“Lo spirito romantico nelle opere di J.R.R. Tolkien”

Elfi e Sehnsucht

dr. Julian Tim Morton Eilmann

Il primo curatore, il dr. Julian Tim Morton Eilmann ha studiato Storia, Letteratura Tedesca e Storia dell’Arte ad Aquisgrana e Nottingham e lavora come insegnante di Tedesco, Storia e Letteratura (e Cinema) all’Inda-Gymnasium di Aquisgrana. Per i suoi servizi alla ricerca di Tolkien ha ricevuto un dottorato ad honorem dalla Walking Tree Publishers e nel 2013 dalla Dwarvish University of the Blue Mountains. All’Inda-Gymnasium, dirige un gruppo scolastico, l’Inda-Gefährten, dove gli studenti esplorano la Terra di Mezzo e realizzano progetti creativi (una rivista fantasy autonoma intitolata Erebor, cartoni animati, racconti brevi, mostre, giochi, ecc.). La sua ricerca si concentra sulla poesia di Tolkien e sulla tradizione romantica della fantasia moderna.

Eilmann ha cominciato a focalizzarsi su questo campo di ricerca sin dal 2004, come racconta in una intervista sul sito della Deutsche Tolkien Gesellschaft:

«Il fatto che io sia stato così profondamente coinvolto nella poesia di Tolkien negli ultimi dieci anni è in realtà una coincidenza. Sebbene le canzoni e le poesie dell’opera di Tolkien abbiano sempre avuto un fascino particolare per me – a differenza di molti altri lettori di Tolkien – è stato solo quando ho preparato la mia prima lezione per il secondo Tolkien Seminar nel 2004 che ho iniziato a trattare i versi di Tolkien in modo scientifico. Questo non era originariamente previsto, perché prima volevo fare una lezione sull’adattamento cinematografico de Il Signore degli Anelli. Dato che anche i versi di Tolkien sono recitati o cantati nei film, ho dato un’occhiata più da vicino alla poesia del romanzo. Quando finalmente mi sono reso conto che non c’era quasi nessuna ricerca accademica su questo argomento, ero ancora più entusiasta di concentrarmi solo sulla poesia, perché come ricercatore si poteva ancora “scoprire un nuovo territorio”. La conferenza sul film non ha funzionato all’inizio, ma negli anni successivi mi sono immerso nella poesia di Tolkien. Alla fine sono in debito con Peter Jackson per il fatto che le canzoni e le poesie dei film mi hanno riportato al testo originale. Ancora oggi l’argomento mi affascina immensamente.»

Nei quattro anni seguenti Eilmann ha sempre portato una sua lezione sulla poesie e la musica di Tolkien (dalla musica elfica sino ai canti in battaglia) al Tolkien Seminar, e tutte queste lezioni sono state raccolte sulla pubblicazione annuale della Deutsche Tolkien Gesellschaft: Hither Shore. Approfondire il tema della poesia di Tolkien, in particolare quella elfica, ha fatto scorgere ad Eilmann la possibilità di riconoscere categorie estetiche del Romanticismo nella poesia di Tolkien, e quindi aggiunse questo tema alle sue ricerche con un’altra lezione al Tolkien Seminar del 2010, dedicato a “Tolkien e il Romantico”, un evento che, come ricorda il call for papers della Walking Tree Publishers, intensificò molto gli studi in questa direzione. Ecco quindi da quell’anno le lezioni di Eilmann ebbero come argomento la nostalgia romantica, la ‘Sehnsucht’, i paesaggi romantici, la visione di Tolkien sulle fiabe e la poetologia romantica.

