I Tolkien Awards 2019

 

Miglior Articolo

Prima di presentare i tre articoli che i membri della Tolkien Society hanno dovuto votare, bisogna ricordare che potevano essere nominati articoli pubblicati esclusivamente in lingua inglese.

A Fall of Heavenly Iron di Martin Beech (pubblicato in Amon Hen. Bulletin of The Tolkien Society 274, November 2018)L’autore è professore di Astronomia presso l’Università di Regina, in Canada. Ha pubblicato nove saggi di astronomia con l’editore Springer, insieme a un numero sterminato di articoli pubblicati su riviste scientifiche. È ricercatore nel campo delle strutture delle comete e il campo dei corpi astronomici “minori” (asteroidi, comete e meteoroidi) non ha segreti per lui, ed è appunto l’oggetto principale della sua produzione saggistica.
Nell’articolo Beech raccoglie le due occasioni in cui compaiono dei meteoriti nelle opere di Tolkien:

  1. Nel legendarium. Beleg Cúthalion, elfo Sindarin della Prima Era, insieme a Mablung era capitano del Doriath durante il regno di Thingol. Quando Beleg partì per cercare di convincere Túrin a ritornare con lui nel Doriath, proprio Re Thingol gli donò la spada Anglachel. Questa arma, insieme alla sorella Anguirel, era una delle due spade forgiate dall’Elfo Scuro Eöl con un particolare metallo, il galvorn, estratto da un meteorite ferroso;
  2. Nel romanzo incompiuto The Notion Club Papers. Pubblicato in Sauron Defeated, il nono libro della serie The History of Middle-earth, questo lavoro è stato scritto in un periodo (gli anni 1954-55) in cui Tolkien stava lottando con il blocco dello scrittore riguardo alla fine de Il Signore degli Anelli, ed esplora l’idea della memoria latente. Uno dei protagonisti del romanzo, Nicholas Ramer, alter ego di Tolkien (il Notion Club del titolo è ispirato al gruppo degli Inklings), è in cerca di un “veicolo” per lasciare la Terra e decide di ispezionare un corpo di origine celeste, sufficientemente integro da conservare potenziali ricordi e impressioni dallo spazio profondo: un meteorite, esposto nel Gunthorpe Park nella città di Matfield.

L’articolo quindi cerca di collegare i vari riferimenti e di individuare le fonti di ispirazione per Tolkien, per esempio ipotizzando visite alla collezione di meteoriti nel Museo di Scienze Naturali di Oxford, oppure la curiosità del professore per la presenza di meteoriti in altre mitologie e le scoperte archeologiche (nei corredi funebri sia degli Egiziani che dei Nativi Americani sono stati trovati coltelli realizzati con metalli di meteoriti). Addirittura uno dei pochi meteoriti caduti in Inghilterra precipitò in una zona non lontana da dove Tolkien passò la convalescenza durante la fine della Grande Guerra, e il sito era segnalato da una colonna commemorativa. Questa ultima ipotesi ha come ulteriori prove il fatto che il Gunthorpe Park di Matfield del romanzo The Notion Club Papers, conterrebbe un gioco di parole: Gunthorpe sarebbe una sincrasi di “Gunni’s Thorp“, in antico danese “piccolo villaggio della guerra”, e Matfield fu la città natale di Siegfried Sassoon, war poet. I riferimenti al periodo della I Guerra Mondiale sembrano coincidere.

“Tolkien in Oxford” (BBC, 1968): A Reconstruction di Stuart D. Lee (pubblicato in Tolkien Studies 15, 2018)

Stuart D. Lee è docente presso le Università di Oxford, membro della English Faculty e del Merton College. È autore insieme a Elizabeth Solopova del saggio The Keys of Middle-Earth: Discovering Medieval Literature through the Fiction of J.R.R. Tolkien (Palgrave Macmillan, 2005) e curato una raccolta di saggi A Companion to J.R.R.Tolkien (Wiley-Blackwell, 2014). La sua attività di ricerca e di insegnamento riguarda specificamente la letteratura in Old English, La Prima Guerra Mondiale e i suoi poeti e Tolkien stesso. Già nel 2009 aveva pubblicato con la testata Tolkien Studies un suo articolo:J.R.R. Tolkien and The Wanderer: From Edition to Application. In quest’articolo approfondì l’interesse di Tolkien per The Wanderer, un poema in Old English di 119 versi allitterativi, la cui unica copia è nel Codice di Exeter risalente al X secolo.

