“Tolkien come artista letterario”: a maggio la nuova monografia della Palgrave Macmillan

Thomas Kullmann è già autore di numerose pubblicazioni su Shakespeare, sul Rinascimento Inglese, sulla letteratura per bambini e i romanzi dei secoli diciannovesimo e ventesimo. Guardando agli studi tolkieniani invece, Kullmann ha scritto in particolare tre saggi:

  • Modelli intertestuali neLo Hobbit e Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien,
  • Significato metaforico e metonimico ne Il Signore degli Anelli,
  • Gli inserti poetici ne Il Signore degli Anelli di Tolkien,
  • Il paesaggio come metafora ne Il Signore degli Anelli.

Guardare da vicino alcuni di questi saggi può aiutarci a capire il campo di studi di Kullmann.

Un mosaico di citazioni

Il saggio Modelli intertestuali ne Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien è stato pubblicato nel 2009 sul Nordic Journal of English Studies. In questo saggio si guardano da vicino alcuni passi dei due romanzi per conoscerne i pre-testi, cioè quei testi letterari che linguisticamente e stilisticamente Tolkien, consapevolmente o meno, cita.

Citando un pre-testo il risultato è che il lettore riesce ad arricchire la propria lettura, collegando il testo che sta leggendo ad altri testi letti in precedenza. Quando abbiamo incontrato il drago Smaug per la prima volta, inevitabilmente abbiamo arricchito il suo personaggio con molte caratteristiche dei draghi che abbiamo letto o sentito in altri racconti e fiabe. Ma questo è solo un collegamento di immagini e che lo scrittore ottiene automaticamente, mentre altri collegamenti sono inevitabilmente ricercati dall’autore che sceglie abilmente il lessico e lo stile.

Già il sottotitolo de Lo Hobbit, Andata e ritorno, ha come pre-testi tutte le opere epiche e i romanzi in cui un eroe compie un viaggio, a partire dall’Odissea di Omero, e l’Odissea sarà un pre-testo usato nel dialogo tra Bilbo e Smaug, che ricorda quello tra Odisseo e Polifemo, con gli espedienti che l’eroe usa per non rivelare la sua identità al mostro. Prendiamo poi l’incipit del romanzo:

In una caverna sotto terra viveva uno hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, piena di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima.
Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d’ottone proprio nel mezzo.

Questa descrizione accurata della casa potrebbe benissimo adattarsi ai grandi classici della letteratura per l’infanzia, come Il vento tra i salici di K. Grahame, che si apre con le pulizie di primavera della tana del protagonista, una Talpa.

Inoltre ne Lo Hobbit Tolkien gioca molto usando pre-testi differenti e contrastanti per ottenere un effetto parodistico. Personaggi autenticamente fiabeschi come Gandalf e i nani di Thorin presentano a Bilbo un contratto scritto con terminologia del ventesimo secolo:

Accettiamo con gratitudine la tua offerta di prestarci la tua assistenza professionale. Questi sono i termini: pagamento in contanti alla consegna, fino, ma non oltre, a un quattordicesimo del guadagno netto totale (se ce ne sarà); tutte le spese di viaggio assicurate in ogni caso; spese funebri a carico nostro o dei nostri rappresentanti, se se ne presenterà l’occasione e la questione non verrà sistemata altrimenti.

Il saggio poi fa notare come i pre-testi maggiormente adoperati ne Il Signore degli Anelli siano di altra estrazione: le descrizioni accurate dei luoghi e delle azioni ci riconducono ai romanzi realisti del XIX secolo, le pagine del Prologo e delle Appendici imitano i trattati scientifici, geografici e etnografici, ma con grande varietà si riscontrano anche pre-testi Romantici e Neo-Gotici per esempio nel viaggio della Compagnia lungo la catena delle Montagne Nebbiose.

Anche i personaggi de “Il Signore degli Anelli” hanno registri diversi per i rispettivi dialoghi, e anche nelle autorevoli parole di Elrond e Aragorn si riconoscono stili retorici diversi: ‘genus humile’ per Elrond e ‘genus grave’ per Aragorn.

Il saggio si conclude con la riflessione su come i pre-testi di Tolkien si possano suddividere secondo la dicotomia tra testi metaforici e testi metonimici, notando che Lo Hobbit dimostra la prevalenza della tendenza metaforica, mentre il maggior successo de Il Signore degli Anelli risiederebbe in un più sapiente equilibrio tra le due correnti.

Metaforico e metonimico

Kullmann è tornato sull’argomento con una relazione alla Terzo Convegno Annuale dell’Associazione per la Ricerca nel Fantastico che si è tenuta all’Università di Zurigo nel 2012. Intervento è poi stato raccolto negli Atti del Convegno del 2014.

In questo saggio, Kullmann adopera le categorie di metafora e metonimia introdotte dal linguista e semiologo Romàn Jakobsòn.