Sempre nell’intervista, Eilmann spiega con un esempio quanto sia nella poesia elfica che si riconosce di più lo spirito romantico di Tolkien:

«Tolkien ha inserito più di 80 poesie ne Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli e ha scritto e pubblicato molti altri versi. Non mi ero ancora posto la domanda se avessi una poesia preferita, nonostante la mia lunga occupazione con i versi di Tolkien. Tolkien ha scritto così tanti versi incantevoli che mi è difficile deciderne uno. Ma se dovessi scegliere una poesia, sceglierei Song of the Sea di Legolas, una poesia che esprime l’anelito esistenziale degli elfi per il mare – un aspetto centrale della mitologia tolkieniana – in modo particolarmente bello. Oltre alla poesia, il collegamento tra l’opera di Tolkien e il periodo romantico è il secondo punto focale della mia ricerca. Poiché la poesia di Legolas esprime in modo così commovente la ‘Sehnsucht’ romantica e il nostalgico ‘Heimweh’ che è insito nell’opera di Tolkien, riassume per me molto di ciò che distingue la mitologia di Tolkien:

To the Sea, to the Sea! The white gulls are crying,
The wind is blowing, and the white foam is flying.
West, west away, the round sun is falling.
Grey ship, grey ship, do you hear them calling,
The voices of my people that have gone before me?

I will leave, I will leave the woods that bore me;
For our days are ending and our years failing.
I will pass the wide waters lonely sailing.
Long are the waves on the Last Shore falling,
Sweet are the voices of the Lost Isle calling,
In Eressëa, in Elvenhome that no man can discover,
Where the leaves fall not: land of my people for ever!1»

Jef Murray, Legolas Comes to the Sea

Eilmann cita due sentimenti romantici: ‘Sehnsucht’ e ‘Heimweh’. Lasciamo che sia Ladislao Mittner, studioso di letteratura tedesca, a spiegarci il significato di queste due parole:

«La più caratteristica parola del romanticismo tedesco, ‘Sehnsucht’, non è lo ‘Heimweh’, la nostalgia (“male”, cioè desiderio, “del ritorno” ad una felicità già posseduta o almeno nota e determinabile); è invece un desiderio che non può mai raggiungere la propria meta, perché non la conosce e non vuole o non può conoscerla: è il “male” (‘Sucht’) “del desiderio” (‘Sehnen’). Ma ‘Sehnen’ stesso significa assai spesso un desiderio irrealizzabile perché indefinibile, un desiderare tutto e nulla ad un tempo; non per nulla ‘Sucht’ fu reinterpretato, con una di quelle “false etimologie” che sono invece creazioni di nuove realtà psicologiche ed artistiche, come un ‘Suchen’, un cercare; e la ‘Sehnsucht’ è veramente una ricerca del desiderio, un desiderare il desiderare, un desiderio che è sentito come inestinguibile e che proprio per ciò trova in sé il proprio pieno appagamento.»2

Pur non avendo potuto leggere gli atti delle varie lezioni del dr. Eilmann, vorremmo comunque provare ad approfondire questa tematica in maniera coerente con quelle che ci sembrano le tesi principali dei suoi studi.

J.R.R. Tolkien, The Forest of Lothlorien in Spring

Troviamo che Eilmann attribuisce al canto di Legolas entrambi questi sentimenti romantici: sia l”Heimweh’ come nostalgia rivolta al passato, sia una ‘Sehnsucht’ come desiderio verso l’indefinito, e i popoli elfici della Terra di Mezzo esplicitano questi sentimenti attraverso la loro arte, soprattutto quella poetica. È illuminante a tal proposito un passo dello studioso Stratford Caldecott, in cui si cerca di spiegare l’estetica elfica. Anche Caldecott, senza collegare l’elficità al Romanticismo, aveva riconosciuto questo sguardo contemporaneamente rivolto all’indietro e in avanti, e portava come esempio l’esperienza di Frodo a Lóthlorien:

«Gli sembrava di essere volato giù da un’alta finestra aperta su un mondo svanito. La luce in cui era immerso non aveva nome nella sua lingua. Tutto ciò che vedeva era armonioso, ma i contorni parevano al tempo stesso precisi, come se concepiti e disegnati al momento in cui gli venivano scoperti gli occhi, ed antichi, come se fossero esistiti da sempre.»3

