Da “la Storia di Kullervo” a “I Figli di Húrin” 3/3

 

Nella saga tolkieniana il portatore di morte, l’emissario della Potenza del Male è il drago Glaurung: “in lui abitava tutta la malizia di Morgoth”. Il drago è la Nemesi di Túrin, la causa diretta delle sue sventure; l’eroe che uccide il drago è un archetipo della lotta contro le forze dell’oscurità che albergano innanzitutto in se stessi. Túrin riesce ad uccidere il drago, ma questi ha ormai sparso i suoi semi di menzogna e di morte, tanto che la vittoria fisica non corrisponde a quella psichica. Potremmo dire che Glaurung può essere interpretato anche come l’Ombra di Túrin, che l’eroe non sa riconoscere e di fronte alla quale quindi soccombe, pur riuscendo a sopprimerla sul piano materiale. Quando giunge nel Doriath, il re gli dona un elmo forgiato dagli Elfi che era appartenuto ad Hador, il suo progenitore, dicendogli che gli è stato inviato dalla madre, per consolarlo della sua assenza: “sul cimiero era collocata a sfida un’immagine dorata della testa di Glaurung il drago, l’elmo essendo stato fabbricato subito dopo che il Grande Verme era uscito dalle Porte di Morgoth6 Húrin, non aveva portato spesso l’elmo perché preferiva mostrare ai nemici il proprio vero volto; Turin invece lo indosserà insieme alla Spada nera. Túrin si attribuisce nel corso delle sue imprese, i nomi di “Gorthol-il Terribile Elmo” e di “Mormegil- la spada nera” credendo così di poter celare la propria natura: in realtà rivelando così la propria identità a Morgoth. In tutte le sue peripezie Túrin cerca di nascondersi al Nemico, utilizzando nomi diversi, ma inesorabilmente si tradisce in quanto non può accettare di agire con cautela e prudenza e le sue azioni ed i simboli che lo accompagnano parlano per lui. Quando si trova nel Nargothrond, giungono messaggeri inviati da Ulmo, il Vala delle acque, a consigliare al Re di chiudersi nella propria fortezza e non uscirne; Túrin però non accetta il consiglio ed incita il re ad attaccare i nemici per primo;”era infatti divenuto superbo e caparbio, e imponeva tutto ciò che desiderava”. (S 266) ciò porterà alla distruzione del regno. Quando dopo il sacco di Nargothrond Túrin incontra Glaurung per la prima volta, non riesce a resistergli e cade vittima delle sue parole. “Perverse sono state tutte le tue azioni, rampollo di Húrin. Ingrato figlio adottivo, bandito, uccisore del tuo amico, ladro d’amore, usurpatore di Nargothrond, capitano imprudente, traditore del tuo sangue. Quali schiave tua madre e tua sorella vivono nel Dor-lomin, in miseria e angustie. Tu sei abbigliato come un principe, loro vestono di stracci. E bramano te, ma tu non te ne curi. Ben lieto può essere tuo padre di sapere che ha un simile figlio. E lo saprà!7

