Tolkien e il Libro di Giona: la storia continua

«Popoli del passato»
L’interpretazione escatologica del libro di Giona

Sebbene dunque non abbia senso sbandierare l’espressione “the roots of the mountains” come fosse il certificato di paternità della traduzione tolkieniana, bisogna rilevare che sono le parole seguenti invece quelle in cui si può rintracciare un intervento di Tolkien che salta all’occhio.

«κατέβην εἰς γῆν ἧς οἱ μοχλοὶ αὐτῆς κάτοχοι αἰώνιοι» (Septuaginta)

«en un pays dont les verrous étaient tirés sur moi pourtoujours» (Bible de Jerusalem, 1953)

«I went down into the countries underneath the earth,
to the peoples of the past.» (Jerusalem Bible, 1966)

«La terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.» (CEI 2008)

È qui che si vede la originalità di Tolkien, visto che è possibile vedere la traduzione di Tolkien distaccarsi non poco dal francese e addirittura avere pochi riscontri. Tolkien elimina completamente l’immagine delle spranghe che si chiudono inesorabilmente per sempre e introduce tutt’altro tema: quello di una catabasi, cioè nel viaggio negli inferi, nel mondo ctonio, sotterraneo dove dimorano i morti, i popoli del passato. È da questa interpretazione che parte il progetto grafico di Jonah’s Voyage to Atlantis, dalla commistione di tre elementi: il racconto biblico di Giona come riportato nella Bibbia, il motivo topico della catabasi e il mito di Atlantide.

Secondo gli sceneggiatori del graphic novel, la scelta di Tolkien di distaccarsi dal testo biblico in quel versetto sarebbe una scelta precisa, la scelta cioè di instillare nel testo un riferimento a un’altra tradizione ebraica del racconto di Giona, parallela a quella del testo biblico: una tradizione alternativa in cui la missione di Giona è andare negli inferi, in cui salva il pesce che lo ha inghiottito dal Leviatano e promette di portare il Leviatano come sacrificio alla fine dei giorni.

William Blake, Behemoth e il Leviatano

In particolare, la tradizione rabbinica del racconto di Giona è contenuta estesamente nel Pirke de-Rabbi Eliezer, un’opera di esegesi ebraica dell’VIII secolo. L’opera cerca nel testo ebraico del Libro di Giona diverse citazioni di altri passi biblici per confermare il racconto che dicevamo prima. In particolare ci si sofferma sul dialogo tra Giona e il Leviatano, il mostro marino più pericoloso che si credeva solo Dio potesse abbattere. Giona nel ventre del grosso pesce scopre che la usa missione di predicare nella città di Ninive è solo secondaria, la sua missione primaria è contenuta nella promessa che egli stesso fa al Leviatano:

«È stato per te che sono sceso per vedere la tua dimora nel mare, e scenderò di nuovo, in futuro, traversare tua lingua con una corda e trascinarti fino a sacrificarti per la grande festa dei Giusti nei Giorni a venire.»

Una promessa chiaramente ispirata al passo del Libro di Giobbe:

«Puoi tu pescare il Leviatàn con l’amo
e tenere ferma la sua lingua con una corda,
ficcargli un giunco nelle narici
e forargli la mascella con un gancio?» (Gb 40, 25-26)

Il Leviatano riconoscendo il suo giustiziere scelto da Dio, si dà alla fuga, e Giona chiede ora al pesce che lo trasporta di mostrargli le Sette Stazioni nell’aldilà. Si crea un antagonismo uno a uno tra un eroe e una mostro che è facile trovare in molte altre leggende apocalittiche ed è caratterizzata come una eroica pesca: è molto somigliante per esempio la mito della pesca di Thor, secondo cui Thor prese all’amo il serpente marino Miðgarðsormr, con la variante però che Miðgarðsormr riuscì a fuggire e i due si scontreranno solo durante la battaglia finale tra le potenze del mondo, il Ragnarǫk.

Immagine tratta dal manoscritto SÁM 66, Thor and Hymir go fishing for the Midgard Serpent

Tornando alla interpretazione rabbinica del racconto di Giona, egli dopo aver messo in fuga il Leviatano chiede al pesce che lo trasporta di mostrargli le Sette Stazioni dell’aldilà, luoghi ultraterreni come il fondo del Mar Rosso su cui camminò il popolo ebraico liberato dalla schiavitù in Egitto, oppure il pilastro sotterraneo su cui è costruito il Tempio di Gerusalemme. Tra queste sette stazioni vi sono anche le fondamenta della terra, cioè le ‘roots of the mountains’ di cui abbiamo parlato, la Geenna, l’abisso infuocato abitato dai demoni, e lo Sheol, la dimora dei morti che attendono l’Apocalisse.

Non saprei come verificare se l’intento di Tolkien fosse mettere un riferimento proprio questa versione, ma mi permetto di indicare un’altra possibilità: a mio avviso Tolkien potrebbe non aver inserito volutamente un rimando a questa tradizione parallela, che non sappiamo se effettivamente conoscesse, ma piuttosto aver esplicitato il significato profetico del Libro di Giona: Giona stette nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti prima di essere rigettato fuori, ed è assodata e comune l’interpretazione secondo cui la permanenza di Giona nel ventre del pesce e la sua fuoriuscita sia una prefigurazione della Resurrezione, «l’eucatastrofe dell’Incarnazione», avvenuta tre giorni dopo la morte di Cristo in Croce.

«[Gesù] patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto;
discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte» (Simbolo Apostolico)

Nei tre giorni tra la Morte e la Resurrezione avviene una vera e propria catabasi, e nella tradizione cristiana si è approfondito questo episodio introducendo anche la liberazione dagli inferi di Adamo e dei giusti di Israele morti prima di Cristo. Potrebbe essere più a questo che Tolkien ha cercato di rimandare, a una consolidata tradizione cristiana e non a un racconto rabbinico minore. Pur tuttavia potrebbe essere che storicamente l’interpretazione di Giona prefigurazione di Cristo sia nata grazie anche al contributo del racconto rabbinico che aveva già introdotto il tema della catabasi nel racconto di Giona, avvicinando dunque Giona a Cristo, rendendo le loro vicende ancora più simili.

Duccio di Buoninsegna, scena della Maestà del Duomo di Siena raffigurante Cristo che libera i patriarchi nello Sheol/Limbo

(segue)

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