Tra cavoli e patate, un pensiero incoraggiante

di Mauro Toninelli


Tra cavoli e patate

Certo disquisire di cavoli e patate può sembrare una cosa adatta a giardinieri, campagnoli o amanti degli ortaggi. La realtà dei fatti dice però che si possa scovare tra i cavoli e le patate, se posti in relazione ad Elfi e Draghi, una indicazione ermeneutica per leggere Il Signore degli Anelli. Senza necessariamente cercare nell’orto di ciascuno, il punto di partenza è proprio nelle pagine iniziali del capolavoro di Tolkien quando il Gaffiere, padre di Sam Gamgee, all’osteria L’Edera riporta le parole che rivolge spesso al figlio:

Elfi e Draghi!, gli dico. Cavoli e patate son fatti per gente come noi. Non t’impicciare degli affari dei tuoi superiori, o ti capiteranno guai a non finire, gli dico.1

Appare come un monito assai saggio da parte di un genitore al proprio figlio su come comportarsi per evitare guai.

Cominciando ad addentrarsi nelle vicende della Terra di Mezzo e dei suoi personaggi, il lettore scoprirà che Sam, nonostante le raccomandazioni, avrà a che fare con Elfi, Draghi e tanto altro, fino ad arrivare alle pagine dell’ultimo capitolo del romanzo. Il Gaffiere, tornato al numero 2 di via Saccoforino dopo le vicende della Contea descritte negli ultimi capitoli, continua a ripetere, a chiunque sia il suo interlocutore, «E tutto è Bene ciò che finisce Meglio!»2.

Il Gaffiere è un personaggio che dire minore, nel mondo tolkieniano, forse è addirittura quasi concedere troppo, è un personaggio che entra nel racconto in punta di piedi, rimane in un angolino ma strappa affetto a ciascun lettore per il suo legame con Sam.

Si provi a riflettere ora, senza cadere nella semplice allegoria che tanto Tolkien aveva chiesto di evitare nell’approccio a Il Signore degli Anelli.

Cavoli e patate stanno a indicare la condizione di tutti i giorni del Gaffiere prima, di Sam ora. Il lavoro come giardiniere di casa Baggins lo impegna e lo occupa in queste faccende. I cavoli e le patate stanno allora a dire l’ordinarietà della vita, la sua routine, le sue abitudini, i suoi pregi, tutti i suoi limiti, le sue gioie e i suoi dolori, i suoi successi e i suoi fallimenti. Di più, aggiungono anche una concezione umile della visione della vita «per gente come noi»3.

Gli Elfi e i Draghi, invece, nella rappresentazione del mondo del vecchio Gamgee, sono tutto ciò che è fuori dal comune, fuori dall’ordinario della vita degli Hobbit. In altri termini è lo straordinario, ciò che pare irraggiungibile «per gente come noi»4.

Inizio e fine del romanzo

Tutto quello che c’è in mezzo è un percorso, una vicenda che implica i cavoli e le patate di ciascuno, la vita di tutti i giorni, l’ordinarietà di un’esistenza. È a partire dal risultato finale, il Meglio, che si capisce che la propria vicenda è legata al Bene. Compiere ciò che è di tutti i giorni, fare i conti con la propria realtà, la propria situazione, a volte è complicato. È difficile scorgervi quel Bene che volgerà la storia, di cui ciascuno è parte, al Meglio. I miei cavoli e le mie patate hanno senso perché possono vivere e vivono alla luce di qualcosa che è più grande, gli Elfi e i Draghi.

Sembra quasi che qui si proponga un percorso spirituale di senso, tanto per Sam e gli Hobbit, quanto per chi si trovasse a farsi interpellare da Il Signore degli Anelli. Per avere conferma di queta idea è necessario fare riferimento ad altri testi in cui lo stesso Tolkien ha espresso alcuni principi e ha riflettuto sulla propria opera divenendo lui stesso interprete del romanzo. Tra questi ci sono sicuramente le lettere. 

Si dia uno sguardo alle lettere 180 e 181 di Tolkien. Entrambe sono datate 1956, probabilmente nei primi mesi dell’anno.