In questo nuovo articolo dello scorso anno, in una cinquantina di pagine il professor Lee ripercorre in maniera molto estesa la realizzazione nel 1968 del programma della BBC “Tolkien in Oxford”. Fu trasmesso in onda per la prima volta il 30 marzo 1968 e non fu mai ritrasmesso. È stato pubblicato più volte su YouTube e anche la BBC lo ha reso dispinibile online, ed è famoso per essere molto probabilmente l’ultima registrazione audiovideo di Tolkien che abbiamo, oltre che essere molto interessante per le testimoninanze di Tolkien stesso, per esempio su come inventò la parola “hobbit” mentre correggeva delle prove d’esame o per la scena in cui il Professore scrive e recita in elfico la frase: «Elen síla lúmenn’omentielvo».

Lee ha compilato in maniera molto esaustiva tutte le informazioni di collaborazioni tra la BBC e Tolkien conservate negli archivi della BBC Caversham (brevi lezioni di Tolkien sulla poesia anglosassone, una intervista sulla sua nuova traduzione del Sir Gawain e il Cavaliere Verde, una drammatizzazione di Il Ritorno di Beorhtnoth Figlio di Beorhthelm, una serie radiofonica in 6 episodi di La Compagnia dell’Anello…) per poi arrivare alla ideazione e produzione di Tolkien in Oxford. Una delle particolarità è che il programma dura solamente 26 minuti, di cui solo 8 mostrano Tolkien parlare di sè e delle sue opere letterarie, anche se dalla documentazione si sa che l’intervista a Tolkien durò ben 2 ore. Per questo il professor Lee ha voluto portare alla luce tutto ciò che Tolkien ha detto in quelle due ore di registrazioni, riordinando secondo una scaletta delle domande e degli argomenti tutto il materiale rinvenuto per avere una versione più fedele possibile all’intervista. Questa versione restaurata dell’intervista si basa su tre fonti:

  1. la versione trasmessa di Tolkien in Oxford (8 minuti di registrazioni strettamente di Tolkien, come già detto);
  2. la trascrizione di un dattilografo su cui il regista selezionò i passaggi da inserire nella versione trasmessa (20 pagine A4 di circa 250 parole ciascuna, molto annotate);
  3. le registrazioni non utilizzate (71 minuti conservati agli archivi di Perivale su registrazioni separate di audio e video).

Le ultime 35 pagine dell’articolo consistono proprio nella preziosa trascrizione di tutta l’intervista suddivisa secondo la scaletta dell’intervistatore sui più svariati argomenti: le pubblicazioni accademiche di Tolkien e le sue opere letterarie, la storia della sua famiglia, una sua breve autobiografia, una lettura in inglese ed elfico di passi dal Consiglio di Elrond, la bellezza delle lingue, la nascita letteraria degli hobbit e il loro eroismo, Il Signore degli Anelli, gli abitanti della Terra di Mezzo, la religione, Dio, l’elfico e le canzoni, il rapporto con la vita e la morte, il processo di scrittura… Tutto questo senza dimenticare che non sono poche le divagazioni non previste sui più disparati argomenti, anzi, Tolkien stesso nonostante le domande dell’intervistatore più volte non si attiene alla traccia, si rifiuta di rispondere a domande per cui non si sente pronto o di leggere la poesia dell’Anello nella lingua nera di Mordor (proprio come Gandalf!). Quello di Stuart D. Lee è davvero un apporto prezioso agli studi tolkieniani che consigliamo caldamente a chi è sempre curioso di entrare a contatto diretto con la persona di Tolkien, per scoprire anche come si rapportasse alla sua fama di scrittore in casi come questi, mantendendo alcune umane insicurezze tradite dalle lunghe pause ma non mancando di aprirsi molto sinceramente in alcuni punti, parlando per esempio del suo amore per gli alberi e le sue abitudini, tratteggiate col proprio humour.

VINCITORE: Was Tolkien really racist? di Dimitra Fimi (pubblicato sulla webzine The Conversation, 6 dicembre 2018)

Dimitra Fimi è docente di Fantasy e Children’s Literature presso l’Università di Glasgow (UK). Come specialista di Tolkien ha pubblicato sulla sua opera letteraria un saggio, Tolkien, Race and Cultural History: From Fairies to Hobbits (Palgrave Macmillan, 2008), e insieme a Andrew Higgins ha curato A Secret Vice: Tolkien on Invented Languages (HarperCollins, 2016), edizione estesa di una conferenza di Tolkien già pubblicata nella raccolta Il medioevo e il fantastico. Proprio A Secret Vice era stato il libro vincitore dei Tolkien Awards del 2017, e con Tears are the very wine of blessedness’: joyful sorrow in J.R.R. Tolkien’s “The Lord of the Rings”Dimitra Fimi ha vinto nella categoria Miglior Articolo nel 2018, quindi quest’anno Fimi ha vinto il suo terzo Tolkien Awards di seguito!

