Will Sherwood: L’Ombra del Passato

di Will Sherwood


Il Capitolo II. L’Ombra del Passato è di «centrale importanza nell’evoluzione de Il Signore degli Anelli», poiché ha fornito a Tolkien il retroscena necessario per guidare la trama1. Tuttavia, non è sempre esistito con questo titolo, e il contenuto del capitolo è cresciuto in maniera tale da intrecciare la storia dell’Anello con quella di Gollum. Come avevo anticipato nel mio ultimo post circa Una Festa a lungo attesa, la maggior parte dei capitoli che preludono a Granburrone erano stati talmente elaborati che l’intera storia di ogni capitolo potrebbe costituire un libro a sé. Christopher aveva detto esattamente la stessa cosa su L’Ombra del Passato, poiché «la conversazione di Gandalf con Frodo diventò il mezzo per sviluppare la storia degli Anelli del Potere», e perciò richiese profonde revisioni2

1. Spettri dell’Anello, Spettri elfici, Spettri goblin, ma non Spettri nanici?

Nella Fase Uno, le sezioni di quello che poi sarebbe diventato L’Ombra del Passato erano state disseminate in diverse sezioni di diversi capitoli. Tolkien desiderava conservare la battuta di Gandalf sulla «paura del fuoco», che originariamente si sarebbe dovuta riferire a Bilbo. Nel testo che è stato poi pubblicato, compare nel secondo capitolo e concerne invece Gollum.3  La versione della Fase Quattro raggruppa molto del materiale sparpagliato del “relitto” del manoscritto della Fase Tre, e ha raggiunto «la forma finale in molti aspetti per un lungo periodo».4

Le origini dell’Anello si trovano in Of Gollum and the Ring (“Su Gollum e sull’Anello”) in The Return of the Shadow (pp. 73-87). Bingo e i suoi compagni incontrano Gildor Inglorion nel capitolo precedente, ma in questo Gildor diventa “loro”. La prima versione è sorprendentemente diversa per il retroscena che ci dà sull’Anello:

Nei giorni che furono il Signore degli Anelli creò molti di questi Anelli, e li sparpagliò per il mondo per intrappolare le genti. Li mandò a tutte le genti – gli Elfi ne ebbero diversi, e ora esistono molti Spettri elfici nel mondo, ma l’Oscuro Signore non può comandarli; i goblin ne ebbero diversi, e i goblin invisibili erano molto malvagi e completamente soggiogati dal Sire; i nani non ne ricevettero alcuno, credo; alcuni dicono che gli anelli non funzionino su di loro: sono troppo solidi. Gli uomini ne ebbero alcuni, ma furono quelli che più velocemente cedettero al loro potere, e… anche gli Spettri umani divennero servitori dell’Oscuro Signore. Vi ricordate la storia di Gollum narrata da Bilbo? Non sappiamo a quale razza appartenesse – di certo non è un elfo, né goblin; probabilmente non è un nano; pensiamo piuttosto che fosse un antico tipo di hobbit.5

Tolkien si era già imbattuto nel Cavaliere Nero, e ora stava cercando di capire da dove venisse. La ragione che ha spinto il Signore Oscuro a intrappolare le genti libere era già stata stabilita nella Fase Uno, ma anziché donarne un numero limitato, qua pare che l’Oscuro Signore avesse creato una considerevole quantità di anelli magici. Non solo gli uomini erano suscettibili al potere oscuro, ma anche alcuni elfi erano diventati spettri. Immaginate il terrore che incuterebbero! Tuttavia, i nani erano incorruttibili. Per capire a cosa si riferisce Tolkien qua, dobbiamo consultare la versione del Silmarillion che il Professore aveva completato più recentemente. The Later Annals of Beleriand (“Gli ultimi Annali del Beleriand”) è stato scritto in qualche momento tra il 1930 e il 1937 ed è stato spedito alla Allen&Unwin prima che Tolkien iniziasse a lavorare sulla prima versione di Una Festa a lungo attesa, nel 1937. È stato infine in questa versione che l’origine dei nani venne spiegata (anche se brevemente):

Aulë creò i Nani tanto tempo fa… ma i Nani non hanno un spirito in sé, come lo hanno i Figli del Creatore, e hanno abilità ma non arte; ed essi ritornano alla roccia delle montagne di cui sono fatti.6

I nani non erano stati creati da Ilúvatar, perciò in loro non alberga uno “spirito”, non un grammo di immortalità che possa consentire loro di vivere oltre Arda. Loro «tornano alla roccia delle montagne di cui sono fatti» e perciò non sono soggetti al controllo dell’Oscuro Sire, sono «troppo solidi» e privi di spirito. Questo spiega perché in questa prima versione de L’Ombra del Passato Tolkien non voleva che i nani avessero alcun anello magico.