Spiega poi Caldecott:

Il saggio di Stratford Caldecott, Il Fuoco Segreto

«[l’elficità è] un senso di libertà, un desiderio di infinità. È qualcosa di simile al ritorno a casa, ma solo dopo un lungo viaggio. In una parola, suppongo, è la visione della trascendenza, di ciò che potrebbe significare andare al di là di tutte le limitazioni, forse al di fuori del tempo stesso, in un luogo in cui la bellezza converge e si mescola con la bontà e la verità.

Il desiderio di bellezza trascendente è associato a un senso di malinconia, d’infinita distanza o separazione, perché siamo lontani da casa. Tolkien associa questa sensazione soprattutto alla luce delle stelle, alla musica e al suono dell’acqua. L’arte degli Elfi ha a che fare soprattutto con la memoria, quindi tende a essere in un certo senso nostalgica o meditabonda. Con il passare del tempo, gli Elfi sono sempre più ricchi di ricordi; quando il tempo giunge al suo termine, la memoria sarà tutto ciò che resterà loro. La loro tragedia è che lo struggimento e l’amore degli Elfi è per questo mondo che scorre via. La loro esistenza è legata al mondo creato che contemplano, e con la “sub-creatività” che esercitano in accordo coi talenti che hanno ricevuto.

Ciò che in definitiva interessa a Tolkien è ciò che egli stesso chiama “la nobilitazione” della razza umana. Capiamo ora che essa implica sia una teoria della santità che una teoria della bellezza. L’elficità mescolata alla nostra umanità ci rende più “nobili” perché gli Elfi sono il nostro collegamento alla prima Luce, e la loro presenza nel nostro “sangue” (vale a dire come un elemento della nostra natura) ci permette di ricordare la Luce che brillava negli occhi di coloro che erano vissuti a Valinor addirittura prima che la luna sorgesse o il sole brillasse.

Questa luce della “arte non ancora separata dalla ragione” è la luce della partecipazione originaria, la luce che bagnava il mondo appena nato dalla mano del Creatore, quando “Dio vide che era buono”. La sensibilità nei confronti di questa luce, o la memoria di essa, è ciò che ci attrae negli Elfi. Senza questo desiderio di luce, del bello, non ci sarebbe mai possibile raggiungere la nuova e più conscia partecipazione o lo stato di comunione che sia Barfield che Tolkien, in modi diversi, hanno anticipato. Quello stato di comunione, sosteneva Tolkien, fu definitivamente raggiunto e reso possibile in Cristo, attraverso il dono dello Spirito Santo. A differenza di quella elfica, l’arte cristiana è dunque capace di celebrare ed esprimere il superamento dell’infinita distanza fra terra e cielo.»4

La ‘Sehnsucht’ non è solo propria degli elfi Sindar, come Legolas, che non hanno visto Valinor ma sentono ancora il rischiamo per Eressëa, che non può essere per loro una nostalgia, ma è anche di coloro che già hanno dimorato presso la Elvenhome (che è la traduzione del Quenya Eldamar). Un esempio efficace è quello di Finrod, soprattutto nel suo ruolo di protagonista dell’Athrabeth Finrod ah Andreth, in cui il principe degli Elfi Noldor discute con la mortale Andreth. In questo toccante dialogo si capisce come la ‘Sehnsucht’ abbia una componente trascendente:

Sara Morello, I will tell him – Andreth and Finrod

« ‘Non avete allora alcuna speranza?’, disse Finrod.

‘Che cos’è la speranza? Un’aspettativa di bene, che anche se incerto ha qualche fondamento in ciò che è noto? Allora noi non ne abbiamo’ [rispose Andreth].

