Il Sogno della Croce

Sogno e Visione

In questi quattro giorni che vanno dal Giovedì Santo alla Pasqua leggerò la traduzione di un poemetto in antico inglese noto come The Dream of the Rood, Il Sogno della Croce, risalente a un periodo tra la fine del VIII e l’inizio del IX secolo e custodito nel Libro di Vercelli. L’occasione è infatti consigliata da Nico Guerini, studioso di letteratura, esperto di testi di mistica e autore di vari libri di spiritualità, attraverso la pubblicazione della sua traduzione del poema e un commento adatto alla Settimana Santa. Al di là del fatto personale, è una occasione per provare a entrare in contatto, seppur in maniera superficiale, con quegli studi fondamentali per la carriera di filologo di Tolkien e con quei testi che sono stati segnanti per la sua narrativa.

La Croce di Ruthwell, una croce anglosassone in pietra che risale all’VIII secolo. Scritti in caratteri runici, su questa croce si trovano alcuni versi del Sogno della Croce, fatto che ha aiutato nella datazione del componimento poetico.

Il titolo è stato assegnato a partire dall’incipit:

«Attenti! Un’eccelsa visione / io voglio raccontare,
un sogno che sognai / nel mezzo della notte»

Pagina di un codice del 1150 dei Commentarii in Somnium Scipionis di Macrobio. È illustrata la parte astronomica della visione: la terra è al centro dell’universo, circondata dai sette pianeti all’interno dei segni zodiacali. L’universo è portato sulle spalle da quattro gigantesche figure maschili.

Lo studioso J.A.W. Bennett nel suo Poetry of the Passion (Oxford 1982) preferisce parlare di Visione della Croce. L’ambivalenza è data dal poema, perché, nelle quattro parti di cui è composto il poemetto, l’io narrante della prima e dell’ultima parte è il veggente, dove la croce è oggetto del sogno-visione, mentre nelle due parti centrali è la croce ad essere protagonista narrante, dove più che sognare essa ricorda. Per questo il testo fa parte di un genere letterario che fiorì particolarmente nell’Alto Medioevo: quello appunto della ‘visio’ (termine latino). I sogni attraversano la letteratura occidentale sin dal suo capostipite Omero, in cui gli eroi erano raggiunti da sogni indotti da dei o da defunti, veritieri e profetici o fallaci ed ingannatori, funesti tanto da indurre chi sogna a desistere da una impresa o benevoli e di sostegno a chi li fa. Fu poi nella Roma Antica che Cicerone dedicò l’ultima sezione del suo De re publica (54 a.C.) al Somnium Scipionis, in cui il protagonista Scipione Emiliano, protagonista di tutto il trattato racconta di come gli era apparso il nonno adottivo Scipione l’Africano, che gli aveva predetto le sue glorie future e la sua morte prematura, mostrandogli però successivamente una visione escatologica, con il premio della vita eterna per gli uomini virtuosi. Anche nel caso di questa pietra angolare della letteratura classica si ha la stessa ambiguità de Il Sogno della Croce: il titolo Somnium Scipionis in realtà è postumo, mentre nel testo Emiliano definisce la sua esperienza un ‘visum’, una visione. Con questa opera, il sogno aveva la possibilità di passare dall’essere un elemento narrativo della letteratura occidentale a un vero e proprio genere letterario, e questo accadde grazie all’impulso della cultura ebraica: i sogni e le visioni profetiche della Bibbia entrarono nella cultura occidentale con il radicarsi della cristianità nell’Impero Romano. La prospettiva escatologica di Cicerone sembrò da subito compatibile con quella cristiana e l’interesse per il Somnium Scipionis è attestato dai numerosi commenti all’opera di autori cristiani tardo antichi.

Pagina del manoscritto Cotton Nero A.x. In questa illustrazione del poema Pearl, il protagonista, già entrato nella dimensione onirica dopo essersi addormentato su un prato, incontra una bellissima giovane che riconosce essere la sua Perla che aveva perduto. Essa lo educherà con un discorso di dottrina cristiana e gli mostrerà la Gerusalemme celeste.

Tra le opere medievali più note appartenenti al genere si ricorda in antico inglese, oltre al poema di cui parliamo, la Visio Dryhthelmi di Beda il Venerabile, mentre in Middle English abbiamo diverse opere di Geoffrey Chaucer (addirittura in uno di questi, Il parlamento degli uccelli, il protagonista si addormenta proprio leggendo il Somnium Scipionis), tra cui la sua traduzione del francese Roman de la rose, insieme alla traduzione della latina Visio Tnugdali e soprattutto Pearl, poema dello stesso autore del Sir Gawain and the Green Knight. È risaputo che Sir Gawain e Pearl, entrambi contenuti nel manoscritto Cotton Nero A.x, furono un altro campo di studio su cui Tolkien si concentrò molto durante la sua vita, e la sua traduzione in inglese moderno di questi due testi è stata pubblicata in un volume curato dal figlio Christopher Tolkien nel 1975.

