I Tolkien Society Awards 2021

Miglior Articolo

Similmente all’anno scorso, la selezione di articoli copre un vasto ventaglio di argomenti su Tolkien. Anche per chi non ha ricevuto il premio, deve essere stato un onore vedere il proprio nome di fianco a quelli di acclamati stusiosi come Verlyn Flieger e Denis Bridoux.

The Forest Haven Episode: How Sir Gawain and the Green Knight’s Hautdesert shaped The Lord of the Rings‘ Caras Galadhon di Andoni Cossio

L’articolo di Andoni Cossio approfondisce il legame tra Il Signore degli Anelli e Sir Gawain e il Cavaliere Verde, opera in medio inglese scritto fra Trecento e Quattrocento che narra l’avventura di sir Gawain (o Galvano), il più giovane fra i cavalieri di re Artù nonché suo nipote. Il poema narra la ‘quest’ di Gawain che va alla ricerca del misterioso Cavaliere Verde. Durante il viaggio il giovane si ferma per un certo periodo a riposare ad Hautdesert, un castello di proprietà di Sir Bertilak, immerso nella foresta.

Che questo poema fosse conosciuto da Tolkien non è affatto una novità tanto più se consideriamo che la lingua in cui venne scritto, il medio inglese, era molto cara al Professore che la considerava la lingua dei suoi antenati. Il Sir Gawain era una delle opere più amate da Tolkien già dai tempi della scuola, e come insegnante oltre a tenere lezioni su di essa ne pubblicò un’edizione accademica. Tolkien stesso ha affermato di essersi ispirato in chiave parodistica al Sir Gawain per il prologo del suo Farmer Giles of Ham (1949), racconto di ambientazione medievale con molti tratti comici pubblicato in italiano con il titolo “Il cacciatore di draghi”. Nello stesso periodo Tolkien lavorava a Il Signore degli Anelli e doveva essere consapevole dell’influenza che gli elementi della poesia medio inglese avevano sulle proprie opere. Gli studiosi hanno spesso sottolineato il rapporto esistente tra i personaggi de “Il Signore degli Anelli” e quelli del Sir Gawain, ma Andoni Cossio ha adottato un punto di vista nuovo, «ecocritico», che cioè studia la natura e il paesaggio in cui avviene la storia; Cossio sta infatti compiendo delle ricerche sul ruolo degli alberi e delle foreste nelle opere di J. R. R. Tolkien, e ha trovato molte somiglianze fra Hautdesert, il castello di Sir Bertilak in cui Gawain si ferma a riposare, e Caras Galadhon, la principale città il regno di Lothlórien. Situata al centro della grande foresta nel Naith di Lórien, è il luogo in cui la Compagnia dell’Anello trova rifugio presso dama Galadriel, dopo aver perduto Gandalf a Moria.

Numerose sono le somiglianze fra Hautdesert e Caras Galadhon, così come fra gli eventi che accadono al loro interno. Innanzitutto, entrambi i luoghi si trovano nel cuore della foresta e costituiscono un porto sicuro all’interno di una zona selvaggia e pericolosa. Hautdesert e Lórien mettono gli ospiti al sicuro dai pericoli fisici (Aragorn afferma: «Il mio sonno questa notte sarà il primo senza timore dopo la nostra partenza da Gran Burrone»1), ma proprio nel momento in cui i protagonisti abbassano le difese devono subire una messa alla prova delle loro virtù morali. Ad Hautdesert, mentre Sir Bertilak è a caccia, la moglie Lady Bertlak tenta di sedurre Gawain per tre giorni consecutivi, e alla fine il cavaliere scoprirà che è tutto un gioco malefico ordito dalla Fata Morgana. A Lórien invece è Galadriel a saggiare i membri della Compagnia: ognuno di loro viene posto di fronte alla (apparente) possibilità di ottenere qualcosa che desidera grandemente, ma a condizione di abbandonare la Missione e i compagni; la differenza con Morgana, antagonista per eccellenza nel ciclo arturiano, è che Galadriel agisce per il bene. Cossio afferma che le analogie più chiare sono quelle tra Sir Gawain e Boromir: infatti, come Gawain non rispetta una promessa fatta a Sir Bertilak credendo che ciò gli salverà la vita dallo scontro con il Cavaliere Verde, così Boromir tenta di prendere l’Anello a Frodo pensando di salvare il suo popolo e cedendo alla propria cupidigia. Entrambi si vergogneranno della propria colpa, chiederanno perdono e non perderanno la stima dei loro amici, anzi saranno onorati. Inoltre secondo Cossio la morte di Boromir non va intesa come una semplice punizione per pagare l’errore commesso, ma come un evento cruciale che, permettendo lo scioglimento della Compagnia, contribuisce alla riuscita della Missione e alla salvezza della Terra di Mezzo: «in questo modo Boromir raggiunge la statura morale di Gawain, mostrandoci l’ultimo prestito di Tolkien dall’episodio del rifugio nella foresta del Sir Gawain e il Cavaliere Verde»2.

