I Tolkien Society Awards 2020

Miglior Articolo

Similmente all’anno scorso, la selezione di articoli copre un vasto ventaglio di argomenti su Tolkien, e si può effettivamente dire che siano stati riproposti tre articoli dagli stessi ambiti di ricerca dell’anno scorso: un articolo biografico su Tolkien, un articolo di critica letteraria e un articolo sulla Terra di Mezzo dal punto di vista scientifico.

Tolkien in East Yorkshire, 1917-18: A Hemlock Glade, Two Towers, The Houses of Healing and a Beacon di Michael Flowers

Michael Flowers è una guida naturalistica come libero professionista che organizza camminate e corsi di birdwatching. Ha completato un master presso l’Università di Sheffield sulle storie vittoriane di fantasmi di Ellen Wood, nota anche con lo pseudonimo di Mrs. Henry Wood.

Lettore di Tolkien dall’età di 9 anni, recentemente si è interessato al periodo in cui Tolkien fu di stanza nell’East Yorkshire durante la Prima Guerra Mondiale, ed è proprio di questo che ha scritto nel suo articolo pubblicato nella raccolta “Something has gone crack”, volume candidato nella categoria Miglior Libro, di cui parleremo nella prossima pagina. Non è la prima volta che Michael Flowers viene selezionato per i Tolkien Society Awards nella categoria degli articoli: nel 2015 ha vinto con l’articolo A Hemlock by any other name…, nel quale applica le sue conoscenze e osservazioni botaniche per capire quale fosse la specie precisa di pianta ombrellifera a cui si riferisce Tolkien quando nomina l’hemlock, la cicuta, nelle varie versioni del racconto della danza di Lúthien; nel 2018 invece fu la volta del suo articolo Hobbits? … And what may they be?, una accurata dissertazione sulla origine della parola “hobbit” in cui si confuta la teoria più popolare per proporne un’altra con numerose prove documentarie. L’articolo sull’origine della parola “hobbit” quell’anno si è fatto soffiare l’alloro della vittoria da un articolo di Dimitra Fimi. Flowers ci ha confidato la stessa Fimi gli avrebbe confessato che sarebbe stato il suo articolo a meritare la vittoria in quella edizione.

Abbiamo anche avuto uno scambio di e-mail con il signor Flowers, nel quale ha potuto raccontarci qualche dettaglio in più sull’articolo di quest’anno. Ecco alcune cose che ci ha scritto:

«Questo [articolo] è stato il risultato di 8 anni di ricerca, quindi sono rimasto deluso che non abbia vinto.

Suppongo di dover dire che, sebbene nel 2012 sia uscito un libro intitolato Tolkien in East Yorkshire, l’ho letto e non riuscivo a credere a quanto poco ci fosse scritto degli scritti di Tolkien. C’era un lavoro eccellente su dove Tolkien si trovava in un particolare giorno, ma molto poco su ciò che può aver visto o da cui può essere stato ispirato.  Quando l’autore, Phil Mathison, mi ha contattato, mi ha confermato di non aver letto nessuno dei romanzi di Tolkien.  Allora sono andato in tutti i posti del libro, solo per scoprire che si era perso qualcosa perché non aveva letto le opere di Tolkien.  Questo è ciò che mi ha deciso nell’aggiornare il suo lavoro.

I miei post sul blog contenevano la maggior parte delle informazioni originali che ho usato nel saggio finito. Tuttavia, ho continuato a scoprire nuovi dettagli/informazioni, così ho continuato ad aggiornare il mio saggio originale, che ho tenuto sul mio computer.  Non ho aggiornato quelle voci del blog, ma le ho lasciate come erano in origine.  Quando ho visto la proposta per il volume “Something has Gone Crack”, ho capito che la mia ricerca poteva essere rilevante per il libro.  Ho inviato il mio suggerimento, che è stato accettato.  Ho cancellato il testo principale dal mio blog, perché non pensavo che il testo dovesse essere disponibile lì gratuitamente, se era probabile che venisse pubblicato in un libro».

Flowers è riuscito a mettere insieme tantissimi indizi e dettagli che richiamano elementi narrativi e paesaggistici dei romanzi tolkieniani. Presi singolarmente, ognuno di questi sarebbe poco convincente, ma la loro somma porta a credere che sia difficile che nessuno di questi possa aver ispirato Tolkien. Come si intuisce dal titolo, gli elementi paesaggistici che più si riconoscono sono:

Il Faro di Withernsea e il Mulino Nero di Waxholme in due cartoline d’epoca, le Due Torri dello Yorkshire. Fonte
  • La radura di cicute dove ballava Lúthien. Essa coincide probabilmente con la zona boscosa di Dents Garth dietro la chiesa di Ognissanti a Roos, al margine sud-est del villaggio, dove Edith ballò per Tolkien. La particolarità di questa località è che era uno dei pochi paesi di quella parte dello Yorkshire dove era sopravvissuta una comunità cattolica che aveva sfidato l’anglicanesimo di stato. Può essere questo ad aver attirato Tolkien in questa località che era ad alcune miglia dal punto preciso dove era di stanza. E proprio vicino a questa chiesa troviamo un albero secolare dai tre possenti tronchi, come l’Hirilorn su cui re Thingol fa vivere isolata Lúthien, temendo che lei scappi in cerca dell’amato Beren. Oppure ancora troviamo nel giardino dietro la chiesa delle scale che scendono in una cripta ipogea della locale famiglia Sykes. Sull’architrave della soglia, ecco un stemma in pietra raffigurante una mano, che ricorda lo stemma di Beren, ritraente la mano che gli venne mangiata dal lupo Carcharoth.
  • Numerose torri della zona. Quando si parla delle Due Torri nella vita di Tolkien, spesso si ricordano due costruzioni di Birmingham: la Perrott’s Folly e la torre di Edgbaston Pumping Station. Flowers presenta numerose altre proposte: fari totalmente bianchi della zona, altri dipinti a strisce nere o isolate torri di vedetta o di un mulino dipinto di nero dalla base alla cima. Flowers non vuole dimostrare che le torri dell’East Yorkshire abbiano ispirato direttamente quelle de Il Signore degli Anelli, ma fa altresì notare che è più probabile che queste due torri specificamente colorate, il Faro di Withernsea e il Mulino Nero, all’interno di un paesaggio di guerra relativamente ordinato, siano dei candidati migliori rispetto alle due strutture di uno stipato paesaggio urbano della pacifica infanzia di Tolkien.
  • Le case di Guarigione. Luogo a cui è dedicato un capitolo de Il Signore degli Anelli, può essere entrato nella fantasia di Tolkien durante le cure che Tolkien dovette fare proprio nello Yorkshire. In questo caso però è più un elemento narrativo che uno paesaggistico, visto che non ci sono praticamente costruzioni in pietra nello Yorkshire, nulla che ricordi Minas Tirith. Viceversa uno dei posti dove Tolkien sostò indisposto era così vicino al mare che poteva ammirarne le burrasche, visione che può aver intensificato il suo complesso di Atlantide.
  • Un Faro. Non si tratta di un faro per guidare le navi, ma di un fuoco di segnalazione sopraelevato in cima a una costruzione metallica. Certo, ci ricorda i Fuochi di Segnalazione di Gondor, ma un altro dettaglio interessante è che non lontano si trovava uno specchio acustico per captare in anticipo di quattro minuti l’arrivo dell’aeronautica nemica. Fuoco di segnalazione e specchio acustico, occhio e orecchio… Proprio come Amon Hen, “Colle dell’Occhio”, e il vicino Amon Lhaw, “Colle dell’Orecchio”, suggerisce Flowers, dal momento che Tolkien nello Yorkshire fu ufficiale di segnalazione e poteva conoscere facilmente questi strumenti che avevano a disposizione sul campo.

Concludendo, Flowers spera di dimostrare che i 18 mesi trascorsi da Tolkien ad Holderness nelle ultime fasi della Prima Guerra Mondiale e nei primi anni del suo matrimonio continuarono a riverberare nel suo immaginario per i decenni successivi, ma si accontenta anche, da guida naturalistica, di aver reso questo angolo trascurato dello Yorkshire un po’ più familiare agli appassionati di Tolkien, e ci richiama al fatto che la sua importanza come fonte d’ispirazione per Tolkien potrebbe essere più significativa di quanto si fosse finora supposto.

Tolkien’s Mandos, Pratchett’s Death di Justin Lewis-Anthony

Questo articolo è stato pubblicato nel volume Tolkien the Pagan? Reading Middle-earth through a Spiritual Lens a cura di Anna Milon, che rappresenta gli atti del Tolkien Society Seminar del 2018. Nel suo articolo, Lewis-Anthony ha voluto mettere a confronto la rappresentazione della morte in Tolkien e nei romanzi di Terry Pratchett del Mondo Disco. Anche Pratchett infatti è uno degli autori fantasy più amati nel mondo anglofono (soprassediamo alla questione se Tolkien sia un autore strettamente fantasy), ed ha sempre ammesso di essere stato un debitore di Tolkien, oltre ad aver avuto modo di avere uno scambio di lettere con lui nel ’67. Nonostante la influenza di Tolkien su Pratchett, la rappresentazione della morte sarebbe uno degli ambiti in cui i due autori divergono maggiormente.

