Report del Tolkien Society Summer Seminar 2021: quando la diversità diventa divisione

di Paola Cartoceti, Enrico Spadaro e Sebastiano Tassinari


I due pomeriggi del 3-4 luglio 2021 organizzati dalla Tolkien Society hanno curiosamente avuto molti tratti in comune con il Convegno di Trento di AIST (30/11–1/12 2020) sulle traduzioni di Tolkien. Qui è possibile ritrovare un sommario degli interventi. Gli organizzatori del seminario hanno scelto di non trasmetterlo in diretta su YouTube per non esporsi ai troll, un altro elemento in comune con Trento. Alcuni interventi sono adesso pubblicati sul canale YouTube in base all’autorizzazione dei relatori in questa playlist.

Cos’è la diversità? Il seminario era controverso già dal titolo: Tolkien and Diversity. È stato affrontato un largo spettro di argomenti interessantissimi e trattati con competenza: la disabilità fisica e mentale, la presenza della cultura indiana in Tolkien e di Tolkien nella cultura indiana, le illustrazioni russe, le traduzioni in cinese e nelle varianti dello spagnolo etc. Purtroppo questi interventi sono stati messi in secondo piano dal particolare risalto di alcuni relatori che invece hanno affrontato argomenti delicatissimi con un approccio polemico e aggressivo, senza possibilità di contraddittorio. Spesso gli interventi in questione, come esplicitamente preannunciato dai rispettivi relatori, erano ancora allo stadio di bozze, perché parte di progetti in corso da parte degli stessi.  Alcune, seppur poche, voci hanno cercato un confronto in merito, ma sono state accantonate da moderatori e spettatori presenti in chat. I temi che hanno suscitato più scalpore e risposte eccessive su internet ruotavano attorno alla ricerca in Tolkien della diversità intesa come “identità di genere”.

Cosa c’entra tutto ciò con Tolkien? C’entra moltissimo, se leggiamo la situazione di tutti noi come «la lunga sconfitta» dell’umanità, il semplice «essere uomo» del saggio sul Beowulf («He is a man, and that for him and many is sufficient tragedy»). Non è necessario essere LGBT+ per sentirsi vicini; chiunque può avere problemi dolorosi di identità di genere. Quanti di noi, a qualunque “identità” appartengano, condividono il terrore di Éowyn verso la gabbia, la tortura di Frodo per un trauma impossibile da superare? Dovremmo trovare insieme nelle parole del Professore il conforto alle nostre sofferenze, quali che siano. In proposito non si citerà mai abbastanza la considerazione di Tolkien sull’applicabilità, oggetto di un eccellente articolo di Gianluca Comastri.

L’approccio della comunità LGBT+

L’argomento è invece stato affrontato con una modalità tristemente oppositiva. Abbiamo visto quanto la comunità LGBT+ sia divisa al suo interno, e, malgrado questo, quanto sia ostile a chiunque all’apparenza non ne faccia parte. Se una donna cis-etero (termine usato con connotazione negativa durante il seminario all’inizio dell’intervento di Danna Petersen-Deeprose) che si sente in crisi lo facesse notare, cercando solidarietà e “rappresentazione”, si sentirebbe dire: «Tu non hai sperimentato quello che proviamo noi, quindi non puoi parlare», questo è quanto è stato ribadito con aria di sfida da più relatori, esulando da Tolkien e sfociando in giudizi politico-sociali.

L’intero seminario ha avuto uno sgradevole sapore di indottrinamento. Perfino l’ottimo intervento sull’Athrabeth Finrod ah Andreth si è concluso denunciando Finrod come maschio paternalista, colpevole di «elfsplaining» (termine accolto dalla chat con entusiasmo e gioiosa ilarità). L’unico intervento un poco controcorrente, quello di Eric Reinders sulle traduzioni cinesi, ha ricevuto consensi entusiastici contro il razzismo e l’imperialismo bianco, seguiti da perplessità e silenzio quando ci si è resi conto che si parlava di imperialismo e razzismo del regime cinese verso altri cinesi e verso gli afro-americani.

Si potrebbe comunque lodare l’effetto del seminario nell’unire persone in chat che altrimenti si sarebbero sentite isolate e discriminate; se non fosse che ciò è stato accompagnato da una reiterata richiesta di iscrizioni e donazioni, calorosamente accolta, il che suscita preoccupanti dubbi sullo scopo di fondo della Tolkien Society.

I relatori interessati all’identità di genere e la stragrande maggioranza degli spettatori in chat hanno manifestato ostilità verso Tolkien, colpevole di non aver dato loro una voce. Una scelta di conflitto e negatività, manifestata con espressioni come: «Il canone può andare al diavolo» (in chat) oppure: «Tanto l’autore è morto» (intervento sulla fanfic di Dawn Walls-Thumma); con l’esasperante ricerca del transgenderismo nel personaggio di Denethor e il queer in Saruman e perfino Elrond, in quanto questi nelle vicende della sua vita «disturba l’establishment».