L’articolo quindi dimostra l’influenza del Sir Gawain e il Cavaliere Verde su Il Signore degli Anelli attraverso l’ecocritica, studio che parte dalle ambientazioni in cui si svolge una storia (Hautdesert da una parte, Caras Galadhon a Lórien – dall’altra) per gettare nuova luce anche sugli episodi e i personaggi legati a quei luoghi. L’approccio ecocritico è fondamentale nel fantasy le cui storie sono spesso ambientate nella foresta, terra di confine tra mondi diversi, e ancor più in un autore come Tolkien che ha più volte mostrato il suo amore per gli alberi:

In tutta la mia opera io prendo le parti degli alberi contro i loro nemici. Lothlórien è splendida perché lì gli alberi sono amati; da altre parti le foreste sono rappresentate mentre si risvegliano alla propria consapevolezza. La Vecchia Foresta era ostile alle creature bipedi a causa della memoria di molte offese subite. La foresta di Fangorn era antica e bella, ma all’epoca della storia piena di ostilità perché era minacciata da un nemico amante delle macchine. Bosco Atro era caduto sotto il dominio di un Potere che odiava tutti gli esseri viventi, ma fu restituito alla sua bellezza e prima della fine della storia divenne Boscoverde il Grande.

Lettera 339

Greed and Blood: Powerful Objects in The Silmarillion and Javanese Book of Monarchs by Putri Prihatini

Sono ben note le probabili influenze che certe mitologie radicate nel continente europeo – ad esempio quella celtica o scandinava – esercitarono sul nostro professore di Oxford. Meno battute sono invece le strade che ci portano a fare analogie con racconti culturalmente e geograficamente molto lontani da noi, fuori dal vecchio continente. È la strada che prova a percorrere Putri Prihatini nell’articolo in questione, apparso sul blog The Lore Master: Blog Tolkien Indonesia il 24 dicembre 2020, in cui si mette a confronto la storia dei Silmaril (o Silmarilli) con la storia giavanese di Ken Arok e del ‘keris’ maledetto, mettendo in luce un parallelo interessante e originale.

Un keris giavanese finemente decorato

La storia di Ken Arok e del keris (un pugnale tradizionale) maledetto viene raccontata, come riporta l’autrice, nel Pararaton – tradotto «I Monarchi» –, un breve manoscritto anonimo di 32 pagine, scritto probabilmente tra il XV e il XVII secolo, che costituisce una breve cronaca dei regni Singhasari e Majapahit – sorti nell’isola di Giava – e dei re che si sono succeduti tra il 1200 e il 1500 circa. Il Pararaton, nonostante racconti dei fatti in ordine cronologico, non può essere considerata una cronaca totalmente storica, ma semi-leggendaria, in quanto contiene elementi mitici e magici, di cui il keris ne è un esempio. 