La metafora in retorica denota una relazione di somiglianza. Se ci si riferisce a una persona come a un «leone», è implicita qualche somiglianza tra persona e leone, come la forza. Persona e leone sono molto diversi l’uno dall’altro, ma sono simili in alcuni particolari. La metonimia, invece, non denota somiglianza ma contiguità. Dicendo che «qualcosa va contro il mio cuore», ci riferiamo al cuore come sede tradizionale dei sentimenti. quindi il cuore non è simile ma contiguo a queste sensazioni.

Per quanto riguarda la tecnica narrativa gli elementi realistici o metonimici facilitano la sospensione volontaria dell’incredulità, che ci permette di entrare nel racconto. Al mondo fantastico viene data una colorazione familiare e quindi si collega alla nostra immaginazione quotidiana. La vicinanza della Terra di Mezzo al mondo reale certamente intensifica la nostra immedesimazione. I paesaggi che Frodo e la Compagnia attraversano assomigliano a veri paesaggi inglesi e alpini e possono ricordare ai lettori esperienze paesaggistiche proprie, così come gli edifici e gli oggetti possono ricordarne altri che abbiamo davvero visto. Queste connessioni metonimiche alla nostra esperienza rendono certamente più facile per noi seguire immaginativamente la trama.

Il modo metaforico, al contrario, permette ad un autore di fare affermazioni generali sul carattere, sui principi etici e sulle visioni del mondo in modo astratto e filosofico. Ne Il Signore degli Anelli gli elementi metaforici risiedono nel tema del viaggio, dello scontro tra bene e male, e nei vizi e le virtù che i personaggi incarnano lungo il racconto.

Kullmann conclude che Tolkien è interessato ad entrambi i modi di comunicazione letteraria. Combinando sottilmente metafora e metonimia Tolkien certamente allarga gli orizzonti linguistici e letterari, rendendo il linguaggio letterario e il discorso molto stimolante. Forse è questa combinazione dei modi metaforico e metonimico, e la ricchezza di linguaggio e di significato che ne deriva, che ha portato all’enorme successo de Il Signore degli Anelli.

Le poesie del Signore degli Anelli

Ulteriore contributo di Kullmann è quello pubblicato nel 2013 su Connotations. A Journal for Critical Debate. Il saggio si occupa delle 60 poesie e canzoni che costellano Il Signore degli Anelli, denotandone la funzione e gli stili per approfondire la poetica di Tolkien.

Tutte le poesie e le canzoni infatti sembrano svolgere una funzione all’interno della narrazione; la maggior parte di esse sono cantate da un gruppo di personaggi, o recitate da un personaggio a beneficio di un gruppo di ascoltatori, costituiscono o registrano esperienze comuni, o servono a trasmettere informazioni importanti. Comprendono canzoni che accompagnano il viaggio, la marcia per la guerra, il bere e persino il bagno; canzoni che, come le ballate, raccontano una storia della mitologia antica o eventi recenti; indovinelli, profezie e incantesimi; inni e canzoni di lode e di lamento.

La caratteristica più interessante è che la maggior parte dei componimenti poetici non esprimono i sentimenti personali del poeta o del cantante e quindi si discostano dalla poesia lirica inglese (ma ci sono delle eccezioni molto Romantiche). Le loro origini delle poesie del romanzo possono piuttosto essere trovate nella poesia anglo-inglese o nel folklore inglese, come dimostrano i metri adoperati. Tolkien sembra vuole dunque fa emergere una sottocorrente letteraria e culturale che non è stata solitamente riconosciuta dall’establishment letterario, distante da quelli che sono i classici della letteratura inglese come Shakespeare, Wordsworth and Keats.

Le poesie e le canzoni de Il Signore degli Anelli di solito danno voce a qualche esperienza trascendentale, aprono scorci su un “mondo ulteriore”, sia attraverso l’argomento e il lessico delle poesie, come nel caso di La Via prosegue senza fine di Bilbo e l’Inno a Elbereth Gilthoniel, ma anche con le figure retoriche, di cui per esempio è ricca la Poesia dell’Anello.

Josh Glover, The Road goes ever on

Kullmann sottolinea inoltre che i personaggi non si limitano a declamare i versi, ma spesso discorrono tra loro fornendo interpretazioni delle poesie. Con questo espediente, Tolkien induce i lettori a entrare nella Terra di Mezzo con gli occhiali della filologia per individuare collegamenti

  • con altri passi de Il Signore degli Anelli (la canzone Bilbo La Via prosegue senza fine viene recitata in seguito da Frodo ma con una piccola variazione lessicale),
  • con Lo Hobbit (la canzone di Merry e Pipino Addio a voi, mio atrio e mio caro braciere è costruita come un adattamento della canzone della compagnia di Thorin a casa Baggins)
  • con il nostro Mondo Primario (la canzone di Frodo alla locanda del Puledro Impennato si conclude con i versi di una nota filastrocca inglese)

Tutte queste riflessioni vengono proposte da Kullmann nella speranza di contribuire a rendere i romanzi di Tolkien oggetto di studi linguistici.

(segue a p. 3)

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