“Sir Gawain e il Cavaliere Verde” (film): recensione

di Sebastiano Tassinari


Quando quest’estate si avvicinava la data di uscita del film The Green Knight, la nostra piccola redazione si mosse con rapidità ed entusiasmo, pubblicando due articoli a firma di Nicolò Maggio ed Emilio Patavini: un’introduzione al poema del XIV secolo Sir Gawain and the Green Knight ed un articolo che presentava più nel dettaglio il film a partire dai trailer in circolazione, il quale era particolarmente promettente. Addirittura un video promozionale intercettava l’interesse degli appassionati di Tolkien, che sanno quanto il Sir Gawain sia stata una delle opere più studiate dal Professor Tolkien.

Allora non si vedevano all’orizzonte proiezioni in Italia, ma seguimmo con attenzione le prime recensioni americane, con grande delusione per le nostre aspettative tolkieniane. Poi giunse l’inaspettata notizia che il film sarebbe arrivato in italiano su Prime Video, e quindi diventa necessario dare seguito ai nostri articoli della scorsa estate, recensendo il film.

Sinossi

Il giorno di Natale facciamo la conoscenza della corte di Re Artù e del protagonista Gawain. Gawain non è ancora un cavaliere nè ha compiuto alcuna impresa che egli possa raccontare per intrattenere i suoi sovrani: è un giovane nobile impigrito, che incontriamo per la prima volta in una casa di tolleranza dove ha trascorso la notte, anziché partecipare alla messa della notte di Natale.

Più tardi Gawain si reca a corte, dove si gettano le fondamenta della sua avventura: giunge al cospetto dei Cavalieri della Tavola Rotonda il mostruoso Cavaliere Verde, che è stato evocato dalla madre di Gawain con un rito magico. Gawain accetta la sfida del Cavaliere Verde, mozzandogli la testa, ma poi, sotto il suo sguardo incredulo, il Cavaliere decapitato raccoglie da terra la sua testa e se ne va al galoppo. Per mantenere la parola data, Gawain dovrà presentarsi, dopo un anno, alla Cappella Verde, dove il Cavaliere gli restituirà il colpo.

Ormai in prossimità della scadenza, Gawain parte da Camelot, non prima di aver ricevuto dalla madre un artefatto magico: una cintura verde che lo proteggerà da ogni pericolo.

Il viaggio di Gawain è impervio fin da subito: il giovane aspirante eroe cade nell’imboscata di alcuni banditi, che gli rubano la cintura verde, incontra lo spettro di Santa Winfreda e continua il suo lungo viaggio a piedi arrivando sfinito al castello di Hautdesert.  Qui Gawain fa un gioco di scambi quotidiani con il padrone del castello Sir Bertilak, ed accetta le profferte amorose della castellana, anche per riottenere da lei la cintura verde che gli era stata sottratta dai banditi.

In fuga dal castello di Hautdesert, Gawain arriva finalmente alla Cappella, ma quando il Cavaliere Verde alza la sua ascia, Gawain scappa, ritrova il cavallo che aveva perso e torna a Camelot. Rapidamente assistiamo alla gloriosa ascesa di Gawain al trono come successore di Artù, ma poi scopriamo che era solo un visione del protagonista, che ancora si trova alla Cappella Verde. Dopo aver contemplato il suo destino, Gawain si libera della cintura che lo protegge ed è finalmente pronto a ricevere il colpo mortale dall’avversario. Ora anche Gawain è un cavaliere, ed il film si conclude con un finale aperto.

Commento

Un conflitto assente

È sufficiente confrontare la sinossi del film con quella del poema originale (che avevamo proposto qui), per capire che il regista David Lowery ha proposto dei grandi cambiamenti di trama.

