Tolkien Society Summer Seminar 2021: quali criticità?

Una preoccupante tendenza

Già nel novembre 2020 abbiamo sentito il bisogno di commentare con franchezza un’inclinazione osservata nei programmi della Tolkien Society. Era da poco stato pubblicato il Call for Papers del primo seminario del 2021, intitolato Le ricezioni di Tolkien nel XI secolo, e il nostro Gianluca Comastri aveva osservato:

si ha l’impressione di cogliere una sorta di tendenza: anche per l’anno prossimo la Tolkien Society, più che proporre delle vere e proprie linee guida per i temi da approfondire negli studi tolkieniani, in un certo qual modo rimette la scelta agli appassionati stessi. Focalizzarsi maggiormente su come Tolkien viene accolto, invece di suggerire direttamente quali aspetti si ritengono interessanti da cogliere e trattare, sembra condurre a una sorta di “fotografia” della situazione in essere tra associazioni e appassionati di tutto il mondo.

(Qui l’articolo completo )

Rileggendo queste parole nella metà dell’anno 2021, penso che la tendenza sia stata confermata dalla vittoria ai Tolkien Society Awards assegnata al Tolkien Experience Podcast di Luke Shelton, capo-redattore della rivista annuale della Tolkien Society Mallorn. Il podcast di Shelton non offre approfondimenti sulle opere di Tolkien come il Prancing Pony Podcast premiato l’anno scorso, ma si concentra sull’esperienza di ogni intervistato.

Ovviamente non si può demonizzare il campo di studi della ricezione delle opere di Tolkien, né liquidarlo, perché è sicuramente interessante cercare di capire come Tolkien continui a rivelarsi un successo dopo decine di anni dalla pubblicazione dei suoi romanzi più famosi. Pur tuttavia, la tendenza resta affermata e si riscontra che la ricerca sulla ricezione, l’adattamento e il fandom di Tolkien non viene particolarmente distinta da quella delle fonti di ispirazione di Tolkien e il modo in cui egli oggettivamente scriveva, contestualizzandolo nel suo tempo e la sua formazione personale. Questi due filoni ricorrono nei programmi ormai senza la minima separazione. Nel caso del prossimo seminario estivo, dal momento che i vari interventi saranno di fatto divisi in quattro sessioni, non si sarebbe potuto dividerli assegnando ad ogni sessione un ambito di ricerca specifico (gli stessi del Call for Papers)? Se poi questo obiettivo risulta difficile da raggiungere per via del fuso orario dei posti da cui si collegano i relatori, si spera che almeno negli eventuali atti del convegno si operi questo discernimento, quanto meno per aiutare il lettore fornendogli un pratico indice tematico.

Oppure c’è un particolare motivo per cui gli organizzatori in diverse occasioni omettono di aiutare i seguaci della Tolkien Society a orientarsi dentro aree disciplinari differenti? Forse perché ormai la Tolkien Society effettivamente abbraccia un progetto politico che si può riconoscere se si fa attenzione alla convergenza di persone ed iniziative. Dal momento che i Tolkieniani Italiani invece non vogliono promuovere nessuna corrente politica, chiarisco subito che nell’approfondimento che segue non ci sarà nessun giudizio di valore, semplicemente si constata e dimostra che un indirizzo politico c’è.

Le intenzioni di voto dietro i Tolkien Society Awards

Oltre al post di Luke Shelton, c’è stato un altro candidato degli scorsi Tolkien Society Awards che ci aiuta a capire le intenzioni della Tolkien Society. Il tema della Diversità del prossimo Summer Seminar viene declinato anche come rappresentanza tra i lettori e gli studiosi di Tolkien. Proprio di questa sfaccettatura si occupa The Alliance of Arda, di cui appunto abbiamo già parlato nell’articolo dedicato agli Awards. The Alliance of Arda ha come scopo la sensibilizzazione al tema della rappresentanza nel mondo tolkieniano. Il team della Alliance of Arda include Elyanna Choi e Sarah Westvik, ognuna in stretti rapporti con la Society.

Choi ha relazionato all’evento Tolkien 2019 in una tavola rotonda su La Storia della Tolkien Society”, ma l’evento non è diventato un bel ricordo per lei, come ha raccontato in questo post: già inizialmente non si è sentita a proprio agio perchè era l’unica persona non di etnia bianca tra i relatori, e anche il pubblico includeva solo un paio di persone non di etnia bianca. La sensazione di disagio si sarebbe poi accentuata quando Choi ha fatto notare che le mani di Samwise sono dette «brown», “marroni”, in due ricorrenze ne Il Signore degli Anelli, ma Peter Jackson ha probabilmente ritenuto questa descrizione come simbolica, quando invece avrebbe potuto scegliere di rappresentare Sam come appartenente a una etnia dalla pelle scura. Sarebbero queste affermazioni ad aver suscitato numerose reazioni di dissenso che hanno stupito Choi: sguardi insistenti, espressioni accigliate… Il post si chiude con i propositi dell’attivismo di Choi:

È responsabilità dei consumatori di Tolkien e dei media legati a Tolkien spingere per interpretazioni diverse del testo al fine di rompere la percezione che le opere di Tolkien siano interamente anglo ed eurocentriche senza alcun posto per le persone di colore nel vasto mondo che aveva creato, secondo me, come una lettera d’amore al suo [mondo].

