Tolkien e Newman: un’introduzione

 

Greta Bertani e Giuseppe Scattolini firmano la presentazione che segue, in cui parlano del prossimo evento che vedrà al centro dell’attenzione John Henry Newman e, di riflesso, John Ronald Reuel Tolkien.


Qualche mese fa la Chiesa Cattolica ha reso noto che il 13 ottobre John Henry Newman sarebbe stato proclamato Santo. Già da tempo si conosceva il rilevante collegamento di questa grande, anzi, gigantesca figura del XIX secolo inglese con Tolkien; nel frattempo, entrambi abbiamo iniziato un lavoro di studio personale che ci ha portato a individuare grandi punti di contatto e di derivazione da Newman a Tolkien; contemporaneamente lo studioso spagnolo José Manuel Ferrández Bru ha pubblicato per la prima volta un testo biografico su padre Francis Morgan, dove vengono messi a tema gli stessi argomenti sui quali si erano concentrati i nostri studi. Dunque, non potevamo che metterci al lavoro come Tolkieniani Italiani per organizzare un piccolo incontro a Roma, magari il giorno precedente la canonizzazione, poiché all’interno dei Tolkieniani Italiani stessi è presente un gruppo di studi cattolici: esso è finalizzato a studiare Tolkien dal punto di vista religioso dei cattolici, come ad esempio possono fare anche i linguisti con la linguistica e i filologi con la filologia, essendo quella religiosa cattolica una materia affine a Tolkien, senza intenti dottrinali o allegorizzanti.

Siamo, dunque, lieti e fieri di dire che ce l’abbiamo fatta e l’obiettivo è stato conseguito con successo. Sabato 12 ottobre i Tolkieniani Italiani, in collaborazione con la Società Tolkieniana Italiana e i Cavalieri del Mark, proporranno una tavola rotonda su Tolkien e Newman. Ma veniamo ad una spiegazione che renda un pochino chiaro e sia minimamente esauriente e introduttiva del perché questo incontro è importante, in generale per tutti gli appassionati e in particolare per gli studiosi: come può progredire la nostra comprensione di Tolkien tramite la comparazione dei suoi testi con l’insegnamento del cardinale Newman?

Partiamo dal fatto che Tolkien è stato cresciuto ed educato nella fede da padre Francis Xavier Morgan, come documentato dal già citato José Manuel Ferrández Bru nel suo testo di studi biografici J.R.R. Tolkien e Francis Morgan: una saga familiare: fu all’Oratorio di Birmingham fondato proprio da Newman che Mabel Tolkien si convertì al cattolicesimo, vivendo un’esperienza sicuramente affine a quella del (quasi) Santo inglese, ovvero un cammino interiore di ricerca della verità e della presenza e vicinanza terrena di Cristo tramite la Chiesa, la comunità cristiano-cattolica, i dogmi, i sacramenti e la fede popolare. Sono queste le basi del pensiero fondante della fede secondo Newman e di ciò che lui intendeva quando parlava di “sviluppo” interno alla Chiesa e alla dottrina cristiana, basi che devono essere state prima sposate da Mabel e poi essersi riversate nel giovane Ronald.

Venendo a Tolkien, egli ci dice, riguardo a Il Signore degli Anelli:

“Perché a dir la verità, io consciamente ho programmato molto poco; e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo debbo a mia madre, che ha tenuto duro dopo essersi convertita ed è morta giovane, a causa delle ristrettezze e della povertà che dalla conversione erano derivate.” (Lettera 142, traduzione di C. de Grandis)

In un’altra lettera, poi, ci parla di un altro aspetto della sua preparazione:

“Alla zona a nord-ovest dell’Europa, dove io (e gran parte dei miei antenati) ho vissuto, sono affezionato, come ogni uomo è affezionato alla propria patria. Amo la sua atmosfera, e conosco la sua storia e le sue lingue più di quanto non conosca quelle delle altre parti del mondo; ma non è <<sacra>>, né esaurisce tutto il mio interesse e tutto il mio affetto. Nutro, per esempio, un amore particolare per il latino e, fra tutte le lingue che derivano dal latino, per lo spagnolo.” (Lettera 294, traduzione di C. de Grandis)

Tale aspetto della sua preparazione è quello derivante dalla sua educazione all’Oratorio. Padre Morgan fu per Tolkien una vera ispirazione, nonché un vero genitore:

“Riflettendoci bene, dunque, anche nella figura di padre Morgan e nei racconti sulla Spagna che narrava a Tolkien bambino potremmo riscontrare ispirazioni per scenari e situazioni che molto più tardi sarebbero apparse nell’opera dello scrittore. A ciò andrebbero aggiunte tutte le nozioni che Tolkien poté trarre dai numerosi libri in spagnolo della biblioteca di Morgan che <<rubava>> da bambino e il cui contenuto non è mai stato preso in considerazione come possibile fonte di ispirazione.”[1]

“Francis Morgan ebbe il privilegio (di cui godettero specialmente gli alunni dei primi anni della scuola) di un impagabile contatto diretto e continuo con John Henry Newman. L’elemento distintivo della scuola dell’Oratorio agli inizi era infatti la presenza costante del cardinale, ed è evidente che le sue virtù e qualità sia nel campo religioso che in quello intellettuale non passarono inosservate per i giovani alunni. Una delle maggiori ambizioni per i ragazzi era infatti quella di essere scelti, in gruppi di cinque o sei al massimo, per ascoltare Newman che suonava il violino nel suo studio.”[2]

Il saggio di Bru ha il valore di avere indagato per primo la relazione tra Newman e Tolkien, anche se solo dal punto di vista biografico: infatti è importante studiare tale rapporto non solo nella prospettiva degli studi religiosi. La relazione tra Tolkien e Newman avvenne, se vogliamo, “a distanza”, grazie alla mediazione di padre Morgan. Newman morì infatti nel 1890, mentre Mabel si avvicinò all’oratorio solo alcuni anni più tardi, venendo accolta nella Chiesa Cattolica nel 1900 e morendo di diabete pochi anni dopo (1904). Dobbiamo chiederci cosa avesse visto la giovane vedova anglicana in quell’Oratorio di tanto affascinante da decidere che valeva la pena correre il rischio della sua stessa vita: in quegli anni, infatti, i cattolici erano ancora discriminati, sebbene avessero per lo più riconquistato i diritti civili. A Mabel la conversione al cattolicesimo costò l’abbandono da parte delle famiglie Tolkien e Suffield: la cosa grande è che lei era consapevole che molto probabilmente sarebbe stata abbandonata dai parenti in seguito alla sua conversione.

Per capire meglio, facciamo un passo indietro nel tempo di circa cinquant’anni e andiamo al momento della conversione di Newman. Allora la situazione per i cattolici era ancora peggiore: egli, eminente professore di Oxford, fin dai tempi dei suoi famosi Tracts e dei trattariani veniva sospettato di essersi segretamente convertito al cattolicesimo pur essendo egli all’epoca ancora un convinto anglicano. La polemica più aspra scoppiò con il Tract 90, l’ultimo, e lo costrinse a ritirarsi per qualche anno nella cittadina di Littlemore, dove poté maturare nella pace e nella solitudine del ritiro la sua, stavolta reale, conversione al cattolicesimo. In un romanzo autobiografico dal titolo significativo, Perdita e guadagno, il cui protagonista è un giovane studente non sazio di fare domande per meglio capire la propria religione anglicana che vive lo stesso percorso di conversione che fece Newman, egli scriverà:

“Charles saltò giù dal calesse col cuore che gli batteva forte, entrò di corsa nella stanza di sua madre. […] Per un certo tempo nessuno parlò; poi, continuando a lavorare, ella disse «bene, Charles, dunque ci lasci. Dove starai e cosa farai quando avrai cominciato la tua nuova vita?».

[…]«Non troverai da nessuna parte persone amiche come quelle che hai avuto a casa tua […] Hai avuto tutto dalla vita, Charles; talento, istruzione, buone condizioni finanziarie; ci sono molti giovani meritevoli che devono arrabattarsi come meglio possono».

Charles rispose che sapeva benissimo quanto doveva alla Provvidenza nelle cose temporali, e che ci rinunciava solo perché così gli ordinava la Sua volontà.

[…]Il povero Charles disse che nessuno poteva immaginare quanto gli costasse rinunciare a ciò che aveva di più caro e che era parte di lui; non c’era niente al mondo che stimasse più della sua famiglia.