Nella prima parte dell’articolo, Prihatini ci presenta a grandi linee la storia di Ken Arok, un personaggio tanto intelligente quanto impulsivo. Figlio adottivo di un giocatore d’azzardo, decide di diventare soldato e si mette al servizio di Tunggul Ametung, capo (‘akuwu’) del sotto distretto della regione di Tumapel, sotto il regno di Kediri. La rottura dell’equilibrio inizia quando Ken nota la moglie di Tunggul, Ken Dedes – una donna che, secondo una profezia, sarebbe diventata la madre dei futuri re di Giava –, di cui subito si innamora. Per eliminare l’ostacolo che la separa dal suo amore – cioè il suo stesso capo – Ken decide di andare da un rinomato fabbro, Empu Gandring, con la richiesta di costruire un potente keris per avere la meglio su Tunggul, ucciderlo e prendersi finalmente l’amata. Dato l’importante compito, i tempi di fabbricazione sono lunghi, di almeno un anno, per poter dotare il pugnale di poteri magici e soprannaturali. Ma Ken è impaziente: dopo soli cinque mesi si presenta da Empu per prendere il pugnale non ancora portato a termine, uccidendo il fabbro. Empu morente fa però in tempo a lanciare contro il suo assassino una maledizione: il keris chiederà il sangue di Ken Arok e dei suoi discendenti. 

Armato ora del potente pugnale, Ken uccide Tunggul, sposa la moglie e si autoproclama re di Tumapel, espandendo i confini della regione e formando così il regno di Singhasari. Ma gli effetti della maledizione lanciata da Empu non si fanno attendere: il figlio di Tunggul, Anusapati, fa uccidere Ken con il suo stesso pugnale, di cui poi si impadronisce, per poi essere a sua volta essere ucciso dal figlio di Ken, Tohjaya avuto dalla sua prima moglie (prima di Ken Dedes). Autoproclamatosi re della regione, il suo governo causa insoddisfazioni e rivolte, per cui anch’egli viene ucciso. Con il suo successore, Ranggawuni – il figlio di Anusapati – inizia un periodo di pace per il regno, e con lui il keris di Empu Gandring scompare misteriosamente, ponendo fine alla maledizione.

Presentata a grandi linee la storia di Ken Arok e del pugnale maledetto, Prihatini mette in evidenza le somiglianze che si possono riscontrare tra la storia del keris di Empu Gandring e i Silmaril. Entrambi sono infatti, come suggerito dal titolo stesso dell’articolo, «oggetti potenti» Il keris, già nella cultura giavanese, è un importante oggetto spirituale, una sorta di talismano, fabbricato non con ferro normale ma meteoritico, e contiene in sé gli elementi della natura – terra, acqua, fuoco e aria – i quali, insieme ad altri poteri che vengono infusi dal fabbro, fanno del pugnale un oggetto dotato di proprietà soprannaturali. I Silmaril, dal canto loro, sono «fulgore di pura luce» – la cui Luce è «simbolo primordiale nella natura dell’Universo» –, creati da Fëanor con cristalli simile al diamante per far continuare a splendere la Luce dei Due Alberi, meravigliosi a tal punto che vengono consacrati «sì che nessuna carne mortale, nessuna mano impura, nulla di malvagio potesse toccarli senza bruciare e avvizzire». Nonostante tale natura prodigiosa, entrambi – il keris e i Silmaril – lasciano dietro di loro una scia di sangue, corrompendo qualsiasi sventurato entri nella loro storia, portandolo ad una inesorabile morte: come per i Silmaril furono combattute violente battaglie, così il keris maledetto fu causa di morte e di disordini nel regno giavanese. 

Una natura contraddittoria legata, inoltre – come spiega l’autrice –, ai loro artefici, alle loro intenzioni e al loro lato più oscuro. Così come le parole di Empu Gandring infusero nel pugnale una carica mortifera, allo stesso modo la superbia di Fëanor e la brama che lui stesso nutrì nei confronti della sua creazione accompagnarono le gemme per tutta la durata della loro storia, portando a giuramenti, fratricidi e distruzioni.

