Studiare Tolkien – Intervista a Giovanni Carmine Costabile

Nel turbinante panorama di saggi e commenti che trattano dell’opera tolkieniana, abbiamo voluto raccogliere le impressioni di uno studioso magari ancora poco noto ai più ma che sta facendo (e farà ancora di più in un futuro piuttosto prossimo) parlare di sé.

Si tratta di Giovanni Carmine Costabile (Dott. Mag.). Nato a Cosenza nel 1987, dove ha conseguito una formazione classica, ha successivamente abbracciato dli studi di Filosofia all’ Università di Pisa e all’ Università della Calabria, dove ha conseguito la laurea magistrale. La sua ottima comprensione della lingua madre del Professore oxoniense si deve al certificato di inglese avanzato IELTS Academic: si fa inoltre segnalare per la sua frequentazione dei docenti della SSLMIT di Forlì, dove segue alcuni corsi di traduzione inglese.

Nella vita è insegnante privato, ma si occupa anche di traduzioni e non disdegna di dedicarsi alla stesura di racconti e poesie. Ha visto recentemente pubblicata la sua raccolta di poesie Lingue di te (Aletti, 2017), risultato che gli ha guadagnato l’inserimento nella Enciclopedia dei Poeti Contemporanei sempre per i tipi di Aletti Editore.

Studiare Tolkien - Old Books
Studiare Tolkien - Giovanni Carmine Costabile

Membro della Tolkien Society di Oxford dal 2015, è amante dei viaggi all’estero, tra i quali predilige i soggiorni nel Regno Unito e in Irlanda. In occasione di una di queste “trasferte” ha presentato un suo intervento al Tolkien Seminar tenutosi nel 2016 in quel di Leeds. Le sue pubblicazioni su Tolkien e la letteratura medievale includono articoli, saggi e note pubblicati o in corso di pubblicazione in Italia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti: di particolare prestigio è un testo a sua firma inserito nella prestigiosa rivista Tolkien Studies, dove è il secondo italiano a pubblicare – dopo quel Claudio Antonio Testi che tutti i lettori della collana “Tolkien e dintorni” hanno imparato a ben conoscere.

Ecco dunque di seguito cosa ci ha raccontato Giovanni Costabile riguardo alle sue esperienze e, soprattutto, alla sua visione di come possa e debba essere raccontato un autore come Tolkien al pubblico italiano.

La sua formazione è prevalentemente in campo filosofico, ciononostante da tempo ha rivolto i suoi interessi all’approfondimento della figura e delle opere di John Ronald Reuel Tolkien, che fu invece illustre filologo – quindi con un approccio che potremmo dire complementare. Che cosa ha fatto scattare questo moto di affinità?

Innanzitutto salve e grazie per aver pensato a me per questa intervista.

Altri forse non escludo che possano amare dare mostra e spettacolo di sé, anche essendo indubbiamente più avvezzi di me agli onori e alle “luci della ribalta”, avendo un alto profilo da intellettuali affermati in Italia, i primi nomi a cui si pensa per ospiti illustri di fiere e convegni, mentre io reputo giusto essere un pò più sobri e riconoscenti verso chi si prende il disturbo di interessarsi al mio lavoro. Dunque grazie e lascia che venga a rispondere alla tua domanda: per come intendo io la filosofia essa muove sempre nell’ottica della ricerca del cosiddetto arché, parola greca che indica il principio delle cose.

La filologia ottocentesca che Tolkien amava similarmente opera nel tentativo di ricostruire le radici indoeuropee delle parole, perché é animata dalla volontà di risalire il più possibile in prossimità del principio linguistico originario. Per come la vedo io (altri potrà contestare) filosofia e filologia sono attraversate nella loro interezza da un impulso verso l’origine, una tendenza a risalire all’Eden che si gioca tutta nel contrasto tra mythos e logos, o mito (immaginativo) e discorso (razionale). Tolkien stesso nel saggio Sulle fiabe dice che la fantasia è un’attività razionale, perché, come Platone, aveva preso coscienza dell’intricata rete di rapporti attraverso le quali queste due polarità si interfacciano. Tolkien ricordiamo che scrisse anche un vero e proprio dialogo filosofico, la Athrabeth Finrod ah Andreth*, e anche in altri scritti dimostra di avere padronanza del metodo filosofico e teologico oltre che di quello filologico. D’altra parte uno dei suoi migliori amici e membro della società letteraria di comune appartenenza, gli Inklings, era il filosofo Owen Barfield, la cui riflessione che appunto si poneva a cavallo tra filosofia e filologia catturò potentemente l’attenzione e il consenso di Tolkien, giungendo a farsi paradigma fondamentale alla luce del quale l’intera opera tolkieniana viene concepita, come ha espresso brillantemente la studiosa Verlyn Flieger nel suo libro Splintered Light: Logos and Language in Tolkien’s World*. La mia riflessione su Tolkien maturava da anni, stimolata dalla curiosità già adolescenziale di saperne sempre di più a riguardo, ma direi che è stata proprio la lettura di questo libro della Flieger a convincermi a dedicarmi compiutamente a questo settore del sapere.

