Intervista esclusiva a Luca Manini, traduttore de “I Lai del Beleriand” in uscita a ottobre 2022

di Sebastiano Tassinari


Continuiamo a trattare le opere di cui Bompiani ha annunciato la pubblicazione durante l’ultima edizione del Lucca Comics. Dopo aver commentato la novità del racconto Foglia di Niggle pubblicato separamente, vi proponiamo un’intervista esclusiva con Luca Manini, che tradurrà I Lai del Beleriand, terzo volume de La Storia della Terra di Mezzo ed opera inedita in lingua italiana.


Iniziamo con la domanda di rito: qual è stato il tuo primo incontro con Tolkien?

Il mio primo incontro con Tolkien è stato tramite mio fratello che è stato il primo appassionato di Tolkien in famiglia, ed il primo a leggere Il Signore degli Anelli, e poi grazie ad uno studente che aveva scelto Tolkien come argomento per la sua tesina dell’esame di maturità. E quindi è stata una spinta esterna che mi ha portato a leggere poi Il Signore degli Anelli.

Il tuo rapporto con Tolkien è cambiato quando la sua letteratura si è intrecciata con la tua vita professionale?

Assolutamente sì, perché prima era stata soltanto una lettura di intrattenimento e di interesse per il fantasy, che è sempre stato un mio grande amore. Adesso che sono anche traduttore di Tolkien sono entrato in quello che mi piace chiamare il suo laboratorio. Prima era un contatto con il prodotto finito come Il Signore degli Anelli o Lo Hobbit, poi traducendo soprattutto le opere inedite curate dal figlio, tutte opere frammentarie, è stato come entrare proprio nel laboratorio dello scrittore e seguire la sua creazione letteraria, tutto quello che è il lavoro che lui aveva fatto prima, preparatorio, per arrivare poi alla forma compiuta dei romanzi. Il rapporto adesso è più di familiarità. Ormai sono tanti anni che traduco Tolkien ed anche l’anno prossimo mi aspettano altre traduzioni. È sempre un piacere immettermi in questa fucina creativa di Tolkien.

I tuoi primi lavori di traduzione tolkieniana sono stati Beowulf. Con Racconto meraviglioso e La Storia di Kullervo. Qual è secondo te il valore di queste opere di Tolkien che non  appartengono al suo legendarium?

Sono opere che non entrano direttamente ma offrono comunque uno sfondo. Leggendo la letteratura anglosassone quello che colpisce molto, soprattutto nell’elegia anglosassone oppure nei poemetti di guerra, è il senso della caducità delle cose, della solitudine e il fato che gli anglosassoni sentivano molto e che in qualche modo traspare anche in Tolkien, in certi aspetti de Il Signore degli Anelli, Beren e Lúthien e soprattutto ne I Figli di Húrin, dove il dominio del fato è molto simile a quello dei poemi anglosassoni. Quindi anche se non ci sono personaggi che ritornano nel Silmarillion o ne Il Signore degli Anelli questi libri sono comunque uno sfondo al quale Tolkien ha attinto atmosfere guerresche, umane e in cui il fato ha un ruolo importante. Lo spirito nordico molto diverso da quello mediterraneo più prossimo all’Italia o alla Francia, e la differenza si sente.

Proprio in Beowulf. Con Racconto meraviglioso possiamo conoscere un Tolkien traduttore. Ti sei sentito in parte al cospetto di un collega mentre traducevi il libro? Quali tratti  caratteristici ti hanno colpito della resa di Tolkien del poema anglosassone? 

Come traduttore è stata molto utile e interessante la traduzione del Beowulf perché mi sono trovato a tradurre un testo a sua volta tradotto. C’è nel libro un apparato di note ricchissimo, più di trecento pagine, e quello che ho amato molto in questo apparato critico è stata proprio l’attenzione che Tolkien ha dato alle parole anglosassoni, il suo sforzo di trasportare questo mondo così lontano da noi – e anche da lui – in un inglese contemporaneo. È stato veramente un entrare in contatto con la fucina questa volta non dello scrittore, ma del traduttore.

