Tolkien con noi, per un altro anno ancora

Archiviato finalmente un anno difficile e problematico, seppure non i suoi strascichi più drammatici, va inesorabilmente ad iniziarne un altro. I consueti bilanci stavolta paiono privi di senso, se riferiti ai soli dodici mesi precedenti: relativamente a Tolkien Italia, quanto accaduto nel 2020 fa seguito a una serie di eventi (con relative conseguenze) che prendono le mosse da più lontano. Paradossalmente i mesi scorsi, dei quali tutti portiamo addosso più ferite e cicatrici che ricordi di sensazioni piacevoli, hanno visto completarsi per Tolkien Italia un fattivo processo di consolidamento, che ne ha decretato qualcosa di molto simile a un rilancio. Se gioirne sarebbe inopportuno, negare che si tratta comunque di una delle non frequenti esperienze positive dell’anno appena conclusosi sarebbe del pari insincero.

Qualche anno fa l’orizzonte era infatti decisamente più cupo. Avevamo subita l’inusitata uscita di scena da parte del fondatore Gabriele Marconi, al tempo prospettata come parte di un totale abbandono degli ambienti Tolkieniani italiani – poi in realtà risoltosi in un assai meno drastico spostamento (sia pure, al momento, apparentemente senza incarichi) a seguire più da presso qualcun altro di tali ambienti: ciò nondimeno, visti i tutt’altro che brillanti risultati conseguiti fino a quel momento nei velleitari tentativi di consolidare una adeguata comunità che potesse alimentare il sito e i suoi canali social, nella mutilazione improvvisa del nucleo dei fondatori balenava l’avvisaglia di un prematuro de profundis. Non nascondo che per un po’ accarezzai l’idea di porre fine a un progetto ambizioso ma pressoché impossibile da attuare, che al tempo pareva più che altro un dispendio di preziose risorse che si sarebbero potute e dovute indirizzare ad altre iniziative egualmente in attesa del meritato rilancio: ma non mi liberai della convinzione che Tolkien Italia potesse e dovesse esserne il traino, per le sue caratteristiche di organo di informazione e al contempo ideale luogo di aggregazione di una web community. Optai dunque per non appendere il CMS al chiodo: il risultato è qui, in tutta la sua evidenza. I tempi migliori che auspicavo sono arrivati, assieme ad un nucleo di amici che ormai manda avanti le pubblicazioni web e social in autonomia e nel pieno rispetto degli standard di qualità che avevamo deciso di adottare, in più avendo totalmente assimilato le linee guida redatte collegialmente e del pari condivise. A tutti – a chi si occupa di coordinare i vari canali, a chi scrive gli articoli, a chi gestisce gli account Facebook, Instagram, Twitter, Telegram va un incommensurabile ringraziamento per aver reso stabile il pilastro su cui poggeranno anche i relativi piani di rilancio degli altri rami del nostro albero, Tolkieniana Net (già in corso) e, finalmente, Eldalië. Per me personalmente si tratta di un regalo tanto immeritato quanto prezioso, che ripaga ampiamente la lunga attesa del momento propizio.