«Curiosamente, l’attenzione che i due autori prestano a queste due categorie [, la morte e la sua antropomorfizzazione,] sono quasi esattamente e inversamente proporzionate. Tolkien, un cattolico devoto, […] presta pochissima attenzione all’antropomorfizzazione della morte […]. D’altra parte, Pratchett, l’ateo umanista, che ha prodotto alcune delle critiche più convincenti ed efficaci contro le visioni del mondo religiose o non materiali, non è in grado di descrivere la morte di un personaggio, senza introdurre un essere non materiale e soprannaturale.»

Infatti nel legendarium tolkieniano troviamo Mandos, ma egli è «custode delle Case dei Morti» ed «è preposto al destino dei Valar; ma pronuncia le sue sentenze e i suoi giudizi soltanto al comando di Manwë», dunque non è la Morte stessa, assoluta e autonoma. Invece in Pratchett uno dei più importanti e ricorrenti personaggi è proprio Morte, il Tristo Mietitore, per la cui rappresentazione Pratchett ha tratto ispirazione anche da Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman. Mandos in Tolkien viene addirittura mosso a pietà dal canto di Lúthien che concede a lei e Beren una seconda vita, mentre la Morte di Pratchett è piuttosto ineluttabile soprattutto perché il suo personaggio, quando raccoglie un’anima, pensa solo di star eseguendo il suo lavoro, il suo dovere non contro la vita nell’universo, ma parte integrante di essa.

Mentre la visione escatologica di Pratchett viene esposta da Morte stesso, in Tolkien, essendo assente una antropomorfizzazione della morte, la problematicità della morte viene esposta da altri personaggi e dall’autore stesso, ricordando che Tolkien stesso indicava la “la Morte e il desiderio d’immortalità” come tema fondamentale de Il Signore degli Anelli. Per questo Lewis-Anthony per esporre l’idea di morte in Tolkien ricorre a tre passi: la morte di Aragorn nell’Appendice A de Il Singore degli Anelli, la morte nel dialogo Athrabeth Finrod ah Andreth e nel saggio On Fairy-Stories. In Tolkien sappiamo che in sostanza la mortalità degli uomini è il Dono di Eru, un Fato che va abbracciato, come Aragorn che con le sue ultime parole di conforto ad Arwen esemplifica nel legendarium la ‘ars moriendi’ cristiana. Finrod lo conferma ad Andreth, dimostrandole che non ha senso invidiare la immortalità elfica, perché questa è ben altra cosa rispetto all’eternità, verso la quale bisogna nutrire ‘Estel’, che Finrod precisa non essere soltanto una «hope», una “speranza”, fondata sull’esperienza, ma anche «trust», la “fede/fiducia” che dimora nella natura dei Figli di Eru. Per questo le fiabe, spiega Tolkien in On Fairy-Stories, esplicitano «il più antico e profondo desiderio, la Grande Evasione: l’Evasione dalla Morte» che include anche una «Fuga dall’Immortalità» elfica che piuttosto sarebbe da considerare «una serie senza fine di esistenze».

Anche in Pratchett troviamo una ‘ars moriendi’, una morte ideale che è quella di chi riconosce che la morte fa semplicemente parte della vita. Lo vediamo nei personaggi che con Morte si relazionano amichevolmente quando capiscono che è giunta la loro ora, capendo addirittura che quell’incontro è ciò che mancava alla loro vita. Quello che però distanzia Pratchett da Tolkien è di nuovo la prospettiva escatologica: per Pratchett oltre la morte non c’è niente di noto agli uomini, o addirittura non c’è proprio niente, come afferma perentorio Morte stesso: «NON C’È NESSUNA GIUSTIZIA. CI SONO SOLO IO»

VINCITORE: Deconstructing Durin’s Day: Science, Scientific Fan Fiction, and the Fan-Scholar di Kristine Larsen

Kristine Larsen è Professoressa di Fisica e Astronomia presso la Central Connecticut State University. Il suo campo di studi scientifico si interseca con quello artistico-letterario nel suo interesse per quella che definisce «scientific fan fiction», cioè il modo «in cui gli scienziati (o altri fan interessati alle scienze) si immergono dentro un Mondo Secondario e applicano concetti scientifici mentre ignorano, in un certo grado, che il Mondo Secondario non è reale (nel senso del Mondo Primario)». In questo Larsen ha molta esperienza essendo lei stessa autrice di libri o saggi divulgativi sulla scienza all’interno della Terra di Mezzo, delle serie televisive Doctor Who, The Walking Dead, e Resident Evil.