Mi sono imbattuto in problemi che io stesso mi trovo ad affrontare quando devo tradurre opere del ‘500, del ‘600 o anche contemporanee. È stato un viaggio molto interessante che mi ha portato anche a riscoprire molte cose dell’Antico Inglese che avevo studiato parzialmente all’università nel corso di filologia germanica, e che erano andate perdute nel corso degli anni purtroppo.

Veniamo ora alla grande notizia: nell’ottobre 2022 verrà pubblicato in Italia per la prima  volta The Lays of Beleriand, terzo volume di The History of Middle-earth, e tu ne sarai il  traduttore. Prima di parlare del testo nello specifico, vorremmo sapere se hai avuto un ruolo  nelle discussioni che hanno portato Bompiani a decidere di pubblicare La Storia della Terra  di Mezzo. È stata una sorpresa anche per te o puoi considerarti un personaggio dietro le quinte dell’operazione editoriale? 

È stata una sorpresa, perché non sono coinvolto nelle scelte della Bompiani. Di solito ritiro semplicemente l’offerta, non intervengo nella proposta di opere. Mi aspettavo che mi affidassero qualcosa ma non i Lai del Beleriand, che amo molto perché la poesia è ciò che preferisco tradurre: ho tradotto Shakespeare, Spenser e adesso sto traducendo Sidney del Cinquecento… Sono più a mio agio nel tradurre la poesia che la prosa. Quindi sono molto felice che mi abbiano dato proprio questo volume dei dodici che compongono La Storia della Terra di Mezzo.

Parlando nuovamente del tuo rapporto personale con Tolkien, c’è un libro in particolare  della History of Middle-earth a cui sei affezionato e che sei contento che diverrà  accessibile ad un maggior pubblico italiano?

I Lai del Beleriand sono proprio il testo che amo di più perchè contiene la storia di Tùrin che mi ha sempre colpito molto (mi è dispiaciuto non poter tradurre I Figli di Húrin) e quella di Beren e Lúthien, il testo che ho amato di più tradurre quattro anni fa. È bello poter vedere altre versioni di una storia che ho già tradotto. È stata una gioia assoluta.

Ritieni particolarmente preziose le sezioni di  commento del figlio di Tolkien?

Nei volumi che ho tradotto in precedenza il commentario di Christopher era affidato al mio collega Simone Buttazzi, quindi questa è la prima volta che mi avvicino al testo di Christopher per tradurlo. Ovviamente però ho letto le parti scritte da lui e quello che mi colpisce molto è il rispetto che Christopher dimostra per il lavoro del padre, quasi una venerazione con cui ha salvato ogni minimo frammento, come quelli che compaiono ne I Lai del Beleriand, frammenti che Christopher ha recuperato e voluto condividere facendo dunque un dono a tutti gli amanti di Tolkien. Si vede che il figlio veramente ha letto, studiato, meditato. Non sono mai cose raffazzonate ma dietro c’è tutto un lavoro filologico molto profondo. Quindi sarà davvero un piacere tradurre i suoi commenti per I Lai del Beleriand.

Il libro che tradurrai è una raccolta di poemi scritti a metà degli anni ‘20, in cui Tolkien mette in poesia le principali leggende che aveva già scritto per il suo primo progetto letterario legato alla mitologia di Arda, Il Libro dei Racconti Perduti. In particolare  i poemi più estesi del libro sono Il Lai dei Figli di Húrin ed Il Lai di Leithian i cui  protagonisti sono Beren e Lúthien. Che effetto ti fa avere la possibilità di lavorare su questi  testi. Ampi passi del Lai di Leithian li avevi già tradotti per Beren e Lúthien del 2017… 

Li ho riletti in vista della traduzione e ci sono alcuni particolari che mancano negli altri libri, e quindi saranno sicuramente un arricchimento ed un completamento: per il lettore italiano sarà una sorpresa. Soprattutto la struttura metrica diversa de I Figli di Húrin, che è identica alla metrica anglosassone con la divisione del verso in due emistichi con la ripresa dell’allitterazione. Questo influsso della letteratura anglosassone anche sulla struttura del poemetto rappresenta una novità per il lettore italiano. Invece gli altri lai riprendono la metrica medievale in rima baciata o alternata.