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Il drago di Tolkieniana Net

Dunque, anche nel 2021 appena iniziato non abbasseremo affatto né i ritmi né la guardia. Anzi, se possibile cercheremo di incidere ancora di più. Ai Tolkieniani Italiani toccherà fare i conti con l’ingombrante lascito della nuova traduzione de Il Signore degli Anelli, operazione a cui più di qualcuno tra i promotori vorrebbe attribuire una portata ben al di là del puro e semplice prodotto editoriale – come aveva puntualizzato la stessa casa editrice Bompiani, in risposta a un commento sui social, descrivendo la stessa come “operazione di rottura”. Dopo il recente convegno di Trento e, in particolare, l’intervento tenutovi dal nuovo traduttore Ottavio Fatica, è stato reso noto ai più che tale “rottura” non si limita solo all’aver defenestrato e rimpiazzato la Società Tolkieniana Italiana, cui sino a poco tempo fa Bompiani si rivolgeva per le consulenze sul testo. Al contrario, il suddetto nuovo traduttore si è premurato di dettare la linea ai lettori, tirando le somme di una serie di sue uscite pubbliche sul tema e rimarcando quanto, a suo dire, tutti noi ci saremmo sempre sbagliati nell’attribuire questo o quel valore al testo: per giunta, sopravvalutando alquanto l’autore grazie al quale siamo qui a scambiarci pareri e impressioni. Il nostro non sarebbe dunque mai stato un vero rapporto tra lettore e libro/autore, ma qualcosa di più simile all’affetto per l’orsacchiotto dell’infanzia (dall’intervista sul Venerdì di Repubblica): con buona pace di tutto ciò su cui Tolkien mise alla prova la sua attitudine e il suo genio, prima e dopo l’averne esposto il cuore pulsante nel suo A Secret Vice, Fatica avrebbe “ammesso di non aver troppo apprezzato l’attenzione di Tolkien alle lingue inventate” (dal resoconto dell’intervento di Modena del febbraio 2020); a Trento, del pari, il concetto è stato ulteriormente rilanciato con un altrettanto tranciante giudizio circa l’imponente costrutto linguistico che Tolkien aveva elaborato per l’ambientazione narrativa. Esso ricopre l’intero periodo che va dalla genesi di Arda alla fine della Terza Era, periodo del quale si ha un flusso documentale ininterrotto di contributi linguistici e filologici interni che senza soluzione di continuità va dal 1914 al 1973; pure, Fatica non si è fatto remore nel ridimensionarlo a “espediente per garantirsi mano libera nei divertimenti lessicali” adoperato in maniera “sleale nei confronti del lettore” (dal resoconto del suo intervento). Tutto ciò ci viene presentato, nelle parole stesse di quel Federico Guglielmi, noto ai più con il nom de plume di Wu Ming 4, che ha concepito e sostenuto l’intera operazione fin da prima del principio caldeggiandola come un atto necessario, tanto più benefico per noi fanatici dell’orsacchiotto quanto più nega e distrugge ogni concetto su cui si sono sviluppati gli studi tolkieniani passati e presenti; ci serve da imprescindibile sprone a uscire da quella che pensavamo essere la palestra per elaborare i suddetti studi in maniera sempre più approfondita e raffinata, della quale invece abbiamo ricevuto l’illuminata rivelazione del suo vero essere nulla più di un parco giochi, un giardino d’infanzia, una zona di conforto. Va detto che Guglielmi è cofondatore dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, che ha ottenuto l’investitura a consulente editoriale per le opere di Tolkien: Associazione, per dovere di cronaca, nata da un gruppo studio (del quale mi onoro di aver fatto parte per un periodo) la cui attività aveva preso le mosse proprio dalla traduzione italiana di due capolavori della saggistica tolkieniana quali The Road to Middle-earth e Splintered Light, i quali si dà il caso siano incentrati sulla predominanza concettuale di quella stessa componente linguistico-filologica così proditoriamente sgretolata dalle competenze e dalle intuizioni di Fatica (prontamente rilanciate da un Guglielmi più volitivo che mai). Detta Associazione non ha dato significativi cenni di smarrimento dinanzi alla vera e propria inversione a U nell’interpretazione tolkieniana impressa da Fatica e Guglielmi: la reazione è stata limitata a qualche rapido botta e risposta, in sede dei commenti testuali al citato resoconto trentino, teso ad esplicitare il più rapidamente possibile il raggiunto (o desiderato?) compromesso logico, che peraltro appare inevitabilmente assai precario, tra la predominanza del substrato linguistico e la sua repentina, contemporanea perdita di rilevanza. 