[…]

Se c’è una nota con cui vorrei concludere è questa: non si è mai trattato di cambiare le opere di Tolkien, ma di reinterpretare il suo testo del XX secolo disseminato di artifici coloniali e reimmaginare le basi della sua opera attraverso una lente del XXI secolo nel tentativo di decolonizzare l’interpretazione delle sue opere nella cultura popolare.

Cambiare il modo in cui leggiamo, scriviamo e rappresentiamo il marchio Tolkien significa cambiare fondamentalmente il paesaggio dell’intero genere del fantasy che è derivato e deriva ancora così pesantemente dalle opere di Tolkien e dal suo marchio globale.

E qui si arriva al punto di rottura, in cui tutta l’attenzione che la Tolkien Society pone sugli adattamenti di Tolkien arriva davanti a un bivio: se è pacifico che non si possa minimamente intervenire sui testi di Tolkien perché non era intenzione dell’autore promuovere atti discriminatori, tuttavia gli attuali adattamenti e opere derivate dovrebbero essere prodotti secondo dei nuovi parametri di inclusività? Ecco dunque che si profila la possibilità di sacrificare la fedeltà al testo tolkieniano per creare opere derivate più inclusive e sensibilizzare il fandom a questi temi.

In seguito all’episodio del Tolkien 2019, Elyanna Choi, Sarah Westvik e Cristina Rattes hanno fondato The Alliance of Arda e hanno dato un esempio concreto del loro progetto nella realizzazione di un’immagine di copertina per il gruppo FB dell’Alleanza. La concezione dell’immagine è stata dettagliatamente descritta nel primo post del blog del sito, e vede numerosi personaggi della Terra di Mezzo rappresentati con caratteristiche somatiche e vestiti di etnie comunemente non attribuite ai protagonisti delle opere di Tolkien: Amdir e Amroth come rappresentanti della Dinastia Tang, Galadriel ha una riccia chioma ispanica, Elendil ha una scimitarra e armatura ottomana, Tauriel è una nativa americana e Gelgalas, personaggio originale di una fan-fiction di Elyanna, ha tratti asiatici.

Le fondatrici della Alliance of Arda hanno poi partecipato anche all’ultimo Oxonmoot con la tavola rotonda Diversità negli studi e nel fandom tolkieniano. Come ha riportato David Bratman sul suo blog, le due relatrici hanno parlato degli echi razziali nelle opere di Tolkien, di come sia rappresentato il colonialismo e come questi elementi possano essere interpretati differentemente: anche gli Elfi, dalla pelle chiara e i capelli corvini, possono essere immaginati come cinesi da qualcuno che vive a Singapore e vede queste caratteristiche quotidianamente in quel gruppo etnico, oppure Sauron, come mutaforma seducente (sic), può ricordare una persona queer, ed è così che Westvik lo legge.

Sempre durante l’Oxonmoot, Choi ha raccontato la sua testimonianza sul Tolkien 2019 dove non si è sentita a suo agio e anche la moderatrice, l’indiana Sultana Raza (tra i relatori del Summer Seminar), ha detto di aver riscontrato un razzismo radicato ma non consapevole in numerosi membri della Tolkien Society.

Quello che però preoccupa è che queste riflessioni legittime possono facilmente sconfinare nell’attivismo politico. Sarah Westvik dichiara di aver lavorato con ONG impegnate nel dare voce alla comunità LGBT (nella quale si riconosce dal momento che si identifica con il pronome “they”), e Cristina si dice una attivista per la rappresentanza nelle opere fantasy, attività che non si possono commentare, dal momento che rientrano nella vita privata di queste persone, ma che potrebbero andare a toccare Tolkien nel momento in cui vengono fieramente esposte nella sezione “Chi siamo” di un sito dedicato allo scrittore. Questo rischio si è infatti verificato in un blogpost di Alliance of Arda sulle elezioni presidenziali americane del 2020 con il quale l’Alleanza ha «celebrato» l’elezione di Biden definendola «un trionfo della coscienza – o lo sarebbe stata, se i risultati non fossero stati così ravvicinati».

Candidare per i Tolkien Society Awards un sito che applica il proprio attivismo politico a Tolkien non è forse inappropriato per un’associazione che cerca di accogliere tutti gli appassionati di Tolkien e si propone di non prestare i propri spazi social ad esternazioni politiche?

A quanto pare no, dal momento che ormai anche la Society accetta l’attivismo politico tra le sue file. La prova? Le parole di un post di Robin Reid

Come molti di voi sanno, la Tolkien Society si è impegnata a diventare un’organizzazione più varia e inclusiva. E, come inevitabile risultato, stanno affrontando il contraccolpo razzista, misogino, omo e transfobico.

[…]

Disclaimer: Farò una presentazione sui fan atei, agnostici e animisti queer dell’opera di Tolkien. Sono stata anche onorata che mi sia stato chiesto di far parte del comitato consultivo il cui compito era quello di rivedere tutte le presentazioni e fornire un feedback per Will e il consiglio di amministrazione da considerare quando si sarebbe messo insieme il programma.

Si spiega il filo rosso dei temi scelti per gli eventi di questi ultimi tre anni: al Tolkien 2019, all’Oxonmoot 2020 e ai due Seminars del 2021 c’è sempre spazio disponibile per parlare di diversità, non necessariamente per approfondire le opere di Tolkien, ma per rendere la Tolkien Society più inclusiva. Si noti che Will Sherwood ha consigliato la lettura del sopracitato post di Robin Reid, di fatto confermando tutto quello che vi è scritto.

(segue a p. 4)

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