Non appena entriamo nella Fase Due, tuttavia, Tolkien cambia idea. La poesia dell’Anello è composta, i nani vengono inclusi e i goblin buttati fuori. Non c’è più alcuna citazione sugli spettri elfici (il Re degli Elfi si nasconde, invece) e questa parte del retroscena è quasi identica alla versione pubblicata.

2. Da Dígol a Sméagol

Poco dopo aver scritto la prima versione, dove Gildor diventò “loro” e Gollum veniva presentato come uno hobbit, Tolkien scrisse una seconda versione che, per un periodo, poteva essere considerata una nuova Prefazione.

In questa versione, Gandalf informa Bingo circa Gollum e la storia dell’Anello. In nessun punto, tra la prima e la seconda versione pubblicate, la razza di Gollum cambia. Tolkien, infatti, usa questo per supportare un punto cruciale che è rimasto lo stesso in tutte le versioni successive. Qua potete leggere il primo arrangiamento e quello finale, che mostrano come l’idea non sia mai cambiata: 

C’era molto, nei meandri della loro mente e memorie, che era simile – si capivano l’un l’altro, se ci pensate, molto meglio rispetto a quanto gli hobbit capissero i nani, gli elfi o i goblin.

Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Return of the Shadow, op. cit., p. 79

Avevano un’infinità di cose in comune nel modo di pensare e di ricordare: si capivano straordinariamente bene, molto meglio che non un Hobbit con un Nano, per esempio, o con un Orco, o persino con un Elfo. Pensa a tutti gli enigmi che ambedue conoscevano: mi sembra molto significativo.

Tolkien, J.R.R., La Compagnia dell’Anello, Capitolo II. L’Ombra del Passato

Gli unici cambiamenti sono la formulazione, la modifica da “goblin” a “orco” e la giustificazione del gioco degli indovinelli. 

Questa seconda versione porta anche alla nascita della personalità di Sméagol, che però invece viene chiamato Dígol e trova l’anello sulla riva di un fiume.

È solo nella Fase Quattro che Dígol diventa Sméagol e viene presentato Déagol.

Di conseguenza, anche l’omicidio di Déagol viene aggiunto alla storia dell’Anello.7 Tolkien mette in chiaro fin da subito che uccidere qualcuno per ottenere l’anello sia una decisione catastrofica. Nella seconda versione, Gandalf osserva: 

È stata la pietà a fermarlo [Bilbo]. E non avrebbe potuto [assassinarlo] senza fare qualcosa di male. Era contro le regole. Se lo avesse fatto, non avrebbe avuto l’anello, l’anello avrebbe avuto lui all’istante. Sarebbe potuto diventare uno spettro là dov’era.8

L’atto, sorprendentemente, anticipa la creazione degli horcrux della serie di J.K. Rowling Harry Potter e presenta lievi echi della storia di Caino e Abele. L’assassinio sembra andare contro le “regole” della vita disciplinate da Ilúvatar. L’omicidio espone una persona alla corruzione, in questo caso la corruzione dell’Anello. Bilbo sarebbe diventato uno spettro hobbit, se avesse ucciso lo hobbit solitario in Indovinelli nell’Oscurità (idea con la quale Tolkien aveva giocato nella prima versione in The Return of the Shadow, p. 78). L’Anello brama violenza e dissidi contro Ilúvatar e i Valar. Nonostante Sméagol non diventi un vero e proprio spettro hobbit quando uccide Déagol, il suo spirito viene certamente corrotto. Il suo desiderio di strangolare Déagol non è davvero suo e mette in evidenza l’incredibile potere di cui è intriso l’Anello. Persino nella seconda versione è evidente la stretta dell’Anello su di lui: «lo usò per scoprire segreti ‘lo usava per scoprire segreti, e metteva a frutto le sue conoscenze in modo malvagio, e la sua vista e il suo udito diventavano acuti per tutto ciò che era sgradevole».9

