Tolkien: padre del fantasy?

 

Sul gruppo Facebook pubblico dei Cavalieri del Mark (https://www.facebook.com/groups/235908023657984/) si è recentemente svolto un dibattito tra chi cercava di rispondere alla domanda: “Tolkien è il padre del genere  fantasy?”, lanciata da me personalmente. Sono emerse tre modalità di risposta, di cui la prima ha due  varianti. Le chiamerò LINEA A, B e C, di cui la linea A con variante 1 e 2. Le discuterò una per una, mentre  citerò solo alla fine le opinioni che ritengo più interessanti al fine di rifletterci sopra singolarmente.

Le più semplici da trattare sono le due linee LINEA B e LINEA C: sono entrambe molto lineari. Secondo  la LINEA B parlare di Tolkien come padre del genere fantasy è improprio perché gli scritti di Tolkien sono un  unicum nella storia della letteratura, e le riduzioni di tali scritti a un genere letterario sono appunto ‘riduzioni’  che non rendono giustizia agli scritti originali. La LINEA C è altrettanto semplice e lineare: Tolkien non è  fantasy in quanto le sue opere concernono il genere epico e mitologico, e dunque tutt’al più chi a lui si è  ispirato ha deviato completamente dalla linea di Tolkien se ha scritto fantasy.

 

Solo secondo i sostenitori della LINEA A, che è quella maggioritaria, Tolkien è il padre del fantasy, ma  in due sensi diversi. Secondo i sostenitori della variante 1 Tolkien è padre del fantasy in quanto ha fatto
un’operazione completamente nuova, inedita, mai fatta da nessuno prima: inventarsi un mondo dal nulla.
Un mondo che non esiste, con elementi fantastici più o meno inediti: ma non è importante se prima di lui ci  sia stato qualcuno che ha parlato di orchi, draghi, dèi e magia. L’importante è che lui abbia letteralmente  “inventato” un mondo che non esiste. Questo è ciò che contraddistingue il fantasy da tutto ciò che prima è  stato realizzato, e che pone Tolkien come il primo, il pioniere, di un genere completamente nuovo, che poco ha a che vedere con l’esistito o meno genere fantasy del passato.

La variante 2 della LINEA A è più sofisticata, in quanto i suoi sostenitori ritengono che Tolkien sia il padre del genere fantasy “moderno”, ovvero: per quanto gli elementi, e magari anche la metodologia utilizzata, non siano una novità, la modernità degli scritti tolkieniani sta nel loro modo di proporsi; ciò che Tolkien in sostanza avrebbe fatto è modernizzare i miti antichi e l’epica arcaica e riproporli in modo efficace e fruibile, stimolando è la ri-scoperta, e quindi un’innovazione moderna, del fantasy antico, divenuto tramite Tolkien il fantasy moderno. In questo modo si è posto come pietra di paragone che non si può non tenere in considerazione.

Per entrambe le varianti della LINEA A Tolkien è un esempio cui tendere, ma solo secondo la variante 2 è inarrivabile, mentre i sostenitori della variante 1 possono anche pensare che ci siano dei fantasy migliori di quello tolkieniano.

Sono, secondo me, tutte ottime risposte molto sensate e da rispettare. Tuttavia, nella variante 1 della LINEA A ho riscontrato un problema di natura teoretica molto grave. Il significato che si dà al termine di “realtà”.

Nella LINEA A variante 1 il termine “realtà” viene inteso alla luce di un modello mentale non proprio di Tolkien improntato alla percezione della sola “realtà” dei cinque sensi, per cui una stella è solamente una sfera infuocata di gas: il pianeta Venere è il pianeta Venere, chiamarlo stella della sera è un errore derivante da un’errata percezione della realtà. Ecco il modo in cui la nostra mente distorce il senso di “Mondo Secondario” tolkieniano, che non significa “Mondo Altro” ma “stesso Mondo Primario sotto una prospettiva Secondaria”.