Gli hobbit erano stati accettati. Io stesso li amavo, poiché amo l’ordinario e il semplice quanto il nobile, e nulla mi commuove (al di là di tutte le passioni e i dolori del mondo) quanto la ‘nobilitazione’ (dal brutto anatroccolo a Frodo).5

In questo passo Tolkien si esprime sugli Hobbit sottolineando la loro ordinarietà, umiltà e nobiltà. Se sulle prime due caratteristiche non si è sorpresi, forse lo si rimane un po’ di più sul termine nobile associato al popolo della Contea. Aggiunge poi una nota su Frodo, sull’impresa sostenuta che lo ha portato alla nobilitazione, dove il termine è posto tra virgolette. Il segno grafico dice che con quel termine Tolkien vuole indicare qualcosa di particolare, qualcosa che semanticamente non è immediato al termine ma che lo può comprendere.

Per capire cosa voglia indicare ci si deve affidare alla lettera successiva, quando commenta l’arrivo di Frodo e Sam alla voragine di Monte Fato.

L’impresa quindi era destinata a fallire in quanto parte di un piano per il mondo, e anche a finire in disastro come storia della crescita dell’umile Frodo a ‘nobile’, la sua santificazione.6

Qui pare che nobile significhi santo. Ipotesi confermata da un’altra ricorrenza nella medesima lettera.  

È per questo che considero la storia di Arwen e Aragorn come la parte più importante delle Appendici; fa parte della storia essenziale, e si trova lì solo perché non avrei potuto inserirla nella narrazione principale senza distruggerne la struttura: che è progettata per essere “hobbito-centrica”, cioè, principalmente, uno studio sulla nobilitazione (o santificazione) degli umili.7

Tre occorrenze in cui Tolkien chiaramente dice che esiste per alcuni personaggi un percorso spirituale e definisce tale percorso santificazione.

A partire da queste affermazioni specifiche per gli Hobbit e Frodo Tolkien afferma la possibilità che la storia progredisca verso il Meglio, che l’ordinarietà dei cavoli e delle patate non possa che essere in relazione e dentro qualcosa di più grande, qualcosa che le permette di essere e che realizza, allo stesso tempo, la Storia.

Nell’ordinarietà di ciascuna vita agisce qualcosa di più grande; ciò che si è, con tutti i propri pregi, i propri limiti, i propri successi e cadute permette allo straordinario di accadere. Anche nei momenti più bui e complicati. Cavoli, patate alla luce di Elfi e Draghi, «il che può essere un pensiero incoraggiante»8.


[1] J.R.R. TOLKIEN, Il Signore degli Anelli (origg. 1954-1955), Bompiani, Milano 2018, p. 46. Il capitolo è Una festa a lungo attesa. Il corsivo è nel testo.

[2] Ivi, p. 1099. Il capitolo è I Porti Grigi.

[3] J.R.R. TOLKIEN, Il Signore degli Anelli, cit., p.46. Il capitolo è Una festa a lungo attesa.

[4] Ibidem.

[5] IDEM, Lettere 1914/1973, Bompiani, Milano 2018, let. 180, p. 368.

[6] Ivi, let. 181, p. 371.

[7] Ivi, let. 181, pp. 376-377.

[8] J.R.R. TOLKIEN, Il Signore degli Anelli, cit., p.81. Il capitolo è L’ombra del passato.

One Reply to “Tra cavoli e patate, un pensiero incoraggiante”

  1. Sono amico e collega di Mauro. Come lui ho passione per “Il Signore degli anelli”, ma non posso vantare la sua conoscenza approfondita in materia. Questo breve saggio sui cavoli e le patate è ispirato. Mi rimanda alla fine de “Lo hobbit”, quando il morente Thorin afferma che il mondo sarebbe più lieto se le persone pensassero più spesso all’ordinarietà della vita, fatta di cibo, buon vino e canti di festa. Un messaggio di grande valore, che aiuta a comprendere come sia nell’ordinarietà che può risplendere la luce della vera e santa umanità, di cui il Gaffiere è immaginifico prototipo. Grazie di cuore Mauro, ancora una volta.

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