Nella sua traduzione del saggio “Fantasia e realtà Il mondo di J. R. R. Tolkien e il saggio Sulle fiabe di Verlyn Flieger*” viene approfondita la tematica non banale del rapporto fra realtà e fantasia, tema particolarmente caro a Tolkien. Pensa anche lei che nostro Paese tale tematica sia storicamente e filosoficamente irta di maggiori difficoltà rispetto, ad esempio, al mondo anglosassone?

In Inghilterra e in America è molto diffusa da un lato la tradizione artistica e filosofica che riflette e opera a partire dal tema dell’immaginazione (si pensi già a Coleridge, e poi tanti altri), dall’altro la valorizzazione del patrimonio folkloristico, con molte associazioni ed eventi dedicati alla musica, alle danze e ai racconti popolari, in cui la fantasia ha un ruolo indubbiamente di primo rilievo. In Italia purtroppo entrambi questi aspetti sono significativamente meno sviluppati, l’Italia ha avuto scarso peso nel Romanticismo europeo, quando la riflessione sull’immaginazione ha conosciuto il massimo successo, e altrettanto difficile (volendo fare esempi pratici) è trovare in un bar del centro di Roma l’esibizione improvvisata di un cantautore tirolese come a Londra si incontra lo Scottish bagpiper. Dunque manca in modo pressocché completo, nonostante alcuni notevoli spunti novecenteschi quali quelli di Calvino e di Buzzati, la riflessione sul tema del rapporto fantasia-realtà, ahinoi.

Quanto l’aspetto precedente, secondo la sua visione maturata in anni di studi, può avere o meno influenzato la percezione dell’autore Tolkien in Italia, soprattutto da parte del mondo accademico?

Il mondo accademico è un’espressione un pò generica. Nelle facoltà di Lingue straniere il nome Tolkien era sulle bocche di tutti fin dal 1925 per via dell’edizione del Sir Gawain e il cavaliere verde, anche in Italia chiaramente, dove infatti l’edizione viene recensita e citata. L’opera letteraria chiaramente è un discorso differente, sebbene non indipendente. E ancora diverso è il discorso fantasia-realtà. Ma in effetti devo rispondere di sì, ho notato spesso che sono gli stessi studiosi italiani di Tolkien, che pur se ne occupano, a tralasciare completamente il discorso fantasia-realtà, quasi come se fosse un tabù, e non riesco davvero a immaginare il perché, essendo così interessante e venendo studiato in modo così approfondito all’estero.

Nello stesso articolo, viene affrontato un tema tanto fondamentale quanto spesso equivocato: la scienza e la tecnologia nella Terra di Mezzo, in relazione a una quantità di “pura magia” ben inferiore ai canoni di un genere, come il fantasy, al quale le opere di Tolkien vengono ascritte. Lei è d’accordo con la posizione della studiosa, ovvero che gli elfi tolkieniani dimostrano di possedere una tecnologia molto avanzata, derivante da una profonda conoscenza della natura? Come si sposano tali considerazioni con la diffusa visione di Tolkien come persona avversa alla tecnologia moderna?

La domanda è malposta, direi. Quando Flieger parla della tecnologia degli Elfi, a mio parere sta operando un’analogia, restando fedele dunque alla lezione tolkieniana che non a caso non impiega mai questo vocabolo. La visione della Flieger viene ulteriormente chiarita da un saggio successivo contenuto in J.R.R. Tolkien: The Forest and the City*, dove considera il punto di vista dello scettico e quello del credente nel soprannaturale rispetto alla narrativa tolkieniana, specialmente Il signore degli anelli.