Tolkien ci dice che una stella non è solo una sfera infuocata di gas, e che la nostra fantasia opera così come il Creatore la volle: “il cuore dell’uomo non è composto da menzogne”. Tolkien non pensava la realtà come la pensava il positivismo, né i realisti, di cui abbiamo ereditato la concezione di “realtà” ristretta all’“osservabilità”: Tolkien pensa il significato di “realtà” sotto la categoria di “pensabilità”, e non sotto quella di “osservabilità”. Pensare è essere: questo crede Tolkien, al pari del primo filosofo greco che lo disse,
Parmenide.

La sua concezione dell’ontologia del reale non potrebbe essere più lontana da quella del positivismo, secondo cui “‘osservare’ è essere”, e non pensare. I sostenitori della LINEA A variante 1, dunque, semplicemente non hanno capito, o non concordano con, la poetica tolkieniana, né il funzionamento della mente umana nel passato, perché ritengono che un Omero, un Dante, un autore del Beowulf o un cantore di saghe nordiche e delle imprese del dio Thor avrebbe dovuto ragionare come un positivista, per cui “osservare è essere”, e quindi costoro sarebbero come minimo degli illusi, gente che non sa di cosa parlava, che non ha capito di parlare di entità inesistenti, che crede davvero nelle stravaganti fantasie che si è da sé stessa inventata. Tolkien, al contrario, che sarebbe cosciente di come si dovrebbe pensare, e cioè positivisticamente, non può stare illudendosi di parlare del mondo reale, ed in questo senso il suo mondo è un Mondo Secondario, perché coscientemente se lo sta inventando. Per questo Tolkien sarebbe il padre del genere “fantasy”: sarebbe il padre del genere che è per la prima volta consapevole di inventare balle.

L’autore del Beowulf, in definitiva, credeva realmente nell’esistenza dei draghi perché è uno stupido ignorante; stessa cosa dicasi di Dante e della sua descrizione di Inferno, Purgatorio e Paradiso, e di molti altri poeti, letterati e scrittori: praticamente tutti quelli vissuti prima dei secoli XIX e XX.

È purtroppo impossibile che i sostenitori della LINEA A variante 1 affermino il contrario di quanto ho dedotto, perché sono consapevolissimi che nessuno degli elementi che fanno parte del mondo “inventato” da Tolkien sono roba nuova, ma che in realtà sono tutti presi dalla tradizione precedente: dunque, l’unica differenza sta nella presunta consapevolezza di Tolkien che in realtà i draghi non esistono. Al massimo possono rifiutarsi di riconoscere questa verità.

Non regge l’argomentazione secondo cui l’anonimo del Beowulf ha ambientato il suo poema in Danimarca mentre Tolkien nella Terra di Mezzo: infatti, “Middle-earth” è il nome e la relativa concezione del nostro pianeta Terra presso i popoli nordici, che Tolkien riprende paro paro. Il fatto che nella Terra di Mezzo tolkieniana non ci sia una Danimarca deriva dal fatto che in origine Tolkien la pensò come la Terra di Mezzo di migliaia di anni precedente a quella delle saghe nordiche: è sufficiente leggere i Lost Tales (in italiano sono i Racconti Ritrovati e i Racconti Perduti) per rendersene conto e capire il primo contesto entro cui questo era pensabile. Lo sviluppo successivo della mitologia tolkieniana non nega questo dato di fatto, ma lo amplifica e lo rende tanto più complesso che per Tolkien stesso fu sempre più difficile tracciare una linea continua tra la sua mitologia e la storia del Mondo Primario, ma ciò non toglie che la sua intenzione rimase intatta fino alla morte. Un’adeguata conoscenza dei testi tolkieniani rende questo evidente, sia attraverso la History of Middle-earth che tramite frasi apparentemente banali di opere conosciutissime come Il Signore degli Anelli dove Tolkien ci racconta che fine hanno fatto gli Hobbit nel mondo contemporaneo.