Journal of Tolkien Research,

Tornando al caso di Tolkien, Larsen scrive regolarmente sull’astronomia e la cosmologia della Terra di Mezzo, secondo la sua formazione accademica. I suoi articoli sono regolarmente ospitati su Mallorn, Tolkien Studies e Amon Hen, oltre appunto a libri e saggi che citavamo. Nello specifico dell’articolo vincitore di quest’anno, Larsen si concentra su un fenomeno astronomico portante della trama de Lo Hobbit: la ricorrenza del Dì di Durin. Esso è il Capodanno dei Nani durante il quale diventa accessibile l’entrata occidentale di Erebor da cui vogliono accedere Thorin e la sua Compagnia nel romanzo. Su questo argomento Larsen aveva già scritto nel 2014 con il saggio ‘It passes our skill in these days’: Primary World Influences on the Evolution of Durin’s Day, pubblicato nella raccolta di studi The Hobbit and Tolkien’s Mythology. Nel saggio del 2014 Larsen aveva tentato di dare una spiegazione astronomica del fenomeno: l’argomento, piuttosto tecnico, verteva sulla impossibilità della situazione astronomica descritta nel romanzo. Nell’articolo in concorso, pubblicato sul Journal of Tolkien Research, Larsen questa volta esce dal piano della narrazione per mostrare piuttosto la portata e l’influenza sul fandom tolkieniano della ‘scientific fan fiction’ a proposito del Dì di Durin . A tale scopo, l’articolo è suddiviso sostanzialmente in tre parti centrali precedute da una introduzione più generale.

La prima parte spiega le difficoltà intrinseche nell’applicazione della scienza del Mondo Reale al Dì di Durin. Tolkien nelle sue lettere disse che nei suoi Nani c’era qualcosa del popolo ebraico: oltre alle radici semitiche della loro lingua, il Khuzdul, un altro elemento è proprio il calendario, basato sui cicli lunari. «Suonate il corno nel novilunio, / nel plenilunio, nostro giorno di festa», recita il salmo 80. Analogamente, Thorin spiega che l’anno dei Nani inizia «il primo giorno dell’ultima luna d’autunno alle soglie dell’inverno», ma in aggiunta il sole e la luna devono essere visibili nel cielo nello stesso momento. Oltre alla rarità di questo fenomeno, che anche qualora accadesse sarebbe davvero difficile da osservare per via della luminosità del sole che rende invisibile la luna, Larsen ripercorre brevemente la storia della composizione de Lo Hobbit, che mostra evidenti ostacoli alla identificazione univoca del Dì di Durin: in particolare il calendario che Tolkien adottò per Lo Hobbit non aveva la stessa precisione a cui ci ha abituati ne Il Signore degli Anelli, e Tolkien stesso sapeva che il risultato finale del suo primo romanzo della Terra di Mezzo era insoddisfacente dal punto di vista del rigore scientifico-astronomico, perché tra le indicazioni testuali delle fasi lunari corre spesso troppo o troppo poco tempo. Per questo motivo manca un vero riferimento interno alla trama da cui partire per calcolare la data del Dì di Durin, visto che pochissime indicazioni temporali sono coerenti tra di loro.

Anke Eissmann, Dúrin’s Day

Nella seconda parte Larsen raccoglie le numerose ipotesi che sono state avanzate da suoi colleghi e altri fan di Tolkien, evidenziando i pregi e i difetti di ogni contributo e mettendo in risalto le varie tecniche di indagine: da chi ha potuto occuparsi di fare osservazioni astronomiche personalmente a chi ha creato algoritmi e programmi astronomici per computer. Nessuna ipotesi può soddisfare tutti gli indizi lasciati da Tolkien per via delle difficoltà intrinseche di cui si parlava nella prima parte, e se alcuni studiosi hanno introdotto degli approcci innovativi, magari hanno purtroppo compiuto l’errore di basarsi sul ciclo lunare del Mondo Reale di 29,5 giorni che non è quello de Lo Hobbit approssimato a 28 giorni.

Nell’ultima parte Larsen tira le somme, osservando l’impatto della ‘scientific fan fiction’ sul Mondo Reale e conclude che «più concretamente, la ‘scientific fan fiction’ viene spesso usata come mezzo attraverso il quale si può stimolare l’interesse di altri fan (o del pubblico in generale) per la letteratura fantascientifica/fantasy, la scienza, o entrambe». Questa stima si basa sulle numerose iniziative culturali di successo non solo nel fandom tolkieniano: anche nel caso di Harry Potter c’è stato un incredibile incremento dell’interesse del pubblico per l’astronomia grazie alla lungimiranza dei numerosi osservatori che hanno dedicato serate ai fenomeni astronomici descritti anche in quella saga. Creando delle sinergie tra le passioni per universi letterari o cinematografici e la scienza, «le storie assumono un significato più profondo, e la scienza diventa meno aliena», stimolando le curiosità scientifiche attraverso una connessione personale con qualcosa che amiamo e per scoprire qualcosa che prima ignoravamo.

Con i loro tentativi di guardare il Mondo Secondario attraverso il prisma della scienza, i lettori confermano la credibilità e la realtà secondaria tutta sua della Terra di Mezzo, fornendo una ulteriore prova a sostegno dell’affermazione di Tolkien presente nel saggio Sulle Fiabe:

«La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà».

(segue a p. 4)

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