Il processo nel diventare Gollum è stato lungo, non è stato un cambiamento che si è verificato dall’oggi al domani; ci è voluto tempo prima che fosse bandito dalla sua gente, e dalla seconda versione, Tolkien capisce che l’Anello allunga la vita: «quella che l’Anello dà è una vita lunga, ma povera, una mera vita allungata anziché una crescita continua – una sorta di assottigliamento continuo. Spaventosamente logorante, capì infine Bilbo, un tormento».10

Sia che il portatore sia cosciente della sua influenza o ne ignori il potere, l’Anello stringerà lentamente la sua morsa e corromperà il suo portatore conferendogli una longevità artificiale. Molto tempo dopo Tolkien ha riflettuto, nella Lettera 212 sul fatto che «la longevità o l’immortalità fasulla (la vera immortalità è quella oltre Eä) è l’esca preferita di Sauron – rende il piccolo un Gollum, e il grande uno spettro dell’Anello».

Christopher non specifica quando la storia di Sméagol, tra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, si realizzi pienamente, ma possiamo supporre in modo sicuro che questo avviene durante la Fase Quattro, quando il capitolo «raggiunse la forma finale, sotto molti aspetti, per un lungo periodo».11

3. Vite cicliche: la crescita di Bilbo

Nel mio ultimo post su Una Festa a lungo attesa, ho sottolineato come le età di Frodo e Bilbo fossero cicliche nella versione pubblicata. Tolkien ha continuato a sviluppare questo punto nella seconda versione di quello che poi sarebbe diventato L’Ombra del Passato. Nel capitolo, Bingo dichiara:

l’età più sobria, i 50 anni… un numero che in qualche modo percepiva come significativo (o minaccioso), è stato in ogni caso a quell’età che l’avventura si era imbattuta per la prima volta su Bilbo – iniziò a pensarci su più seriamente. Si sentiva irrequieto. Scrutava le mappe e si chiedeva cosa ci fosse oltre i loro confini . . . iniziava a percepire, delle volte, una sottile sensazione, come se la vita si allungasse di giorni, settimane, mesi, senza che lui fosse pienamente là, in qualche modo.12

Questo è, quasi parola per parola, quello che appare nella versione pubblicata.

La sensazione è che Bingo giudichi la sua crescita come hobbit prendendo come metro di paragone il Bilbo adulto.

Tuttavia, come ho menzionato nel mio ultimo post, mentre Bilbo aveva Gandalf pronto a traghettarlo fuori da Casa Baggins, Bingo aveva l’Anello. La differenza principale tra la prima e la seconda versione è che Bingo prova la sensazione che le giornate trascorrano senza aggiungere senso alla sua esistenza, mentre Frodo non avverte questo senso di irrequietezza. Sicuramente Tolkien aveva deciso che era troppo presto perché l’Anello potesse avere avuto un effetto di tale portata su di lui. D’altronde, non era stato esposto al potere dell’Anello per sessant’anni, come invece era successo a Bilbo.

Il senso di inquietudine poteva dipendere da uno o due fattori: o l’Anello percepiva la chiamata del suo Padrone e, di conseguenza, Bingo/Frodo avvertiva per estensione lo stesso struggimento, o la bizzarria tipica dei Tuc, che Bilbo aveva sentito crescere in lui ne Lo Hobbit, aveva preso il sopravvento sullo hobbit (da qua in poi mi riferirò a lui soltanto come Frodo).

Le aperture di entrambi i romanzi mostrano un sentimento ciclico, e considerato che la famiglia Baggins è parte della più grande genealogia Tuc, possiamo concludere che Frodo avesse ereditato la stranezza dei Tuc che si era risvegliata anche in Bilbo una volta compiuti cinquant’anni.

La sensazione di ciclicità si sposa anche con la teoria del Viaggio dell’Eroe sviluppata da Joseph Campbell ne L’eroe dai mille volti (1949).