Lowery ha voluto adattare molto liberamente la leggenda, a partire dallo spazio dato ai singoli episodi. Il viaggio di Gawain attraverso le terre selvagge è appena accennato nel poema, con una semplice lista di nemici e mostri affrontati da Gawain: «narrarne soltanto un decimo sarebbe tedioso», taglia corto l’anonimo narratore del poema; la Sacra Testa di Santa Winfreda è solo una tappa appena nominata e la parte più estesa del poema è quella dedicata alle tentazioni di Lady Bertilak. Diversamente, Lowery ha voluto esplorare a fondo le suggestioni del viaggio di Gawain solo tratteggiato nel poema, e l’eroe viene tentato una sola volta da Lady Bertilak anziché per tre giorni.

Tuttavia questo è niente rispetto a quanto Lowery abbia reinterpretato il messaggio del poema originale e si sia allontanato dalla sua analisi tolkieniana. Secondo Tolkien il centro del poema sono le tentazioni di Gawain, perchè è in questa parte dell’opera che il cavaliere vive un profondo conflitto:

In effetti, abbiamo raggiunto il punto in cui due piani diversi s’intersecano: un mondo di valori reali e permanenti, e un mondo di valori irreali e transeunti; da un lato la morale, dall’altro un codice d’onore, un gioco con delle regole di condotta. Il codice comportamentale di molta gente era – e di molti ancora è – , come quello di Galvano, costituito da uno stretto viluppo dei due elementi; e le fratture in qualsiasi punto di questo codice personale hanno un gusto emozionale molto simile. Solo una crisi, o una profonda riflessione senza una crisi (il che raramente accade) saranno in grado di districare i due elementi; e il processo può essere doloroso, come scoprì Galvano.

(J.R.R. Tolkien, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, in “Il Medioevo e il Fantastico”)

Le regole dell’amor cortese imporrebbero a Gawain di ricambiare le avances di Lady Bertilak, ma così il cavaliere si macchierebbe di adulterio. Il cuore del Sir Gawain è dunque un messaggio morale secondo cui, in caso di discrepanza, bisogna attenersi ai valori di ordine superiore: Gawain sceglie di difettare di cortesia cavalleresca per seguire una condotta casta, e infrange le regole del gioco di corte con Sir Bertilak per proteggere sua moglie da sospetti ed accuse di adulterio.

Tale scrupolo religioso è assente nell’animo del Gawain di Lowery, a partire dalla caratterizzazione del personaggio, che non è il valoroso e magnanimo protagonista del poema medievale:

Quando ho scritto la sceneggiatura, ho scritto il personaggio di Gawain il più patetico possibile. [Ride] L’ho reso davvero un monello viziato. Ho preso molte delle peggiori tendenze di me stesso – la versione di me stesso che non ha mai voluto lasciare la casa dei miei genitori, tutte le mie qualità più pigre – e le ho messe tutte nella sceneggiatura per poi renderle ancora peggiori. Una delle note che ho ricevuto dai miei produttori all’inizio era: «Hai scritto un protagonista piuttosto antipatico».

(D. Lowery, intervista su Entertainment Weekly)

Tutto questo è esemplificato dal significativo fatto che Gawain nel film non è ancora cavaliere, specificazione che egli ripete o che gli viene ripetuta fino all’ultima sequenza, in cui riceve l’investitura, poco formale ma chiarissima, dal Cavaliere Verde, che prima di assestare il mortale colpo dice: «Ben fatto, mio prode cavaliere!».

Le abitudini debosciate di Gawain ed il suo cedere alla prima tentazione di Lady Bertilak non devono però far saltare alla conclusione affrettata che l’intenzione di Lowery fosse di trasmettere un messaggio immorale:

L’idea che l’onore o l’integrità di una persona abbiano più valore della sua vita o della sua eredità era davvero interessante per me. È qualcosa a cui penso spesso. Penso ai posteri e a come chiunque – me compreso – sarà visto dalle generazioni a venire. Penso sempre: come mi guarderà la storia? Come la storia guarderà la mia generazione? Come rifletterà la storia sulle cose che ho fatto? E nel mio caso, si tratta generalmente dei film che ho fatto. Ma anche, come ho sostenuto me stesso come essere umano? Queste sono domande a cui penso sempre, e in qualche modo, questa ricerca di Sir Gawain è stata un’illuminazione di ciò. L’idea che il proprio valore, il proprio onore era così prezioso che mantenerlo era più importante che continuare la propria vita.

