, Longmead, Element Books, 1990, pp. 14-15.

Oltre che in numerosi di articoli riguardanti l’elemento portante degli Inklings, Diane Pavlac Glyer, nel suo The Company They Keep: C.S. Lewis and J.R.R. Tolkien as Writers in Community , ha offerto un’analisi accurata e ben documentata del gruppo. Dopo estenuanti letture e immersioni in archivi, Glyer arriva alla necessaria conclusione che gli Inklings hanno tratto ispirazione l’uno dall’altro piuttosto che da dirette influenze di pensieri e idee. Troppo forti nella personalità, ogni membro degli Inklings è rimasto se stesso. Nei suoi molteplici libri sugli Inklings, presi singolarmente e come un insieme, Colin Duriez arriva più o meno alla stessa conclusione, attingendo significativamente dall’opera di Glyer nei suoi libri più recenti.

Il miglior libro finora pubblicato sugli Inklings è The Fellowship: The Literary Lives of the Inklings, di Philip e Carol Zaleski. Dedicato al più grande umanista inglese cristiano della sua epoca, Stratford Caldecott, The Fellowship coglie la vera essenza degli Inklings. L’unico difetto di questa bellissima opera è che essa, in primo luogo, si focalizza ancora sui tradizionali quattro membri degli Inklings: Tolkien, Lewis, Williams e Barfield. Gli Zaleski, in larga parte, trionfano perché riconoscono l’umiltà rintracciabile nell’unirsi e nell’opera degli Inklings. In particolare, Tolkien «ha permesso un risveglio mitico e Lewis uno cristiano». Tali risvegli, fanno giustamente notare gli autori, devono ancora incontrare la loro fine, e continuano a ispirare e a battezzare le opere dei posteri.

(segue a p. 2)


Note

1 Mentre ognuno di questi autori è abbastanza buono, ho un’amicizia personale con Duriez. Sono anche molto attratto dalla sua ricerca esigente e dettagliata. Anche se tutti i suoi libri sono ottimi, il suo migliore, secondo me, è il suo Inkling’s Handbook.

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