‘Questa è una cosa che gli uomini chiamano “speranza” ‘, disse Finrod. ‘Amdir noi la chiamiamo, “guardare in alto”. Ma ce n’è un’altra che ha un fondamento più profondo. Estel la chiamiamo, cioè “fiducia”. Non è sconfitta dalle vie del mondo, perché non viene dall’esperienza, ma dalla nostra natura e dal nostro essere primitivo. Se noi siamo davvero gli Eruhin, i Figli dell’Uno, allora Egli non acconsentirà a essere privato di ciò che è Suo, né da un Nemico né da noi stessi. Questo è l’ultimo fondamento di Estel, che manteniamo anche quando contempliamo la Fine: l’esito di tutti i Suoi progetti dev’essere per la gioia dei Suoi Figli’.»5

Spinta da questa definizione, la donna Andreth ricorda che alcuni dei suoi simili si definiscono gente dell’Antica Speranza, e profetizzano «che l’Uno stesso entrerà ad Arda e guarirà gli Uomini e tutti i Corrotti dall’inizio alla fine», cioè l’Incarnazione di Cristo di cui parlava prima Caldecott. Ecco che la ‘Sehnsucht’ elfica, Estel, viene raggiunta da una risposta al dolore degli Elfi per la corruzione di Arda, ma resta una risposta profetica, non certa, e nemmeno Finrod può aderire completamente a questa speranza, dovendo lasciare in sospeso la questione: per questo Estel continua ad essere una fiducia in qualcosa di indefinito rivolto più verso il futuro, l’oltre, come la ‘Sehnsucht’ romantica. Si riscontra infine la somiglianza tra le definizione di Estel di Finrod, «non viene dall’esperienza, ma dalla nostra natura e dal nostro essere primitivo», e queste altre parole di Mittner sul romanticismo psicologico:

«Inteso come fatto psicologico, il romantico non è il sentimento che si afferma al di sopra della ragione o un sentimento di particolare immediatezza, intensità o violenza, e non è neppure il cosiddetto sentimentale, cioè un sentimento malinconico-contemplativo; è piuttosto un fatto di sensibilità, il fatto puro e semplice, appunto, della sensibilità. […] Il romanticismo inteso psicologicamente è una categoria eterna dello spirito»6

Abbiamo aggiunto al collegamento investigato da Eilmann tra poesia tolkieniana e Romanticismo un ulteriore collegamento con la trascendenza e con la fede cristiana presente profeticamente nella Terra di Mezzo. Forse è un collegamento azzardato, ma nella pagina successiva vedremo come anche Eilmann abbia preso in considerazione queste argomentazioni nella sua produzione accademica.

(segue)

1 Nella traduzione Rusconi 1990:
«Al Mare, al Mare! I bianchi gabbiani chiamano,
Il vento soffia, e le bianche schiume danzano.
Ad ovest, ad ovest, il sole sta tramontando.
Nave, nave grigia, stanno chiamando
Le voci di quelli già arrivati?
Lascerò, lascerò i boschi ove siam nati;
Stan finendo i nostri giorni quasi tutti,
Ed io traverserò da solo i flutti.
Lunghe son le onde sull’Ultima Spiaggia,
E dolce l’Isola Perduta che a partire incoraggia,
Ad Eressëa, Elfica Dimora che mai alcuno scoprire potrà,
Ove non cadon le foglie: terra della mia gente per sempre sarà!»

2 L. Mittner, Storia della Letteratura tedesca, II, Dal pietismo al romanticismo (1770-1820), Einaudi, Torino 1964, p. 698

3 J.R.R. Tolkien, La Compagnia dell’Anello, II, Lothlórien

4 S. Caldecott, Il Fuoco Segreto. La ricerca spirituale di J.R.R. Tolkien, Lindau, Torino 2008, pp. 134-136

5 J.R.R. Tolkien, Athrabeth Finrod ah Andreth, in Morgoth’s Ring, a cura di C. Tolkien, HarperCollinsPublishers, 1993, p. 320, traduzione amatoriale

6 L. Mittner, op. cit, p. 698-700

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