Tolkien e il Libro di Giona: la storia continua

Giona e Gollum

Ecco il versetto nella traduzione della Jerusalem Bible del 1966, la edizione che contiene la traduzione di Tolkien (anche se parzialmente rimaneggiata come spiegato nell’altro articolo):

«The seaweed was wrapped around my head
at the roots of the mountains.
I went down into the countries underneath the earth,
to the peoples of the past.»

(Giona 2, 6-7)

«L’alga si è avvinta al mio capo.
Sono sceso alle radici dei monti,
la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.»

(CEI 2008)

John Howe, Gollum

Fonti online tendono a sottolineare la presenza dell’espressione «roots of the mountains» per comparare il testo con le parole di Gollum riportate da Gandalf ne Il Signore degli Anelli:

«It would be cool and shady under those mountains. The Sun could not watch me there. The roots of those mountains must be roots indeed; there must be great secrets buried there which have not been discovered since the beginning.»

«Sotto quelle montagne sì che farà fresco! Lì, all’ombra ed al buio, il Sole non potrebbe più guardarmi. Le radici di quelle montagne devono essere veramente profonde e chissà quanti segreti vi sono sepolti, che mai nessuno ha scoperto e svelato.»

Effettivamente la espressione è la stessa, ma va ricordato che Il Signore degli Anelli fu pubblicato un anno prima che Tolkien venisse temporaneamente ingaggiato per entrare nel gruppo di traduzione della Jerusalem Bible, e non c’è nessuna di Tolkien originalità nell’introduzione di questa espressione nel Libro di Giona: è semplicemente una traduzione fedele della edizione di riferimento, cioè la Bible de Jerusalem francese (1953). Il compito di Tolkien infatti non fu quello di tradurre direttamente dall’ebraico e dal greco, ma tradurre in inglese dal francese della Bible de Jerusalem di pochi anni prima. Già nel francese si leggeva:

«A la racine des montagnes j’étais descendu.»

e ‘racine’ significa niente di più che “radici”. L’unico apporto di Tolkien sarebbe stato al massimo l’approvazione di questa scelta, cioè averla trovata una buona traduzione una volta confrontati il testo ebraico e quello greco. Il testo ebraico riporta «לְקִצְבֵ֤י», ‘qetseb’, di cui lo Strong’s Concordance (uno dei più esaustivi dizionari biblici), dà come definizione «a cut, shape, extremity», e questa parola è usata anche nel Siracide per una espressione resa in italiano con «fondamenta della terra». Nel testo greco della Septuaginta, si legge invece «σχισμὰς ὀρέων», ‘schismàs orèon’, letteralmente «spaccature, fenditure dei monti» (dalla parola σχισμά, ‘schismà’ deriva la parola “scisma”). Tolkien quindi deve aver semplicemente consultato queste voci, di cui nessuna significa precisamente “radici” e accettò la traduzione proposta dall’edizione francese. Effettivamente a Tolkien questa espressione era semplicemente famigliare, avendola inserita nel suo romanzo, probabilmente, suggerisce Tom Shippey, ispirato dal titolo del romanzo di William Morris del 1889 intitolato proprio The Roots of the Mountains, romanzo nominato da Tolkien nella Lettera 226; ma questo non esclude che anche molti altri avrebbero tradotto come lui visto che si limitò a tradurre letteralmente il testo francese. In ogni caso, attraverso Tolkien questa espressione acquisì la cittadinanza nelle traduzioni inglesi della Bibbia, altrimenti si sarebbe continuato a leggere «the bottoms of the mountains» (King James Bible, 1611) o «the lowest parts of the mountains» (Douay–Rheims Bible 1582-1610).

Giona nella suo viaggio per sfuggire alla volontà di Dio, prende sostanzialmente due direzioni: verso ovest e discendente. Cito ‘passim’ il primo capitolo per evidenziare questa dinamica:

«Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: “Àlzati, va’ a Ninive”. Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. S’imbarcò per Tarsis, lontano dal Signore.
Ma il Signore scatenò in mare una tempesta. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: “Che cosa fai così addormentato? Àlzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo”.
Essi [i marinai] gli dissero: “Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare?”. Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia.
innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere». Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia.»

La direzione discendente è chiara nel lessico e ha dato l’origine all’interpretazione rabbinica della catabasi. Anche se l’ipotesi di un legame tra Gollum e Giona dato dalla coincidenza delle espressioni non ha prove solide, aggiungerei comunque l’ipotesi tematica. Giona intraprende un percorso discendente per andare «lontano dal Signore», come per sottrarsi al suo sguardo e influsso. Effettivamente qui possiamo registrare una somiglianza non lessicale ma narrativa tra Gollum e Giona, perché anche Gollum sente il bisogno di scendere in profondità perché dice fra sé: «the Sun could not watch me there», vuole sottrarsi alla luce, all’elemento sensibile che si associa al Bene. Nel caso di Giona a nulla gli serve tentare di fuggire: «Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 138, 9), e anche Gollum abbandonerà il suo stagno sotterraneo, certo, per trovare il ladro dell’Anello, ma forse anche raggiunto «da un’altra forza in gioco, che il creatore dell’Anello non avrebbe mai sospettata» perché «prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia», dice profeticamente Gandalf.

(segue)

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