«Perché ci lasci allora?», ella chiese subito; […]disse Charles «addio mamma cara. Ti lascio in buone mani, non più gentili delle mie, ma migliori; […] Addio, per ora; ci vedremo quando vorrai, quando chiamerai; sarà un incontro felice.”[3]

Se andiamo a leggere la biografia e il suo ultimo sermone prima della conversione, The Parting of Friends[4], dobbiamo e possiamo immaginare che l’addio di Newman ai suoi familiari e amici fosse dello stesso tenore. Quello di Mabel non dovette essere dissimile: venne esclusa definitivamente dalle famiglie di origine, fu come morta ai loro occhi, come se lei li avesse voluti tradire e abbandonare, perché questo era il modo in cui venivano trattati i cattolici in quel periodo: da rinnegati. Erano considerati traditori, non solo della fede anglicana, ma anche del re e dello Stato, perché essi diventavano fedeli al Papa, considerato come il regnante di uno Stato straniero e non semplicemente come una guida spirituale[5]. In poche parole, i cattolici erano visti come persone pericolose per tutta la società e la convivenza civile. Mabel, dunque, deve avere visto qualcosa di veramente grande all’Oratorio per correre consapevolmente quel rischio. Questo è rappresentato molto bene nel recente biopic Tolkien di Dome Karukoski: è stata inserita una scena in cui Mabel racconta di come le favole di quando lei era piccola raccontavano sempre di famiglie che, all’improvviso, si trovavano in povertà e ne sfuggivano trovando un tesoro. Ronald replica che la gente non trova tesori nella vita reale, ma lei risponde “Diciamo che ci sono tesori e tesori”. A nostro avviso questo passo, del tutto inventato dal regista, è un’eco del Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 44), in cui il Regno dei Cieli è paragonato ad un tesoro in un campo per cui sacrificare tutto, a partire dai propri averi. Mabel, la vera Mabel, non poteva pensarla diversamente, e così suo figlio Tolkien scrive nel 1913 delle parole che varie volte ritorneranno nelle sue Lettere:

“La mia cara madre è stata veramente una martire; non a tutti Dio concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede.”[6]

In conclusione, non possiamo che sottolineare come affrontare il rapporto tra Tolkien e Newman sollevi tutta una serie di problemi e di questioni che non possono non essere affrontati se si vuole comprendere adeguatamente il Professor Tolkien, non solo lui da ragazzo, ma come uomo. Infatti, tentare di capire un autore significa mettersi nella sua stessa prospettiva, guardare il mondo come lo guardava lui. Tolkien era convinto che il metodo giusto fosse questo, basti pensare alle sue analisi sul poeta del Beowulf. Noi dobbiamo fare la stessa cosa: metterci dal punto di vista di Tolkien e vedere con i suoi occhi. E se lui vedeva la realtà circostante come filtrata tramite le lenti che aveva ricevuto in eredità all’Oratorio di Newman da padre Francis, perché anche noi dovremmo temere di indossarle?

L’appuntamento è, dunque, per sabato 12 ottobre alle ore 17 presso la libreria San Paolo di Roma in via della Conciliazione 16. Saremo presenti noi due assieme all’organizzatrice principale, Martina de Nicola, e ad altri due relatori, Oronzo Cilli e Paolo Gulisano. Per chiunque non potesse essere presente ci sarà la diretta sulla webradio “La Voce di Arda” (https://www.spreaker.com/user/simoneclaudiani), da dove l’incontro potrà essere ascoltato appunto in diretta o in differita. Vi aspettiamo.

 


[1] José Manuel Ferrández Bru, J.R.R. Tolkien e Francis Morgan: una saga familiare, p. 301 dell’edizione italiana, Edizioni Terra Santa.

[2] Ibid. p. 131.

[3]     J.H. Newman, Perdita e guadagno, Jaca Book, p. 343-344

[4]        Il commiato dagli amici

[5]        Dobbiamo in ogni caso ricordare al lettore che nonostante la Chiesa già al tempo di Newman e Mabel non avesse più le pretese temporali di un tempo, solo con Benedetto XVI siamo giunti alla dismissione di qualsiasi simbolo temporale accostato a quelli a carattere religioso. Sarebbe necessaria una più ampia discussione delle pretese di potere temporale della Chiesa Cattolica a partire quantomeno dall’epoca di Enrico VIII per avere un quadro degno, ma per capire la situazione all’epoca di Newman e come egli stesso risolse la situazione rimandiamo alla sua ultima opera pubblicata in vita, la Lettera al Duca di Norfolk, il cui tema è proprio la coscienza del cattolico in relazione all’obbedienza al Papa e alle leggi dello Stato.

[6]        Humphrey Carpenter, Tolkien, la biografia, Lindau, p. 53.

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