E l’idea che lui si imbarcasse consapevolmente in questa ricerca, sapendo che probabilmente sarebbe morto alla fine, perché era la cosa giusta da fare, in base al codice di condotta dell’epoca – questo era davvero significativo. Sentivo che c’era qualcosa di moderno in questo, il modo in cui può essere distorto per riflettere ciò che è spesso percepito come prezioso nella nostra cultura di oggi. È stato difficile per me esprimerlo a parole, perché parlare di codici cavallereschi come si applicano alla tradizione medievale, oggi non regge davvero. L’idea del gioco della decapitazione, è davvero difficile metterla in una sceneggiatura e far sì che abbia senso per un pubblico moderno. Eppure, una volta abbracciato quel concetto, aveva davvero una rilevanza che mi sembrava valesse la pena di approfondire. E si spera che entri in risonanza con il pubblico quando lo vede, anche se non sa bene perché lo fa.

(D. Lowery, intervista su Entertainment Weekly)

Tuttavia questo messaggio morale del senso dell’onore continua ad essere davvero distante da quello del poeta anonimo del XIV secolo. Nel poema originale, nel momento della prova, Gawain porta in vita la cintura verde donatagli da Lady Bertilak, e il Cavaliere Verde che altri non è se non Sir Bertilak, colpisce Gawain in maniera lieve, appena tagliando la pelle perché ne esca qualche goccia di sangue, e spiega che questo piccolo colpo è quello che Gawain si merita per non avergli dato la cintura verde secondo il patto per cui Gawain e Bertilak alla fine di ogni giornata dovevano scambiarsi quanto avrebbero ricevuto o trovato. Gawain infatti aveva taciuto il dono della cintura soprattutto perché convinto che questa l’avrebbe salvato, come promesso da Lady Bertilak. Ma il Cavaliere Verde non biasima l’attaccamento di Gawain alla propria vita, e quel colpo è innocuo perché proporzionato alla mancanza di Gawain, una mancanza verificatasi solo sul piano di un semplice gioco di corte.

L’etica del Gioco della Decapitazione non è esaminata in nessuna occasione dal poema, invece nella trasposizione cinematografica assurge a vero e proprio discrimine della nobiltà del protagonista, e viceversa l’impianto fortemente cristiano del poema viene trattato in altro modo.

Teologia o folklore?

Santa Winfreda viene evocata solo per essere ridotta a spettro per una ghost story, e in una breve sequenza vediamo l’interno dello scudo di Gawain, in cui è ritratta la Vergine col Bambino (entrambi a testa in giù), poco prima che un bandito lo pesti con veemenza per spaccarlo. Inoltre Lowery porta all’estremo il fatto che il Cavaliere Verde sia Sir Bertilak, facendo assumere al Cavaliere Verde i volti di molti personaggi che Gawain ha incontrato, incluso se stesso. Sommando questo indizio al legame stretto tra il Cavaliere Verde e la pagana madre di Gawain (lei ha evocato il portentoso essere e lei dà a Gawain la cintura verde), si può ravvisare nel film la volontà precisa di suggerire che tutta l’avventura di Gawain è un viaggio iniziatico neopagano programmato da sua madre (quasi tutti i personaggi trattano Gawain con gesti molto materni, persino il ladruncolo e il Cavaliere Verde carezzano il viso a Gawain, i temibili troll originali diventano gigantesse…), ed il regista non si fa scrupolo di far maltrattare sulla scena i simboli religiosi cristiani per suggerire l’irrilevanza della fede cristiana per la maturazione del protagonista. Lowery intende richiamarsi alle origini pagane della leggenda per rendere il film più comunicativo per il pubblico della nostra società secolarizzata e post-cristiana.