Entrambi gli artefatti, infine, escono di scena: l’uno – il keris – segnando l’inizio di un periodo di prosperità, gli altri – i Silmaril – aprendo un nuovo capitolo della storia di Arda e della Terra di Mezzo. E chiunque ne voglia seguire le tracce, ammaliato dal loro potere, non potrà che entrare nel novero di quei tanti che hanno trovato la rovina per causa loro.

Letting images speak for themselves: Tolkien’s rebus letter to Fr. Fancis Morgan, August 8, 1904 di Denis Bridoux

L’articolo è apparso sul numero di ottobre 2020 di Beyond Bree, un longevo mensile tolkieniano nato nel 1981. Denis Bridoux è ben noto ai soci della Tolkien Society, essendo stato il redattore della rivista annuale Mallorn dal 1986 al 1990 e avendo pubblicato numerosi articoli su Amon Hen.

La prima pagina della lettera del piccolo Tolkien.

Beyond Bree ha accolto la notizia della candidatura dell’articolo rendendo l’articolo disponibile online dalla homepage. L’articolo in sé non è particolarmente esteso, ma tratta di un reperto molto interessante e amato dagli appassionati di Tolkien: una lettera scritta sotto forma di rebus da Tolkien a Padre Francis Morgan, data 8 agosto 1904.

Il contesto storico di questa lettera è ricostruito secondo le informazioni contenute in The J.R.R. Tolkien: Companion and Guide di Hammond e Scull ed è ben noto: in quell’estate, Padre Francis Morgan aveva offerto a Mabel Tolkien e i suoi figli una sistemazione a Rednal, affittando due stanze in una casa di campagna adiacente a una tenuta di proprietà dell’Oratorio di Birmingham dove si svolgevano i ritiri spirituali della comunità. A Mabel era stato diagnosticato il diabete, allora senza cura, e la donna si era leggermente rimessa all’inizio estate lasciando l’ospedale. Ecco dunque che Padre Morgan aveva interceduto per allontanare Mabel dalla vita cittadina di Brimingham e regalare ai piccoli Tolkien (John Ronald aveva 12 anni) un’estate indimenticabile, che drammaticamente si rivelerà essere l’ultima con la loro madre. Morgan andava spesso a trovarli ma una volta fu trattenuto e mandò in sua vece un altro padre oratoriano, non altrettanto amato dai piccoli Tolkien. Ecco allora che Tolkien mandò la lettera in forma di rebus, lamentandosi della visita saltata e raccontando di nuove camminate trovate nel bosco da fare la prossima volta insieme a Padre Morgan.

La lettera conta quattro pagine ricavate da un foglio piegato in due, ed erano state pubblicate separatamente: la prima pagina in J.R.R. Tolkien: Life and Legend e le pagine 2-3 in bianco e nero in The Tolkien Family Album. La grande novità dunque sta nel fatto che con questo articolo Beyond Bree ha pubblicato per la prima volta tutte e quattro le pagine assieme, riprodotte a colori e restaurate digitalmente per restituire alla lettera l’aspetto che deve aver avuto più di un secolo fa.

Oltre al rebus, la pagina 3 ospitava una poesia umoristica, la cui comprensione è difficile dal momento che probabilmente fa riferimento ad altri scherzi tra Morgan e Tolkien di cui sappiamo ben poco, e il disegno di un cartello su cui è scritto: 

Si prega di richiedere la ‘chiave’ a Woodside Cottage – Rednal.

R. Tomkins

Bridoux commenta puntualmente che Tolkien aveva dunque elaborato il rebus senza aspettarsi che lui lo interpretasse autonomamente, bensì per far provare a Padre Morgan una gran curiosità, che lo avrebbe indotto a venire in visita al più presto per avere la ‘chiave’, cioè la soluzione del rebus.

L’interpretazione del rebus è stata pubblicata nel numero successivo di novembre, grazie al contributo di Carl Hostetter che ha decodificato il messaggio e con un breve commento di Bridoux.

