La Città Bianca: perchè gli Inklings sono importanti

di Bradley Birzer


La Città Bianca, con il suo orgoglio e la sua presunzione, è sotto assedio.

Avendo riunito «i suoi migliori fabbri e stregoni», Melko, il corrotto, aveva ordinato la creazione di macchine organiche attraverso «ferro e fiamme» per attaccare. Guidate dal capo dei demoniaci balrog, Gothmog, ed equipaggiate con armi tanto blasfeme, le forze di Melko fecero breccia nelle mura della città. Truppe di orchi armati di scimitarra, entrando in città, compirono massacri senza pietà. I profeti avevano avvertito di questo pericolo e uno degli abitanti della città, Meglin, aveva tradito la sua famiglia e i suoi amici lasciandoli nelle mani di Melko.

La città bruciò.

In una delle parti più precoci di quello che doveva diventare un legendarium lungo tutta una vita, una vasta e, a volte, travolgente mitologia, il luogotenente John Ronald Reuel Tolkien scrisse uno dei suoi “Racconti Perduti”, La Caduta di Gondolin, dopo aver partecipato alla tremenda  battaglia della Somme e durante la sua convalescenza in un ospedale inglese nel dicembre 1916. 

Sarebbe diventato il primo dei due maggiori scritti dell’intera mitologia.

Sicuramente il 1916 cambiò molte cose nella vita del giovane uomo. Prima della guerra, Tolkien aveva avuto esperienza di una incredibile e profonda amicizia con altri tre ragazzi nella sua scuola pubblica, la King Edward’s: Christopher Wiseman, Geoffrey Smith e Rob Gilson. I migliori amici presero a chiamarsi TCBS, Tea Club and Barrovian Society. Rimasero legati anche dopo il diploma, tenendo periodiche “Riunioni”  per condividere poesie e pensieri.

Gilson morì il 1° luglio 1916 alla Somme. Scosso, Tolkien aveva scritto che i tre amici rimanenti avevano un dovere, il dovere di raggiungere la grandezza, non per gloria personale, ma per la gloria di Dio, per essere «un grande strumento nelle mani di Dio». Come Gilson raggiunse la gloria sacrificandosi per qualcosa di più grande di lui, così i tre amici dovevano essere «imbevuti dello stesso coraggio, sofferenza e sacrificio». Tolkien considerava il 1° luglio un giorno sacro, da essere ricordato per il resto delle loro vite. Così scrisse a Smith il 12 agosto.

Qualche tempo nella settimana prima di Natale, Tolkien ricevette una lettera da Wiseman. Una granata tedesca si era presa la vita di un altro amico, G.B. Smith.

Ora ne restavano solo due. «Naturalmente il TCBS potrebbe essere stato tutto ciò che abbiamo sognato», aveva scritto Tolkien in quella lettera a Smith, «e il suo lavoro alla fine sarà svolto da tre o due o un sopravvissuto e la parte degli altri sarà affidata da Dio all’ispirazione che sappiamo di aver ricevuto e di ottenere gli uni dagli altri».

Queste parole devono aver echeggiato nella mente e nell’anima di Tolkien mentre rifletteva sulla morte di Smith.

Indubbiamente la morte di questi due amici intimi non fu per Tolkien l’unico assaggio di brutalità in guerra. Dopo aver servito alla Somme da luglio a novembre, Tolkien assistette alla distruzione di quasi tutto il battaglione al Chemin des Dames.

«Ha visto gli orrori della guerra e vi si è opposto, ma non è stato mai un pacifista, dato che le guerre lo hanno reso arrabbiato e scorbutico», spiegarono due dei figli di Tolkien nel 1974. «Non è mai stato un soldato, ma è andato in guerra per senso del dovere».

Il nemico aveva sfondato le mura della Città Bianca, con fiamme che inghiottivano quasi tutto.

La vastità della violenza sopraffece molti dopo la Prima Guerra Mondiale. Infatti, per la maggior parte dei letterati, apparentemente, essa distrusse la loro innocenza. «La Grande Guerra», scrisse Cecil Day Lewis, «strappò via la nostra gioventù dalle sue radici».

Ma, per Tolkien, dopo ogni battaglia, devono venire anche il ricordo e le riparazioni, la Città Bianca deve essere ricostruita, pronta a combattere un nuovo male in una nuova e più potente veste. Perché fu nelle trincee che Tolkien capì il significato di Faerie e del mito. «La guerra mi ha reso profondamente consapevole della bellezza del mondo che ricordo», disse Tolkien  nel 1968. «Ricordo miglia e miglia di terra ribollente, torturata, forse meglio descritta nei capitoli a proposito dell’avvicinamento  a Mordor. È stata un’esperienza lacerante».

Per uomini come Tolkien, la Prima Guerra Mondiale aumentò soltanto la loro convinzione che l’Inghilterra dovesse salvare la civiltà occidentale.

Per Tolkien, il ricordo della bellezza annullò gran parte dell’orrore e della paura  del mondo. «Un vero gusto per le fiabe è stato risvegliato dalla filologia sulla soglia dell’età adulta e accelerato a pieno dalla guerra», disse Tolkien  di fronte a un pubblico accademico nel 1936.

(segue a p. 2)