Un pilastro della critica consapevole alle opere tolkieniane

In un tale scenario, ovviamente, Tolkien Italia non può limitarsi a recitare nel ruolo del convitato di pietra. Certa vulgata gradirebbe molto relegare in soffitta gli orsacchiotti, vedendo al contempo mostrare obbedienza al dettato che impone di ricevere con entusiasmo le mirabolanti rivelazioni che capovolgono il testo e la sua concezione; con buona pace di costoro, non solo non faremo né l’una né l’altra cosa ma anzi proseguiremo con ulteriore determinazione nel solco tracciato negli ultimi mesi. Un quadro come quello prospettato nell’arco temporale che va da Modena a Trento, in cui si è proposta una sorta di demolizione e ricostruzione da zero di decenni di traduzioni, riletture e studi, impone di replicare con un adeguato apparato critico. La critica è il sale di ogni dibattito culturale: sebbene certuni al solo suono della parola “critica” levino scudi e picche come di fronte a un’incombente carica di cavalleria pesante, la critica di per sé si esplica in modo efficace quando piuttosto effettua l’esame circostanziato, la valutazione rigorosa, l’applicazione di un vaglio o di un crivello in base al quale sviscerare gli aspetti positivi e negativi (sì, ve ne sono, il Nuovo Che Avanza non ne è affatto esente) sia del testo che, nel caso in esame, del contesto. Fratello e compagno di viaggio della critica, in tale opera, è il criterio: la principale obiezione alle voci non allineate e non disposte a condividere la mirabilia del Nuovo è che si levassero senza regola, senza parametri, senza elementi costruttivi – a dire, senza i tre attributi propri del criterio. Giunti a questo punto del citato processo di consolidamento di Tolkien Italia, abbiamo le persone e gli strumenti per formulare, in maniera dettagliata e documentata, i nostri criteri per mettere in discussione ciò che manifestamente non funziona in questo Nuovo che s’impone delineando inusitate inversioni a U.

Accanto alla critica, dunque, c’è un altro compito fondamentale che attende di essere svolto. Lo stesso criterio che funge da guida nel discernere ciò ch’è buono da ciò ch’è di scarto in questo progettato “nuovo corso tolkieniano” dovrà necessariamente fare da fondamento a un corrispondente percorso culturale: su di esso s’innesteranno i filoni di studio e di ricerca che possano maggiornemte rendere giustizia anche al ruolo nel testo, poniamo, di un elemento del Linguaggio Nero (e non dell’Orchesco, come affermato in modo non precisissimo nel citato resoconto dell’intervento trentino di Fatica) come sharkû, tanto quanto ai “giochi” filologici che sì, si estendono anche alle lingue elfiche (circostanza negata, chissà perché, nel medesimo resoconto); non è per caso né per un atto sleale verso l’ignaro lettore che il nome Quenya di Númenor è Atalantë. Chissà se altri di questi “giochi” compariranno nel nuovo libro atteso per l’anno venturo, quel The Nature of Middle-earth contenente ulteriori contributi di Tolkien sull’intero legendarium e curato dallo specialista di lingue di Arda Carl F. Hostetter: e se ve ne saranno, chissà come verranno accolti presso quegli ambienti in cui l’attenzione alle lingue inventate è eufemisticamente tiepida… Vi sono percorsi a perdita d’occhio sui quali si può e si deve investigare, andando a ruota delle note dello stesso Tolkien così come redattenei suoi saggi principali, per comprendere più a fondo gli aspetti fondanti della sua poetica: penso ai complessi meccanismi che regolano i rapporti storia-mito-lingua all’interno e all’esterno della subcreazione, a quel rapporto tra significato e significante su cui lo stesso Professore si arrovellò con lo stesso accanimento sia sulle lingue classiche che su quelle di Arda, al modo in cui le parole del testo originale sottintendono entro le pieghe del testo stesso lo svolgimento dei temi principali – la Magia, il Potere, La CadutaMorte e Immortalità… – e l’effettivo ruolo che giocano entro la concezione del Subcreatore. In Tolkien Italia ci si dovrà dedicare anche alla stesura di tali percorsi e alla loro progressiva definizione, secondo un programma attento e rigoroso, teso a produrre contenuti di qualità con cui confrontarsi (non appena le circostanze lo consentiranno) sia presso amici e lettori, sia entro le sedi accademiche deputate ad accogliere e rilanciare il dibattito sugli ampi terreni di confronto che, per il suo valore intrinseco ed estrinseco, merita di calcare.

Che sia dunque un nuovo anno degno d’esser vissuto per tutti noi, per chi proseguirà il cammino e per chi vi si unirà nel suo procedere. Che in questo l’immagine di apertura, splendido dono fattoci da Daniel Reeve, possa essere un viatico. Nai hiruvaldë airëa vinya loa!

Gianluca Comastri

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