Segnaliamo infine che di questa lettera parla anche lo studioso Ferrández Bru nella sua biografia di Padre Francis Morgan, pubblicata in Italia con il titolo J.R.R. Tolkien e Francis Morgan. Una saga familiare dalle Edizioni Terra Santa (da noi recensito qui). Ferrández Bru offre una accurata decodifica delle prime parole del rebus a mo’ di esempio insieme alla traduzione di tutto il rebus e della poesia umoristica. Tuttavia la decodifica del rebus proposta da Ferrández Bru è ricavata da alcuni forum tolkieniani, e contiene degli errori di interpretazione a differenza di quella di Hostetter, anche perché quest’ultimo ha avuto a disposizione delle scansioni molto dettagliate della lettera.

Tolkien’s Work on the Oxford English Dictionary: Some New Evidence From Quotation Slips di Rachel Fletcher

Journal of Tolkien Research

Questo articolo è comparso nel volume 10/2020 del Journal of Tolkien Research, rivista accademica pubblicata dalla Valparaiso University e a libero accesso, che offre articoli di ricerca sull’universo tolkieniano.  L’autrice, Rachel A. Fletcher è una dottoranda all’Università di Glasgow, per cui conduce delle ricerche sui dizionari di inglese antico. Analizzando del materiale in possesso dell’Università di Toronto e legato al Dictionary of Old English (DOE), si è casualmente imbattuta in dei ‘biglietti’ scritti a mano da Tolkien, originariamente appartenenti al materiale per l’Oxford English Dictionary (OED), a cui Tolkien aveva lavorato per circa due anni come lessicografo quando era tornato dalla prima guerra mondiale. Confrontandosi per la sua ricerca di dottorato con Peter Gilliver, redattore dell’OED e coautore del libro The Ring of Words: Tolkien and the OED, Fletcher ha capito che i biglietti potevano rappresentare del materiale interessante, poiché inedito, per avere maggiori dettagli sull’attività professionale di Tolkien in quel periodo. In questo articolo analizza quindi le scoperte fatte in relazione a questo materiale. I biglietti sono interessanti per due motivi: in primo luogo perché mostrano alcuni dei processi di pensiero che Tolkien metteva in atto nell’analisi di una parola; e in secondo luogo perché permettono di datare con più precisione l’inizio del lavoro di Tolkien all’OED.

La prima parte dell’articolo è dedicata alla ricostruzione della storia dei biglietti. Questi erano dei piccoli pezzi di carta, di circa 10×15 cm, e costituivano l’ossatura dell’Oxford English Dictionary, progetto monumentale promosso nel 1857 dalla Philological Society di Londra. L’OED, esistente ancora oggi, è un dizionario storico, cioè traccia la storia del significato di ogni lemma della lingua inglese; per fare questo utilizza circa tre milioni di citazioni che vanno dalla letteratura classica ai libri di cucina. Nel 1988 il dizionario fu completamente digitalizzato, ma all’epoca della sua realizzazione per registrare citazioni, definizioni ed etimologie, si usavano dei biglietti. Questi venivano organizzati e mandati in stampa ogni volta che si pubblicava un fascicolo, poiché il dizionario usciva periodicamente in parti separate. Tolkien fu uno scrittore di biglietti dell’OED per circa due anni, nel 1919-1920, e si occupò dei lemmi in inglese antico. I biglietti utilizzati per l’OED sono ancora oggi conservati nei loro archivi, e quelli scritti da Tolkien sono già stati commentati e analizzati nel libro di Gilliver et al. sopra citato. Fletcher tuttavia, ha scoperto che una parte di quei biglietti finì altrove. Nel 1928 infatti il dizionario fu completato, e dopo questa data i biglietti utilizzati furono in parte conservati, e in parte andarono a costituire materiale per altri progetti. In particolar modo, i biglietti scritti da Tolkien finirono per sbaglio fra il materiale per il dizionario di inglese medio proposto da William Craigie, terzo editore dell’OED. Nel 1970, infine, l’Università di Toronto decise di realizzare un nuovo dizionario di inglese antico, e riuscì ad entrarne in possesso; da allora rimasero lì. L’autrice li ha esaminati all’inizio del 2019, e ha potuto constatare che, dati i numerosi spostamenti, non sono molto ben organizzati, non sono molti (poche centinaia) e si concentrano principalmente sulle ultime lettere dell’alfabeto. Tuttavia, proprio per quest’ultimo motivo rappresentano del materiale interessante sul lavoro di Tolkien, poiché lavorava all’OED quando venivano analizzate queste lettere. 