Il primo passo viene chiamato “Appello” e «il destino ha chiamato l’eroe e trasferito il suo centro spirituale di gravità dalla società in cui vive a una zona sconosciuta». Possiamo chiaramente vedere il parallelismo tra Frodo e la teoria di Campbell. La «zona sconosciuta» è il vasto mondo della Terra di Mezzo che Frodo è impaziente di vedere ed esplorare, dato che era cresciuto con le storie di Bilbo. Si è stufato ed è spinto ad andarsene di casa. Un’altra volta, il libro di Jordan Peterson sul significato della mitologia sarebbe utile qui. So che ha parlato della necessità, per un bambino, di andarsene di casa: Frodo è palesemente una persona che ha bisogno di stimoli esterni. Casa non è più abbastanza.

Abbandonare la casa è una necessità per poter imparare e crescere. Il fatto che Campbell usi la parola “zona” mi ricorda la “zona di sviluppo prossimale” di Lev Vygotsky, che fu ideata e parzialmente sviluppata da Vygotsky tra il 1932 e il 1934.

Le idee di Vygotsky sono state introdotte nell’Occidente nel 1920, quindi è possibile che Campbell fosse familiare con le teorie dello studioso. 

La teoria di Vygotsky è così profonda che è ancora utilizzata dal sistema educativo del Regno Unito. Tratta della maturazione della persona, e teorizza che esistano delle “zone” sicure nelle quali non si ha bisogno di assistenza (per esempio, quando si cucina un toast). Oltre a queste, esistono delle zone immediate che indicano un progresso raggiungibile (per esempio, preparare un arrosto). Questa “zona di sviluppo prossimale” include «quelle funzioni che non sono ancora maturate, ma che stanno per farlo, funzioni che matureranno un domani ma che sono ancora in uno stato embrionale».

Se applichiamo questo a Frodo, possiamo vedere che è annoiato della sua vita quotidiana e che ha bisogno di altri stimoli. Questo viene scatenato specificamente dalla sua età, che ha ora raggiunto quella in cui Bilbo è partito per la sua avventura. Desidera esplorare la sua “zona di sviluppo prossimale”, con Gandalf come guida – e non è importante che Gandalf venga sostituito da altre figure di potere e/o conoscenza (Gildor, Tom Bombadil, Aragorn, Sméagol/Gollum). Frodo ha bisogno di una guida lungo il suo cammino e quando serve, la riceve. Gli è concesso di cadere e rialzarsi (letteralmente e metaforicamente), ma tutto ciò avviene sempre con una guida.

Non so quanto lavoro psicologico sia stato condotto sui personaggi di Tolkien. Conosco il libro di Timothy R. O’Neill del 1979, The Individuated Hobbit: Jung, Tolkien, and the Archetypes of Middle-earth, ma niente di più. 

Se qualcuno ne conosce altri, sarei interessato a saperne di più, visto che sembra che i miei post attingeranno sempre di più dagli elementi psicologici della narrazione di Tolkien.


Note

1 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Return of the Shadow, a cura di Christopher Tolkien, HarperCollins, 1988, p. 250

2 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Treason of Isengard, a cura di Christopher Tolkien, HarperCollins, 1989, p. 28

3 N.d.R. Si fa riferimento al racconto di Gandalf sulla confessione di Gollum: «“Lo sopportai quanto più mi fu possibile, ma la verità era disperatamente importante, e alla fine fui costretto ad essere duro. Misi in lui la paura del fuoco, e gli cavai fuori lentamente, a brano a brano, l’intera storia, frammista a piagnucolii e recriminazioni”»

4 Ivi, p. 21

5 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Return of the Shadow, op. cit., p. 75

6 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Lost Road and Other Writings, a cura di Christopher Tolkien, HarperCollins, 1987, p. 129

7 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Treason of Isengard, op.cit., pp. 23-24

8 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Return of the Shadow, op. cit., p. 81

9 Ivi, pp. 78-79

10 Ibidem, p. 79

11 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Treason of Isengard, op.cit., pp. 21

12 Tolkien, J.R.R., The History of Middle-earth: The Return of the Shadow, op. cit., pp. 251 – 252)


© 2020 by Will Sherwood. Translated with the permission of the author. Will’s original post in English can be found here: https://www.will-sherwood.com

Traduzione di Alessandra Cois

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