Le tensioni che hanno preceduto il seminar hanno poi favorito l’insorgere di atteggiamenti al limite della paranoia e del vittimismo, secondo un teorema complottista che solo oggi si comincia a mettere in relazione Tolkien con la diversità LGBT+ perché «coloro che hanno il potere formano la realtà».

Insomma, non sono mancati i segnali che ci si trovasse davanti a studiosi che non nascondono la loro ideologia nemmeno nell’approcciarsi a Tolkien e raccontarlo, ma scendiamo più nel dettaglio degli interventi più preoccupanti.

Un debole relativismo

Nei mesi scorsi la Tolkien Society è stata sommersa di commenti negativi in risposta al tema del Seminar, i relatori e i loro interventi.

La risposta che più spesso la Tolkien Society ha dato è stata che le accuse erano tutte nel torto: nessuno avrebbe riscritto i testi di Tolkien, nessuno gli avrebbe messo in bocca alcun pensiero a lui estraneo eccetera, si è solo trattato di validi esercizi di critica letteraria che semplicemente non si affidavano alla voce autoriale di Tolkien, anzi, la superavano come se questa fosse ormai una zavorra a cui non bisogna attaccarsi. Inoltre tutti coloro che hanno azzardato a sottolineare gli aspetti biografici che hanno influito sulla scrittura di Tolkien, tra cui la sua fede, sono stati additati come degli ingenui presuntuosi che credono di sapere cosa Tolkien pensasse in maniera esatta.

Il concetto è stato ribadito all’interno del Seminar stesso, nello specifico da Sara Brown (qui):

«Quello che non voglio fare qui con questo discorso è mettere le parole in bocca a Tolkien, perché penso che questo non ci porti da nessuna parte. […] Sì, il contesto ha un ruolo, ha assolutamente un ruolo, ma se ci fermiamo e diciamo: “So a cosa pensava Tolkien”, penso che stiamo commettendo un errore fondamentale. […] Penso che sia davvero importante avere una certa comprensione del contesto, assolutamente, ma mai dire: “So cosa intendeva Tolkien, so cosa pensava” e la mia è l’unica interpretazione perché so cosa Tolkien stava considerando a questo punto. Penso che una delle cose grandiose di questo particolare seminario sia che qui abbiamo una reale comprensione del fatto che queste sono ottiche attraverso le quali stiamo tutti guardando lo stesso testo, ma tutti possiamo vedere quel testo nel modo in cui desideriamo vederlo e letture diverse da persone diverse con esperienze vissute diverse e background diversi, questo è ciò che otteniamo, e penso sia grandioso».

L’idea è di stampo soggettivista, relativista, decostruttivista. Il problema è che al contrario di queste dichiarazioni di intenti gli interventi hanno fatto uso di un’applicabilità rovesciata rispetto a quella indicata da Tolkien: non è il testo di Tolkien che si applica alle nostre esperienze personali, bensì sono le nostre idee che devono essere cucite al testo, colorando le copertine dei libri di Tolkien con le strisce della bandiera dei transessuali.

L’eloquente prima slide di tutto il Tolkien Society Summer Seminar

E a dispetto di quanto affermato da Brown e dagli esponenti della Society, queste “ottiche” innocue e senza pretese in fondo non vengono presentate come tali, ma come certezze assodate e dimostrate: per quanto molti relatori abbiano giustificato allo stesso modo i loro interventi all’inizio o alla fine definendoli solo delle “prospettive”, le tesi venivano ripetutamente esposte senza un linguaggio possibilista e circostanziato.

Un caso esemplare è quello dell’intervento di Cordeliah Logsdon: Gondor in Transition A Brief Introduction to Transgender Realities in LotR. La tesi secondo cui il Regno di Gondor sarebbe una realtà fortemente transgender dentro il romanzo de Il Signore degli Anelli si basa sulla convinzione che leggere in ottica transgender un testo degli anni ‘50 non sia altro che portare alla luce «quello che c’è sempre stato» in Tolkien.