La seconda parte dell’articolo parla in maniera più approfondita dei biglietti scritti da Tolkien, ed è corredata da una ricca serie di immagini degli stessi. I biglietti scritti a mano da Tolkien sono sessantasei, e riportano citazioni per le seguenti parole di inglese antico: ‘styan’, ‘wade’, ‘waldend’, ‘walm’, ‘walrus’, ‘wander’, ‘wane’, ‘warlock’, ‘weald’, ‘wield’, e ‘wold’. In alcuni casi dai biglietti è possibile dedurre quali fossero le fonti a cui Tolkien faceva riferimento nel tracciare l’etimologia di una parola, come nel caso di ‘walrus’, uno dei biglietti più ricchi di annotazioni, che l’autrice analizza per capire quali dizionari avesse consultato il professore. Il biglietto ricava l’etimologia di ‘walrus’ esplorando forme di norvegese antico, russo e alto-tedesco antico. Inoltre, riporta alcune parole apparentemente scollegate dalle altre, in finnico e in gotico, che ci mostrano come l’interesse filologico di Tolkien lo spingesse ad andare ancora più a fondo nell’esplorazione delle parole, cercando connessioni più recondite. I biglietti mostrano anche che un altro ruolo ricoperto da Tolkien nel lavoro sull’OED fu la lemmatizzazione di alcune parole. Molte citazioni riportavano infatti la parola in questione utilizzata in contesti in cui poteva essere ad esempio al plurale, o per i verbi, declinata ad un tempo che non fosse l’infinito. Queste parole andavano normalizzate per ricondurle a una forma utilizzabile come lemma del vocabolario, e trattandosi spesso di lemmi antichi e non più in uso, questo poteva rivelarsi un compito piuttosto difficile. Essendo un esperto, Tolkien fu scelto per essere fra le persone che si occupassero di questo aspetto, e dal numero di biglietti trovati l’autrice deduce che questa fosse una parte significativa del suo lavoro all’OED. Anche in questo caso, i biglietti mostrano che Tolkien amava approfondire più di molti suoi colleghi, riportando varianti della stessa parola, traduzioni di parole non sopravvissute nell’inglese contemporaneo, e altre note etimologiche. 

L’ultima parte dell’articolo affronta infine la questione biografica, analizzando i dettagli che possono rivelare con più precisione la data di inizio del lavoro di Tolkien all’OED. Il periodo successivo al ritorno dalla prima guerra mondiale di Tolkien infatti non è molto documentato, e la cronologia del suo arrivo all’OED è piuttosto incerta. Dalla biografia di Carpenter sappiamo che Tolkien e la sua famiglia trovarono delle stanze ad Oxford nel novembre del 1918, mentre la cronologia di Gilliver indica che il primo fascicolo contenente una parola a cui aveva lavorato Tolkien fu stampato nell’aprile del 1919. La data di inizio del lavoro di Tolkien all’OED si deve quindi collocare in questo lasso di tempo. Hammond e Scull hanno ipotizzato che questa data fosse nel gennaio del 2019. Fletcher, tuttavia, individua nel biglietto recante la parola ‘styan’ la prova che il lavoro iniziò prima. Il biglietto reca infatti un numero che lo identifica come parte di un gruppo di biglietti che furono mandati in stampa il 24 dicembre 1918. L’autrice ipotizza quindi che il primo compito affidato a Tolkien fosse quello di trovare ulteriori citazioni per questa parola, e che successivamente sia stato invece assegnato alla lettera ‘w’, con cui cominciano tutte le parole analizzate negli altri biglietti. In ogni caso, il biglietto costituisce la prova che Tolkien lavorava all’OED già prima del 24 dicembre 2018. L’articolo di Rachel Fletcher è disponibile gratuitamente in inglese sul Journal of Tolkien Research. Per chi volesse approfondire il lavoro di Tolkien all’OED, la fonte principale resta il libro The Ring of Words: Tolkien and the Oxford English Dictionary di Gilliver, Marshall e Weiner.