Quale fu l’influenza di questo genere letterario sulla narrativa di Tolkien?

Lo ha spiegato Amy M. Amendt-Raduege sulla rivista annuale Tolkien Studies, nel numero III del 2006, con il suo articolo intitolato Dream Visions in J.R.R. Tolkien’s “The Lord of the Rings”:

«Sebbene le sue opere siano necessariamente moderne, nessuno dubita che Tolkien abbia incorporato nella sua scrittura creativa molti dei temi e delle idee medievali che hanno occupato la sua vita professionale. Una peculiarità medievale che ha trovato espressione ne Il Signore degli Anelli è la visione onirica medievale

[…]

Comune a tutte le visioni oniriche medievali è l’enfasi sull’esperienza visiva del sognatore. Come sottolinea Constance Hieatt, “le immagini e la descrizione del poema sono riccamente visive, e il poema è in gran parte un resoconto di ciò che il poeta vede piuttosto che di ciò che sente o pensa”. I paesaggi sono molto sviluppati e spesso hanno un significato simbolico, di solito rappresentano uno spazio incorruttibile che il sognatore può abitare solo temporaneamente. In linea con questa tradizione, le visioni oniriche ne Il Signore degli Anelli forniscono anche ricchi dettagli visivi. La natura grafica di questi sogni è talmente sviluppata che diversi artisti hanno creato rappresentazioni di eventi visti solo nei sogni e nelle visioni, eventi non rappresentati altrimenti nel testo.

Al di là della loro intensa qualità visiva, le convenzioni e le caratteristiche della visione onirica medievale sono diffuse quasi quanto le sue applicazioni, e quasi ogni artista ha adattato allegramente la forma al proprio scopo. Ma, naturalmente, le convenzioni non sono state completamente abbandonate, o non dovremmo essere affatto in grado di identificarne la forma. In particolare, la visione del sogno funziona come un mezzo attraverso il quale il sognatore raggiunge una conoscenza che altrimenti gli mancherebbe. Spesso il sognatore si addormenta lottando con qualche problema o fastidio, per poi risvegliarsi in “un paesaggio ideale o spesso simbolico, in cui il sognatore incontra una figura autorevole” (A.C. Spearing, Medieval Dream-Poetry). Nel De consolatione philosophiae, ad esempio, la figura è la Filosofia stessa ; nell’Inferno di Dante, il primo libro della sua Divina Commedia, Virgilio occupa il suo ruolo. La figura e il sognatore sono oggetto di dibattito, anche se a volte il sognatore assiste a un dibattito tra figure oniriche, come nel The Parliament of the Thre Ages. Il dibattito guida così il sognatore verso una verità nascosta. Ma a volte non c’è alcun dibattito: il sognatore vive semplicemente un momento trascendente che gli procura simpatia o intuizione, come ne Il sogno della Croce. Questo tipo di visione del sogno è semplicemente profetica, e al sognatore viene “dato accesso a un regno morale o escatologico superiore” dal quale “si risveglia illuminato” (S. F. Kruger, Dreaming in the Middle Ages).

Molti dei sogni e delle visioni sperimentati ne Il Signore degli Anelli seguono le stesse convenzioni. Tutti i tratti distintivi del genere medievale sono presenti: l’intensa qualità visiva della visione, il paesaggio ideale o simbolico, la figura autoritaria al centro, e persino i cinque aspetti del sogno che hanno informato la psicologia medievale. Ma mentre l’inclusione di tali convenzioni possono essere inconsce, il suo pensiero su tali convenzioni era chiaramente intenzionale. Come dice nella prefazione alla sua edizione di Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Tolkien ha apprezzato la cornice del sogno perché “permetteva di collocare le meraviglie nel mondo reale”.

[…]

Tolkien ha voluto sbloccare questi strani poteri della mente senza “il rude ritorno alla realtà del risveglio che mette in discussione il sogno”, come osserva Verlyn Flieger: “Voleva qualcosa di più sottile, un sogno che rimettesse in discussione la realtà” (Tolkien’s Experiment with Time: The Lost Road, “The Notion Club Papers” and J. W. Dunne). Per raggiungere questo obiettivo, Tolkien ha creato un mondo in cui i confini tra il sonno e la veglia si confondono. I sogni e le visioni che Tolkien creò, quindi, collegano sogno e realtà in modi sorprendenti e profondi. »

Anke Eissmann, Frodo’s dream of Eärendil

(segue)

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