Lo scudo di Gawain pochi secondi prima che venga frantumato.

Tolkien stesso aveva notato che il lettore del Sir Gawain deve rispondere ad un cruciale quesito quando incappa in un punto nodale della trama, cioè quando Gawain che si accosta al sacramento della confessione:

A questo punto potrebbe prender forma una bella domanda: «Non è una pecca artistica, un grossolano errore poetico, permettere che faccende così serie come una vera confessione e una vera assoluzione s’inseriscano a questo punto? Forzare a manifestarsi questa divergenza di valori, e obbligare il lettore (che può non essere particolarmente interessato alla cosa) a dedicare ad essa la sua attenzione? E, invero, inserire argomenti di questo tipo in qualsiasi punto di una fiaba, e sottoporre ad un esame serio assurdità come lo scambio della selvaggina con un bacio?»

(J.R.R. Tolkien, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, in “Il Medioevo e il Fantastico”)

La risposta di Tolkien a questa domanda fu:

Si riconosce unanimemente che nel poema ci sono una forza e una vita particolari. E molto più probabile che ciò sia dovuto proprio alla grande serietà dell’autore,piuttosto che sia sopravvissuto a dispetto di essa. Molto però dipende da quel che si vuole, o si pensa di volere. Si esige che l’autore debba avere gli scopi che ci si aspetta che abbia e le idee che si preferirebbe mantenesse? Si pensa che egli dovrebbe essere, ad esempio, un appassionato di cose antiche con interessi antropologici? O si ritiene che egli dovrebbe semplicemente occuparsi di raccontare bene una fiaba emozionante, in modo tale da produrre una credibilità letteraria sufficiente per divertirsi? E come potrà far questo: secondo i termini del proprio tempo e del proprio pensiero? Di sicuro, se il suo unico scopo fosse stato questo semplice scopo (cosa abbastanza poco probabile, nel complesso e didattico XIV secolo), egli, nel vivificare le vecchie leggende, sarebbe inevitabilmente scivolato nella considerazione di problemi di condotta contemporanei o permanenti. È per mezzo di questo tipo di considerazione che egli ha vivificato i suoi personaggi, e grazie ad esso ha dato nuova vita a dei vecchi racconti – rendendoli del tutto diversi rispetto al loro precedente significato (del quale probabilmente sapeva, e al quale di certo badava, molto meno di alcuni uomini di oggi). Non c’è dubbio: si è trattato di mettere vino nuovo in vecchie bottiglie, e ci sono stati schianti e crepe inevitabili. Ma in ogni caso io trovo questa questione etica al contempo più vivida per la sua ambientazione bizzarra e curiosa, e più interessante in se stessa, che tutte le congetture intorno alle epoche più primitive. Con questo, però, ritengo anche il XIV secolo superiore alla barbarie, e valuto la teologia e l’etica più del folklore.

(J.R.R. Tolkien, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, in “Il Medioevo e il Fantastico”)

La risposta di Lowery è invece diametralmente opposta: le sue scelte registiche hanno senza ombra di dubbio preferito il folklore alla teologia, un folklore filtrato attraverso numerosi stilemi del cinema moderno come le lunghe sequenze allucinate.

Alla luce di queste considerazioni ci sembra del tutto pacifico che il film non può essere considerato un adattamento fedele del poema del XIV secolo, e per questo restano inspiegabili i riferimenti ad esso e a Tolkien nella campagna promozionale. La pubblicità al film può essere definita parzialmente fuorviante, e la visione non può soddisfare lo spettatore in cerca di «un’altra finestra del rosone di vetro multicolore che si affaccia sul Medioevo, e ce ne mostra un nuovo panorama». Questo è ciò che Tolkien trovò nel Sir Gawain, ma è precisamente ciò che manca nel film, il quale dunque può essere apprezzato solo con ben altre aspettative.

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