VINCITORE: Defying and Defining Darkness di Verlyn Flieger

«[…] i tuoi piedi ti hanno condotto lungo la via giusta.»
«Così pensavo […] Ma ora non so più dove dirigermi, poiché è svanita nell’oscurità.»
«Traversando l’oscurità si può raggiungere la luce.»

J.R.R. Tolkien, La caduta di Gondolin, Bompiani, Milano 2018, p. 154.

Verlyn Flieger è professoressa Emerita al Dipartimento di Inglese dell’Università del Maryland e ha pubblicato un articolo in Mallorn 61 dell’inverno 2020.

Nel suo elaborato, Flieger si focalizza su un tema ricorrente in tutta l’opera del Professore e tuttavia particolare, infatti, nonostante il lettore sia pienamente consapevole della sua esistenza si troverebbe in difficoltà a identificarlo con precisione; questo perché, spiega l’autrice, lo stesso Tolkien lascia indizi lungo la strada della storia piuttosto che indicarcelo direttamente. Si sta parlando dell’Oscurità e del modo di sfidarla e definirla, per questo il titolo dell’articolo è Defying and Defining Darkness.

Flieger introduce l’argomento attraverso il significato delle parole trovato nell’American Heritage Dictionary. «Sfidare» significa affrontare, fronteggiare, scendere in campo contro qualcosa oppure resistere e sopportare; «definire» significa affermare il preciso significato di qualcosa. Seguendo la logica è ben possibile intuire che non si può sfidare l’oscurità se prima non si è sicuri di cosa effettivamente sia. Ma la stessa logica sulla quale abbiamo basato il nostro intuito ci mette davanti a un vicolo cieco quando nel medesimo dizionario cerchiamo il significato della parola «oscurità», che risponde alla definizione di: totale o quasi totale assenza di luce. Arrivati a questo punto le indicazioni ci tradiscono perché come è possibile sfidare, fronteggiare un nemico assente? Come poter definire qualcosa che non c’è? È necessario, continua Flieger, deporre la nostra mappa e chiedere consiglio allo stesso Tolkien.

Dal Silmarillion, allo Hobbit, al Signore degli Anelli l’oscurità viene descritta in modi differenti. È «esterna» quindi resa una presenza (per esempio nel primo capitolo de Lo Hobbit leggiamo:«l’oscurità entrò nella stanza dalla piccola finestra»); o personificata (i Cavalieri Neri che sono spettri inconsistenti, privi di sostanza eppure son presenti; il ragno Ungoliant che succhia da Laurelin e Telperion la linfa luminosa, liquida, per trasformarla in un’oscurità gassosa); o ancora una metafora che parte da un riferimento atmosferico o scenografico (ad esempio la notte) per arrivare a uno stato mentale, per cui la tenebra circonda anche l’animo del personaggio che in essa vi è immerso. È «interna» e dunque tanto reale (ci si trova in un posto oscuro, la caverna di Smaug, la tana di Shelob) quanto psicologica poiché mette il personaggio davanti a una prova morale. Sperimentiamo dunque come Tolkien sposti la prospettiva (esterna e interna) con cui introduce e descrive l’oscurità; egli dà al lettore diverse immagini, che spaziano dallo sfondo alla condizione interiore e che hanno «l’intima consistenza della realtà», come la definì Tolkien ne saggio Sulle fiabe.