L’articolo Was Tolkien really racist? è stato scritto come risposta all’interesse dei media anglofoni sul possibile razzismo di Tolkien. Questo tema era finito sotto l’attenzione pubblica anche nel 2002 in concomitanza con l’uscita della trilogia di Peter Jackson, ma in ambiente accademico e degli studi è stato approfondito più volte, soprattutto dalla stessa Fimi nel suo già citato saggio del 2008. Nell’articolo di spiega che l’argomento è tornato sulla stampa britannica grazie a un podcast dellawebzine Wired con intervista a Andy Duncan, autore nel 2002 della storia fantasy Senator Bilbo. Nella storia Duncan immagina il vero senatore Theodore G. Bilbo –  senatore suprematista bianco del Mississippi all’inizio del XX secolo – che si oppone all’immigrazione degli orchi nella Contea di Tolkien in un’era successiva a quella de Il Signore degli Anelli. Duncan ha parlato nel podcast del “concetto ripetuto in Tolkien che alcune razze/popolazioni sono peggiori di altre”. Dimitra Fimi spiega che questo è dovuto alla gerarchia presente tra le creature della Terra di Mezzo, che Tolkien trae dalla “catena dell’essere” della visione medievale: come nel Medievo la gerarchia era dettata dalla proporzione tra spirito e materia negli esseri (Dio-angeli-uomini-animali…), così in Eä, l’universo fantasy di Tolkien, la gerarchia è determinata dalle qualità morali e spirituali per cui gli Elfi in quanto “esseri sapienziali” sono collocati sopra gli altri popoli liberi della Terra di Mezzo e gli Orchi sono in fondo alla catena, a causa della loro corruzione morale. La distinzione tra le razze della Terra di Mezzo è quindi primariamente teologica e lo si può capire osservando che gli Orchi non sono un popolo creato nè da Ilúvatar (come Elfi e Uomini) nè da un Vala (come i Nani), bensì rappresentano versioni corrotte e contorte di elfi e uomini, realizzate da Morgoth. Tolkien stesso tornò numerose volte sugli Orchi per decidere se avessero il libero arbitrio e possibilità di redenzione, senza però giungere a una conclusione definitiva. Se quindi bisogna cercare di cercare il razzismo di Tolkien, bisogna specificare che il “concetto ripetuto in Tolkien che alcune razze/popolazioni sono peggiori di altre” come detto da Duncan è semplicemente giustificato dalla mitopoiesi tolkieniana. Tracce di razzismo sono invece da individuare nel fatto che la fisionomia degli Orchi sia caratterizzata da occhi obliqui e pelle scura. In Tolkien quindi ci sarebbero tracce di razzismo non per aver introdotto le razze nella sua subcreazione e averle distinte qualitativamente, ma per aver dato caratteristiche razziali agli Orchi, e secondo Dimitra Fimi si tratterebbe di pregiudizi lasciati in eredità dalla sua educazione tardo-vittoriana. Bisogna inoltre ricordare che Tolkien non mancò di denunciare le teorie razziste del dibattito scientifico di allora anche quando nel 1938 dovette portare avanti trattative con l’editore tedesco Rütten & Loening: alla domanda di verifica che Tolkien non avesse antenati ebrei, egli rispose con fine sarcasmo:

25 July 1938. Dear Sirs,
Thank you for your letter. I regret that I am not clear as to what you intend by arisch. I am not of Aryan extraction: that is Indo-Iranian; as far as I am aware none of my ancestors spoke Hindustani, Persian, Gypsy, or any related dialects. But if I am to understand that you are enquiring whether I am of Jewish origin, I can only reply that I regret that I appear to have no ancestors of that gifted people. My great-great-grandfather came to England in the eighteenth century from Germany: the main part of my descent is therefore purely English, and I am an English subject — which should be sufficient. I have been accustomed, nonetheless, to regard my German name with pride, and continued to do so throughout the period of the late regrettable war, in which I served in the English army. I cannot, however, forbear to comment that if impertinent and irrelevant inquiries of this sort are to become the rule in matters of literature, then the time is not far distant when a German name will no longer be a source of pride.

Spiega infine Dimitra:

Credo che i pregiudizi razziali di Tolkien siano impliciti nella Terra di Mezzo, ma i suoi valori – amicizia, comunione, altruismo, altruismo, coraggio, tra molti altri – sono espliciti, il che lo rende un mondo più complesso e interessante.

Complessità che si riscontra nel fatto che le razze dei popoli liberi si alleino per sconfiggere il Male e si ritrova in scene come quella in cui Sam Gamgee guardando un nemico morto, si domanda se fosse veramente cattivo, o solo un compagno costretto alla guerra, ben lungi dal demonizzare il nemico o disumanizzare l'”altro” come richiederebbe un razzismo esplicito.

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