Ecco una slide in cui Logsdon fornisce una lista di elementi transgender che possiamo riconoscere nei testi letterari:

«Per proseguire nel riconoscimento delle realtà transgender dobbiamo sapere dove cercarle, muovendoci verso l’obiettivo di una più ampia serie visibile di semiotica transgender al di là di ciò che possiamo pensare come esplicitamente indicativo delle realtà transgender. Propongo quanto segue come punto di partenza per un ulteriore studio non solo di questo testo ma di qualsiasi altro. Specificamente questo includerebbe, sebbene non sia limitato a:

• gli stati di processo (spostamenti, transizioni, cambiamenti, alternative),
• la confusione di dicotomie e binari, specialmente quelli come corpo e mancanza di corpo,
• legittimità e illegittimità,
• tradizione e rivoluzione,
• la morte, comprese le sepolture, i recinti, i periodi di estrema dormienza, il riposo, ecc… vista soprattutto come una scelta, una benedizione, una lezione, una trasformazione,
• la percezione errata (disinformazione, interpretazione errata e opportunità per essa),
• identità e alternative che si formano senza corpi o linguaggio corporeo,
• siti di potere e trauma nel corpo o nel paesaggio,
• contesti mutevoli o contraddittori e rifiuto del contesto atteso in parte o interamente.»

L’ovvio dubbio che sorge è che con dei parametri così generici ogni testo in realtà può rivelarsi transgender, basta che includa un episodio di morte o il minimo sviluppo di trama.

E come si applicano questi criteri eccessivamente ampi alla mitopoiesi tolkieniana? Le parole più esemplificative ci sembrano quelle spese da Logsdon a proposito dell’eucatastrofe, definita come una vera ossessione di Tolkien.

Perché l’eucatastrofe sarebbe un’ossessione per Tolkien? Essa è semplicemente il fine ultimo di ogni fiaba che si rispetti secondo quanto l’autore spiega nell’imprescindibile saggio Sulle fiabe:«l’improvviso “capovolgimento” gioioso» – Tolkien usa il termine “joyous”. Perché è un’ossessione? Un’interpretazione di spunto psicanalitico porterebbe a dire che si tratta di una reazione ai numerosi eventi nefasti che caratterizzano l’infanzia, l’adolescenza e i primissimi anni di matrimonio di Tolkien – d’altronde «la poesia è l’unico rimedio all’infelicità umana», diceva Leopardi. Ma di una cosa il poeta non aveva tenuto conto, della fede cristiana, che sempre permane in Tolkien, il quale forse spesso si sarà sentito abbandonato come Gesù nel campo del Getsemani prima di venir consegnato ai Farisei e alla morte, ma da questo calice avrà anche saputo trovare la forza di reagire, un appiglio e un appoggio più profondi, che neanche le bombe della guerra hanno saputo abbattere.

Traducendo alla lettera le parole della Logsdon:

«l’eucatastrofe è essa stessa segno delle realtà transgender, un luogo di conflagrazione tra inizio e fine. Il confondersi delle aspettative, il mescolarsi di amarezza e speranza. La dicotomia di inizio e fine e il modo in cui fluiscono senza soluzione di continuità tra loro, che fornisce un contesto per la storia di Gondor nel suo complesso.»

Soltanto noi troviamo che l’approccio cauto e pacifico di chi vuole solo raccontare una propria prospettiva sia completamente tradito da queste tesi affermate come assolute e non debitamente ricontestualizzate?

Lo stesso vale per l’intervento di Danna Petersen-Deeprose: Destabilizing Cishetero Amatonormativity in the Works of Tolkien  in cui in mezzo a tante letture forzate ci ha colpito quella sulla profonda amicizia tra Gimli e Legolas: la relazione tra i due eroi viene  sempre chiamata “friendship” da Tolkien, eppure secondo Petersen-Deeprose «smantella l’eteronormatività obbligatoria semplicemente aggirandola e presentando un modello diverso di famiglia». Ancora una volta il concetto viene formulato senza confinarlo nella soggettività della studiosa, bensì proponendolo come sufficientemente dimostrato, nonostante lo stesso Tolkien non si sia mai riferito ai suoi due personaggi come una famiglia.

La voce autoriale di Tolkien esce massacrata da questo Seminar: essa deve essere messa da parte perchè ci inganna, così come, secondo Fatica, la lungimiranza di Gandalf sul ruolo di Gollum sarebbe falsa, un mero espediente letterario a cui non affidarsi, e non un’esemplificazione della provvidenza, della misericordia e della vera pietà, della pietas. «Rimetti a noi i nostri debiti, così come noi li rimettiamo ai nostri debitori» – scrive spesso in questi giorni Carl F. Hostetter, curatore del nuovo libro di Tolkien in imminente uscita, The Nature of Middle-earth. Il libro per curiosa coincidenza avrà proprio un capitolo intitolato Gender and Sex, che approfondisce il genere e il sesso grammaticale nelle lingue di Tolkien. Speriamo che si colga questa imperdibile occasione per tornare a ciò che Tolkien ci ha lasciato per iscritto, anzichè porre al centro degli studi tolkieniani letture personali e spesso forzate dei suoi romanzi.

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