Definita in queste sue molteplici forme dallo stesso Tolkien, si deduce che l’oscurità può essere sfidata in altrettanti modi e Flieger si «azzarda ad affermare» che tale sfida deve essere ricercata nel modo di raccontare del Professore di Oxford. È certo che il tratto distintivo della sua narrativa si basa sull’oscillazione tra luce e oscurità, poiché tale movimento è rappresentato dallo stesso termine da lui coniato nel saggio Sulle Fiabe ovvero la «eucatastrofe», un improvviso capovolgimento che non nega la «discatastrofe» ma vi pone rimedio, negando invece «la sconfitta finale e universale». Questa alternanza funziona perché si vuole mantenere come fine l’equilibrio. E il paradosso, che è la chiave per aprire la porta alla lettura delle opere di Tolkien, è proprio questo: se il fine rimane immobile, non cambia, permette l’oscillazione, la tensione e l’alternanza di luce e oscurità nella narrazione. Per questo ogni azione dei personaggi è così fondamentale per la storia, perché il più piccolo centimetro è essenziale quando si vuole mantenere l’equilibrio. Ciò, prosegue Flieger, è un pensiero di Tolkien stesso così vicino alla vita reale come lo è la fiaba, quando afferma che la Fantasia «si fonda sulla dura consapevolezza che le cose sono proprio così nel mondo reale quale esso appare alla luce del sole», per cui la logica da noi ricercata nelle definizioni del dizionario non può soccorrerci. Se si sfida l’oscurità, quindi si attua una scelta compiendo un’azione, significa che scendendo in quel campo di battaglia si avrà di fronte un nemico che raccoglie la sfida e agisce contro di noi. In sintesi, esiste un’arbitrarietà dell’Oscurità tanto quanto quella della Luce e infine la nostra.

Arrivata a questo punto, Flieger si avvia al cuore dell’indagine, risalendo all’istante cruciale in cui Frodo, in cima al Monte Fato, pur avendo opposto la sua volontà contro l’oscurità per tutto il viaggio, non vince ma perde la lotta finale. In questo momento decisivo si evince che il discorso sull’oscurità e sulla luce fa da contorno al tema fondamentale della perdita, perché come dice Gandalf: «Il male provocato da Sauron non potrà mai essere del tutto sanato, né distrutto come se non fosse esistito». Così Frodo a contatto con l’Anello perde la sua salute, la sua innocenza e la sua casa; perde tutto e così tutti noi. Infatti la dura consapevolezza che le cose siano così nel mondo reale è proprio quella dell’umana condizione, ovvero la perpetua oscillazione fra speranza e disperazione (luce e oscurità) che Tolkien chiama anche «la lunga sconfitta». Questa, altro non è che la storia umana della Caduta, e anche l’unica realtà che rende davvero uguali tutti gli esseri umani perché «l’uomo, ogni uomo e tutti gli uomini, e tutte le opere degli uomini devono morire. È un tema che nessun cristiano deve disprezzare». Flieger continua citando il Beowulf essay: «la vita è transitoria: la luce e la vita insieme spariscono in fretta», ma tale sconfitta della luce, nel Tempo, non è alla fin fine da considerarsi tale perché anche se l’oscurità prendesse il sopravvento, «l’Arbitro che sta al di sopra del mondo mortale» fa pregustare all’anima l’eternità, sia della vittoria sia della sconfitta; per questo motivo è comunque indispensabile che l’uomo combatta. Dunque, nemmeno il più grande Personaggio con la sua luce può provocare la disfatta dell’oscurità, questo è il compito del Narratore poiché è Lui che tira le fila della Storia.

Anche se Tolkien non dà una definizione definitiva di oscurità è chiaro dal suo racconto che essa sia una forza riconoscibile ed è necessario sfidarla. Non sempre è possibile sconfiggerla e a volte è necessario fuggirla. L’oscurità è dunque imprescindibile, conclude Flieger, per trovare la luce, ciò implica sempre e comunque la scelta di agire, ma è vero che, se non si attraversa l’oscurità senza esserne toccati, la scelta può essere anche e infine quella di agire contro noi stessi.

(segue a p. 4)

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