Una cosa su cui discutere e che Tolkien non dice mai è se gli antichi credessero davvero nell’esistenza di dèi, giganti, draghi e compagnia cantando, così come è lecito credere nell’esistenza dell’albero che tocco e del fiore che odoro. Ritengo che non solo è possibile (sarebbe dimostrabile in realtà) che pensasse che noi abbiamo perduto quella sensibilità che era loro propria di percepire la realtà tutta insieme, visibile e invisibile contemporaneamente (e questo per colpa di realismo e positivismo), ma anche che non sia una cosa poi così importante. Infatti, dal nostro punto di vista, è importante capire che tutte quelle “fantasie” del passato, tutte quelle storie, tutte quelle rappresentazioni del mondo, che per loro erano reali e per noi no, erano in realtà rappresentazioni della verità e di come quegli uomini si rapportavano ad essa nella loro storia e nelle loro vite concrete. Questo è il vero modo attraverso cui comprendere le opere tolkieniane, come lui pensava che gli antichi comprendessero sé stessi, il mondo e le loro opere, non altrimenti. Certamente, quindi, il mondo di Tolkien, Arda, la Terra di Mezzo, è un mondo inventato, fantastico, ma, entro questa prospettiva, l’essere inventato non lo fa non essere il nostro mondo. L’essere inventato non lo rende un altro, non lo rende differente, ma solo diverso: nelle intenzioni di Tolkien la fantasia rende più nostro il “nostro” mondo, perché il mondo fantastico è il mondo attraverso il quale comprendiamo questo, è un piano di realtà superiore che spiega e sta a fondamento di quello inferiore.

È un piano di realtà “pensabile” che spiega quello “osservabile”, ed il nocciolo è che il piano di realtà pensabile e quello osservabile fanno parte della medesima realtà e non di due realtà differenti, l’una vera e l’altra falsa, come vorrebbe il positivismo.

Di questa medesima idea è Giovanni Carmine Costabile, studioso tolkieniano ed autore di “Oltre le mura del mondo: immanenza e trascendenza nell’opera di J.R.R. Tolkien” (https://www.facebook.com/GiovanniCarmineCostabile/), che scrive nei commenti:

È chiaro allora che i generi non hanno a che fare con l’ambientazione, ma vengono per così dire prima di questa, si collocano più a monte. Perché Tolkien dunque insiste tanto sul Mondo Secondario, che genera la Credenza Secondaria, e così via? In cosa consiste il genere Fantasia in letteratura (la parola la abbiamo in italiano, non si vede perché usare l’inglese)? C’è chi ha creduto che Tolkien intendesse dire che bisognava creare dei mondi alternativi, con mappe eccetera, e che questo costituisse l’essenza della Fantasia. Ma quante schifezze con mappe abbiamo in libreria? È chiaro dunque che non è in ciò che si assicura l’appartenenza al genere Fantasia di cui parla Tolkien. Per Fantasia Tolkien intende quella storia che ti trasporta in un altro mondo (ovvero ti dà tale sensazione) sebbene il mondo in realtà sia il nostro, e infatti dichiara espressamente che Arda è il nostro mondo. La Fantasia dunque è la capacità di immaginare il nostro mondo diverso, che porta a vedere il mondo con occhi diversi, e quindi a cambiarlo, a trasformarlo. La Fantasia ha poco a che fare con determinazioni prefissate di come deve essere qualsiasi cosa in termini di regolamento, ma solo di sensazione: il Fantasista (così si chiama l’autore di Fantasie in inglese) SENTE come dovrebbero essere le cose, e si affida a questa sensazione. C’è molto meno regola schematica in questo di quanto si creda, seppure la ragione ne abbia parte nella delineazione, e parte importante. La Fantasia può fare a meno di tutto l’armamentario di Elfi, Orchi, Nani e Draghi, se vuole, oppure no, liberamente, assecondando il sentire, come una musica (e infatti in musica si parla del genere Fantasia, come Fantasia e fuga in sol maggiore eccetera). Pensare la Fantasia abbia regole è come pensare che la libertà abbia catene.

 

 

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