Perché leggere I Lai del Beleriand e non accontentarsi degli stessi racconti nella loro forma  definitiva che Christopher ci propone ne Il Silmarillion?

La poesia ha sempre qualcosa in più della prosa. Nonostante la prosa di Tolkien sia così ricca, musicale e poetica, leggere la stessa storia in versi fa un effetto molto diverso. Tolkien usa nella poesia, soprattutto in Beren e Lúthien, la rima (purtroppo nella traduzione italiana andrà perduta) ed egli era attentissimo ad unire in rima certe parole che accrescono il significato del testo, come si faceva nei grandi poemi tedeschi o francesi. Anche la struttura allitterativa de I Figli di Húrin rappresenta un accrescimento del significato: c’è un afflato poetico molto più forte, spirituale direi, che nei racconti in prosa va perduto. Il racconto in prosa si legge più velocemente, anche l’occhio viene spinto in avanti a seguire la vicenda, mentre nella poesia uno deve soffermarsi sulle scelte lessicali del poeta, sulle allitterazioni, le rime, il ritmo e il suono.

Da quello che mi diceva il responsabile della Bompiani potrebbe essere previsto il testo a fronte. Nelle pubblicazioni precedenti questa mancanza era un perdita notevole perché la traduzione non riesce mai veramente a cogliere tutto quello che il poeta vuole dire. E quindi spero che riescano a includerla, anche se il libro diventerebbe molto voluminoso.

Mentre I Lai del Beleriand rappresenterà un inedito per l’Italia, i primi due volumi, che contengono i materiali del Libro dei Racconti Perduti, pare che non saranno ritradotti per l’occasione: la traduzione di Cinzia Pieruccini sarà revisionata dagli esperti  dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani. In particolare il secondo volume contiene due  testi di Tolkien, Il racconto di Tinùviel e La caduta di Gondolin di cui lei stesso ha tradotto dei  passi per le ultime due monografie di Christopher Tolkien. Per tradurre questi passi hai consultato la traduzione di Pieruccini? Hai maturato un giudizio su queste traduzioni di ormai 34 anni fa?

Mi confronto con le traduzioni altrui solo alla fine del mio lavoro, dando un’occhiata. Queste traduzioni degli anni ‘80 possono sembrare recenti, ma in realtà si sente che il tempo è passato e ci vorrebbe una revisione, perché certe parole che si usavano quaranta anni fa possono già essere cadute in disuso. Anche rileggendo il Silmarillion si era parlato di farne una nuova traduzione, perché alcuni punti non sono del tutto scorrevoli e andrebbero aggiustate alcune espressioni e certi dettagli andrebbero curati meglio. Le traduzioni invecchiano rapidamente e ancor di più in questi ultimi tempi.

Purtroppo i tempi editoriali non sempre rispettano quelli che un traduttore vorrebbe avere. Infatti di una delle altre due opere che tradurrò esiste una traduzione, ma questa volta Bompiani ha deciso di rifarla ex-novo. Mi sembra una scelta appropriata.

Si lavorerà per cercare di raggiungere uno stile unico tra la versione  riveduta dei primi due volumi ed il terzo volume?

Ogni traduttore comunque mette molto di suo nel tradurre, e quindi raggiungere uno stile sarà molto difficile in questo contesto. Ogni parola va scelta e le scelte cambiano a seconda del traduttore con scompensi e cambiamenti notevoli. Uno stile unico sarebbe un’utopia. Solo la nomenclatura ovviamente sarà uniformata ma per il resto preferisco lavorare personalmente, e infatti la traduzione de I Lai del Beleriand sarà mia senza influssi esterni.

La casa editrice sta già riflettendo sulla scelta dei traduttori dei libri successivi?

Per gli altri traduttori non so chi saranno. Non so nemmeno se mi daranno altri testi. Dovendo concludersi il progetto nel 2026 sicuramente coinvolgeranno altre persone perché i tempi sono troppo ristretti, non potrei fare tutto io. Fino all’anno prossimo sono impegnato con altri due testi di Tolkien estranei a questa sezione: il 2021-2022 sarà un tripudio di uscite di Tolkien, perché mi hanno già affidato altri due testi poetici di Tolkien. Non mi sbilancio a dire i titoli perché di più non posso dire.

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