Turin è costretto ad ascoltare per l’incantesimo dello sguardo del drago, ma le sue parole continuano a riecheggiargli nella mente, così da indurlo ad abbandonare Finduilas nelle mani degli orchi, per andare a cercare la madre e la sorella, benché Gwindor, morendo, lo avesse messo in guardia “salvala, solo lei si interpone tra te e il tuo destino”. Così facendo, Turin realizza il volere di Glaurung e del suo Padrone, poiché il viaggio si rivelerà inutile, in quanto Morwen e Nienor sono fuggite per cercarlo; anzi, se fosse rimasto dov’era avrebbe avuto più probabilità di incontrarle e avrebbe salvato la fanciulla elfica che lo amava. Le parole di Glaurung hanno saputo colpire a fondo, perché la descrizione che il drago fa di Túrin ha un fondo di verità e gli mostra appunto la sua ombra, la componente oscura delle sue azioni e motivazioni. È la parte di sé che è presente nell’inconscio di ciascuno di noi e che tutti rifiutiamo perché ci fa paura, perché mette in luce quegli aspetti della nostra natura che sono maggiormente negativi. “Ognuno di noi è seguito da un’Ombra, meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa”.8, sosteneva Jung; occorre dunque affrontare la propria ombra, conoscerla e saperla integrare. Se da un lato Túrin è consapevole dell’esito disastroso delle sue azioni, non può accettare che esso derivi anche dal suo carattere orgoglioso, che aiuta il compimento della maledizione. Se avesse imparato ad accettare i suoi limiti e le sue paure non sarebbe stato così indifeso dinnanzi alle parole di Glaurung; questi fa leva sul suo bisogno disperato di ritrovare la propria famiglia e sulla sua impetuosità, che gli impedisce di mantenersi lucido per decidere qual è l’azione migliore da intraprendere. Confrontiamo il dialogo tra Túrin e Glaurung con quello tra Bilbo e Smaug ne Lo Hobbit: anche Bilbo per un attimo dubita dei suoi amici sotto l’influsso delle parole del Drago, ma si riprende subito ed in ogni caso sa che mai e poi mai bisogna dire ad un drago il proprio nome, così usa un linguaggio allusivo, utilizzando gli indovinelli, come già aveva fatto con Gollum. Bilbo sa di non essere un grande eroe, non pretende di riportare chissà quale vittoria, vuole solo scoprire i punti deboli del nemico senza farsi scoprire. Per quanto, per un attimo, Smaug possa averlo messo a disagio lo hobbit non cade veramente vittima del suo incantesimo, non ha nulla da temere da se stesso ed è ben consapevole dei suoi lati meno piacevoli e delle sue paure. Il suo io è ben saldo, proprio perché non ha nulla da difendere, sa chi è, qual è il suo posto, non ha complessi di inferiorità, né di superiorità, per questo può opporre l’intelligenza alla forza e vincere la partita, accettando che essa in realtà sia portata a termine da altri. Se Túrin è lo Sfortunato, Bilbo è l’opposto, ma la sua fortuna nasce dalla capacità di saper cogliere al volo le occasioni favorevoli, senza mai cercare la gloria personale; esattamente l’opposto dell’eroe del Silmarillion, accecato dal desiderio di vendetta e di gloria. Anche quando riesce ad uccidere il drago, Túrin non può fare a meno di sfidarlo, dicendogli chi l’ha ucciso; così soggiace ancora una volta al suo sguardo cadendo come morto, e lasciando così Nienor che era venuta a cercarlo, in balìa di Glaurung, che le getta in faccia la verità sciogliendola dall’incantesimo precedente. In tutta la saga aleggia l’ombra del male ed i protagonisti, pur grandi, non sono in grado di opporsi ad esso, proprio perché non lo riconoscono in se stessi, né sono capaci di pietà e perdono, innanzitutto verso di sé. L’esito non può essere quindi che la morte: solo in essa possono trovare pace. La linea principale del Silmarillion, quella che porterà alla risoluzione finale, ossia al perdono da parte dei Valar ed alla sconfitta del Nemico, non passa attraverso I figli di Húrin, ma da coloro che agiscono innanzitutto per amore e non per spirito di vendetta, come Beren e Lúthien e come Eärendil, disposto a sacrificare tutto per il bene di Uomini ed Elfi; così da diventare stella di speranza per tutti i tempi a venire.

BIBLIOGRAFIA

J.R.R. Tolkien, La Storia di Kullervo, a cura di V. Flieger, Bompiani, Milano 2016 

J.R.R. Tolkien, I Figli di Hurin, a cura di C. Tolkien, Bompiani, Milano 2007 J.R.R. Tolkien, Racconti incompiuti, Rusconi, Milano 1981 J.R.R.Tolkien, il Silmarillion, a cura di C. Tolkien, Rusconi, Milano 1978 Kalevala, Poema nazionale finnico, a cura di C. Barella e R. Arduini, Il Cerchio, Rimini 2007 J. Pentikäinen, La Mitologia del Kalevala, Edizioni Persempre ,Milano 2013

 

Chiara Nejrotti

 


6 Idem, p.109

7 J.R.R.Tolkien, Il Silmarillion, Rusconi, Milano 1978, p.267 

8 K.G.Jung, Psicologia e religione ,Edizioni di comunità, Milano 1962

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