Da “la Storia di Kullervo” a “I Figli di Húrin” 2/3

 

Il tema dell’incesto, del fato e del libero arbitrio

Infine l’involontario incesto con la sorella viene trattato diversamente e con un approfondimento molto maggiore: nell’originale Kullervo incontra tre fanciulle che non vogliono seguirlo perché ne percepiscono l’aura di morte, la terza però si lascia convincere ed è proprio la sorella. I due non si sono mai visti e il tutto si consuma rapidamente. T. invece crea un legame affettivo molto forte tra l’eroe e la sua gemella nell’infanzia, tanto che il mancato riconoscimento diventa molto più tragico e rimanda non soltanto alla coercizione del fato, ma anche a quella dell’inconscio che spinge a ricercare quello che sentiamo di aver perduto, pur senza esserne consapevoli. Nell’episodio si nota infatti un approfondimento psicologico del tutto assente nella versione originaria.

In questo episodio si evidenzia il problema del rapporto tra fato e libero arbitrio, che T. ebbe sempre presente e affrontò in tutto il legendarium.
Nella versione originaria la Donna della foresta dice semplicemente a Kullervo che la sua famiglia è ancora in vita; nella versione tolkieniana essa è invece una Figura del Fato: insegna la strada a Kullervo e gli dice salire sulla collina, altrimenti mal gliene incoglierà. Kullervo sceglie di non seguirne il consiglio e così si imbatte nella sorella, con tutto quello che ne seguirà. Il tema della proibizione violata è molto spesso presente nel mito e nelle fiabe – Tolkien ne parlerà anche in On Fairy Tales – ed è spesso un simbolo della Caduta:

“Non mangerai del frutto dell’Albero del Bene e del male”.

L’uomo non riesce mai a rispettare la proibizione: per curiosità, per tracotanza (hybris) o per trascuratezza. Si tratta sempre e comunque di una scelta: il libero arbitrio viene concesso all’eroe:
avrebbe potuto agire diversamente, ma è proprio quando si crede maggiormente libero, ossia agisce disobbedendo alla divinità o a una sua manifestazione, che incappa nella sorte più tragica che voleva a tutti i costi evitare.

Nella fiaba, nonostante la Caduta, è di solito offerta all’eroe la possibilità dell’espiazione (la ricerca di ciò che si è perduto violando la proibizione) e perciò diviene possibile l’eucatastrofe; nella tragedia invece non c’è riscatto, ma soltanto il riequilibrio dell’ordine violato attraverso la morte o la punizione dell’eroe. Ne la Storia di Kullervo, Tolkien anticipa quell’intreccio tra fato e libero arbitrio che diverrà centrale ne I Figli di Húrin.
Il mondo del Kullervo è del tutto pagano e arcaico e perciò nella versione originaria il protagonista non compie scelte: in quanto ogni azione è espressione del suo carattere. Nella riscrittura di Tolkien. questo aspetto viene rispettato, tanto che anche l’aspetto esteriore del giovane (a differenza del testo originario) è “storto, brutto e oscuro” per esprimere meglio la natura interiore e tuttavia, se da un lato sono più evidenti le motivazioni che hanno condotto a questo, è mantenuta la possibilità, seppur appena accennata, di una scelta. Si può attuare un parallelo con la distinzione di Leibniz tra le verità di ragione che si reggono sul principio di non contraddizione e le verità di fatto basate sul principio di ragion sufficiente. Secondo Leibniz, nonostante il fatto che un’azione scaturisca quasi inevitabilmente dal carattere e dalla situazione
e che sia “predestinata” in quanto conosciuta a priori da Dio, rimane comunque uno spiraglio per il libero arbitrio. Di fronte ad una scelta, un individuo non è mai indifferente; nella mente esistono impulsi contrastanti che lo spingono in una direzione o nell’altra; tuttavia c’è sempre un impulso prevalente che determinerà la scelta finale e che, quindi è in un certo senso prevedibile. Questo però non necessita assolutamente il soggetto a compiere una determinata azione, ma semplicemente lo inclina. Nella realtà il soggetto sceglierà quasi sempre l’impulso prevalente ma se riuscisse a praticare l’esercizio del distacco da se stesso e prendere così le distanze dall’inclinazione che lo spinge ad agire in un certo modo, la sua scelta finale e l’azione conseguente potrebbero essere diverse.
Salvaguardare questo spazio sottile tra predestinazione e libertà di scelta è fondamentale per la sensibilità cristiana del giovane studioso, che seppur affascinato dalla grandiosità tragica della concezione pagana, riconosce la radicale novità della Grazia che salva l’uomo anche da sé stesso.

 

Chiara Nejrotti

 

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