Incontrare Tolkien: Adattamenti cinematografici pre-Jackson

 

Trasportare un romanzo in un film è un’operazione che prevede tanto coraggio, determinazione, una serie di fortunate coincidenze e una piccola dose di follia. Se al giorno d’oggi il panorama cinematografico ha raggiunto un’ampiezza e profondità in continua crescita ed espansione, lo dobbiamo a molti coraggiosi pionieri che impegnandosi in prima linea hanno provato a spostare sempre un po’ più avanti la tacca del “possibile”, sfidando i limiti della tecnica e gli ostacoli dettati dalla resistenza delle case di produzione e del gusto del pubblico.

Esistono ed esisteranno sempre, opere che per senso comune sono “intoccabili” e “impossibili tra trasporre”, finché, parafrasando la famosa massima erroneamen te attribuita ad Albert Einstein, non arriva uno sprovveduto che non lo sa e lo fa, talvolta perfino con risultati grandiosi.

Lo scopo di un adattamento cinematografico è senz’altro quello di fornire al pubblico un nuovo modo di fruire le storie in esso narrate, ampliarne la diffusione, stimolare la riflessione, l’immaginazione, l’interpretazione e in ultimo (ma non meno importante) rinfrescare l’attenzione sull’opera letteraria dal quale trae ispirazione.

Ma davanti all’opera del professore, prima degli adattamenti di Jackson, questo è sembrato molto difficile, se non impossibile.

Un primo tentativo si ebbe nel 1957, con la proposta di un film d’animazione a opera di Forrest J. Ackerman fatta direttamente a Tolkien in persona: egli la rigettò, asserendo comunque di essere ancora disponibile a collaborare. Sei mesi dopo ricevette un altro copione ad opera di Morton Grady Zimmerman, ma stavolta il rifiuto dell’autore fu duro e definitivo, poiché nella sceneggiatura erano stati inseriti argomenti che nulla avevano a che fare con la sua opera.

Complici tempi non proprio maturi, beghe legali riguardanti diritti d’autore ceduti a destra e a manca e tecniche cinematografiche ancora non molto sviluppate, le uniche tre produzioni portate a termine e precedenti a quelle di Jackson riescono appena a grattare la superficie di un mondo così vasto e articolato; nonostante tutto, restano comunque produzioni che nel loro piccolo hanno portato un grande contributo e pertanto meritano del tutto il rispetto degli spettatori, specialmente quelli più giovani, che potrebbero arricciare il naso.

Un dettaglio che accomuna queste trasposizioni è che tutti e tre sono film d’animazione, e sulla scelta di questo particolare genere ci sarebbe molto da disquisire, specialmente a causa del granitico pregiudizio che relega l’animazione a un genere esclusivamente per bambini, limitandone moltissimo le profonde potenzialità espressive e mortificandone la dignità in quanto genere vero e proprio.

Il primo lavoro in assoluto è stato “The Hobbit”, uscito nel 1977 e prodotto dalla Rankin/Bass production (inedito per l’Italia), diretto da Jules Bass e Arthur Rankin Jr. Con un budget di 3 milioni di dollari, a produrre le animazioni fu lo studio giapponese “Topcraft” ed è in occasione di questo che per la prima volta il pubblico statunitense ha potuto ammirare un prodotto di animazione giapponese; fra i principali disegnatori vi erano Hidetoshi Kaneko, Kazuko Ito e Minoru Nishida. Il film, che mantiene un assetto molto simile al romanzo originale, fu apprezzato specialmente per il doppiaggio, ricevette persino un Peabody Award e una nomination agli Hugo Award per la miglior prestazione drammatica, venendo però sconfitto da Star Wars, ma per quanto riguarda l’estetica dei personaggi le critiche furono alquanto severe: l’aspetto di Gollum e degli elfi era decisamente troppo ripugnante per gli spettatori dell’epoca.

Il secondo lavoro invece è di Ralph Bakshi, datato 1978, in cui vengono narrate le vicende de La Compagnia dell’Anello e metà delle Due Torri: questo perché doveva essere una dilogia, ebbe un grandissimo successo, ma il ritorno di soldi non soddisfece i produttori, che si rifiutarono di finanziare oltre questo progetto, lasciandolo quindi a metà.

Il regista si propose di realizzare un adattamento quanto più fedele possibile, tant’è vero che si mise in contatto con Priscilla Tolkien per assicurarle l’intenzione di produrre un film assolutamente rispettoso dell’opera del padre. Bakshi chiese la collaborazione di Saul Zaentz, mentre per la sceneggiatura, dopo aver scartato l’idea di Chris Conkling, ingaggiò Peter S. Beagle col compito di riscriverla. Nonostante i buoni propositi, però, il film ricevette delle critiche riguardanti l’aspetto e i dettagli di alcuni personaggi: Boromir ad esempio venne rappresentato come un vichingo, mentre Saruman indossava vesti rosse invece che multicolori.

Quel che rende unico nel suo genere questo film è la tecnica di animazione impiegata, ovvero quella del “rotoscoping” nella quale gli animatori ricalcano le scene basandosi su pellicole filmate in precedenza: con questo procedimento si raggiunse un grado di realismo davvero impressionante per l’epoca, e ancora tutt’oggi sortisce un certo effetto. Alla lavorazione delle scene vennero coinvolti moltissimi animatori, dato che ad ogni disegnatore veniva affidato un solo personaggio e fra i tanti artisti ingaggiati, risultava anche un giovane e sconosciuto Tim Burton.
Un’altra critica mossa al film fu per la colonna sonora: nonostante la preferenza del regista per il gruppo dei Led Zeppelin, la produzione optò per Leonard Rosenman, i cui risultati vennero giudicati scarsi e non evocativi delle atmosfere di Tolkien.
In definitiva, nonostante questo progetto abbia visto una fine troppo frettolosa, l’enorme lavoro di Bakshi non è stato del tutto vano: più avanti Jackson stesso ammetterà di essere stato un grande ammiratore della sua opera, dalla quale ha tratto grande ispirazione, definendolo un “tentativo coraggioso e ambizioso”.

Nel 1980 infine vediamo l’uscita de “Il Ritorno del Re”, seguito de “Lo Hobbit” del 1977 e prodotto dallo stesso cast, ma considerato “spiritualmente” il continuo dell’opera di Bakshi.

Come considerare questi adattamenti, dunque? Assumendo che ormai l’adattamento di Jackson abbia influenzato il nostro giudizio in maniera molto invasiva, credo che la sua opinione possa riassumere per bene il tutto: questi film sono state imprese coraggiose e ambiziose, che hanno sfidato i limiti del loro tempo, ispirando generazioni di lettori e lettrici in tutto il globo.  Anche se al giorno d’oggi molti potrebbero perfino sorridere sdegnosamente durante la visione di queste opere, è bene ricordare che queste sono figlie del loro tempo e che probabilmente senza di esse non avremmo nemmeno i tanto amati film di Jackson. Dopotutto, sono certa che anche tra trent’anni i gusti degli spettatori saranno mutati e anche l’esalogia di Jackson verrà vista con sguardo diverso.

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