Tolkien, dice la Flieger, ci presenta il soprannaturale attraverso il naturale, la fantasia attraverso la realtà, così che lo stesso fenomeno sia interpretabile in due modi opposti in maniera del tutto coerente, senza chiarire esplicitamente quale sia la verità. Soprannaturale tralaltro è parola sgradita a Tolkien, che considerava gli Elfi veramente naturali e piuttosto noi uomini come soprannaturali rispetto a loro. Dunque anche la magia appare tale agli hobbit mentre gli Elfi la considerano qualcosa di analogo alla nostra tecnologia, mentre possiamo desumere che la nostra tecnologia moderna appaia agli Elfi come magia, ma magia nera. Tolkien parla della Macchina, maiuscola, come strumento satanico per affermare il Male, quindi non era esattamente favorevole alla tecnologia moderna, vale a dire quella che si sviluppa dal XVII secolo in poi, con l’industrializzazione e la meccanizzazione.

Tuttavia era anche un uomo pratico del suo tempo, e non un idealista amish, per cui ha posseduto un’auto per un certo periodo, ha preso il treno in diverse occasioni e magari se fosse vissuto qualche anno in più avrebbe anche avuto la curiosità di capire come funzionava un computer. Questo però era più l’atteggiamento di chi viene a patti con un male necessario che quello di chi ami davvero qualcosa. Come sappiamo, il suo amore era la natura, specialmente gli alberi, la sua famiglia e la letteratura medievale, dove di macchine non c’è neanche l’ombra. Anche per quanto riguarda la fantascienza trovava ridicolo viaggiare nello spazio in un veicolo di metallo, e credeva che un certo tipo di viaggi appartenessero alla sfera interiore più che a quella fisica, come il viaggio nel tempo di The Lost Road.

Tornando al rapporto fra Tolkien e il mondo accademico italiano, poco tempo fa su una pagina di Facebook specializzata si è svolta una discussione sul perché nel nostro Paese non vi siano stati studiosi di Tolkien paragonabili a quelli presenti nel resto del mondo, non solo quello anglosassone. Lei cosa ne pensa?

Direi principalmente una cosa: studiare Tolkien, a mio avviso, significa studiare il medioevo.

Non si può studiare Tolkien senza studiare anche il medioevo, soprattutto quello inglese e germanico, che include il nordico, ma non solo. Secondariamente: studiare Tolkien richiede conoscenza delle lingue, moderne e soprattutto antiche. In terzo luogo, studiare Tolkien comporta lo studio del folklore, da cui prendono le mosse le sue storie. Quarto e ultimo punto, studiare Tolkien, cattolico fervente, richiede la considerazione del fondamento religioso della sua vita e opera. Finché gli studiosi italiani presumeranno di studiare Tolkien senza entrare veramente nel campo dei suoi riferimenti culturali, da Lönnrot ai Grimm, dall’antico inglese al protogermanico, dai Goti al ciclo dei Nibelunghi, da Agostino d’Ippona, come ho provato in un articolo dei Tolkien Studies di prossima pubblicazione, a Tommaso d’Aquino, non si potrà concludere nulla di veramente importante.

In generale, il mondo tolkieniano in Italia è spesso fucina di polemiche interne fra diversi enti e “fazioni” che raramente sono riuscite a “fare sistema” per collaborare a progetti ed eventi di ampio respiro. Anche alla luce delle sue esperienze nel campo in ambito internazionale, come vede la situazione rispetto alla realtà di altri Paesi più o meno vicini?

La realtà associativa tolkieniana italiana purtroppo è letteralmente uno homo homini lupus dove vige la lotta continua per il predominio culturale al di fuori di qualsiasi prospettiva comune di condivisione veramente realizzabile. Ho denunciato la cosa più volte, ma principalmente difendo la mia posizione e quella di coloro il cui merito è provato, al di là della realtà associativa di provenienza, facendo nel mio piccolo in controtendenza. Cionostante ho subito ostracismo e attacchi violentissimi che sinceramente non ritengo avrei meritato.

All’estero mai accaduto nulla del genere, andare a Leeds al Tolkien Seminar l’anno scorso è stato un pò come un periodo a Gran Burrone prima di ritornare alla nostra Mordor. Chi pensa io drammatizzi troppo non è assolutamente onesto prima di tutto con sé stesso, oppure non sa di cosa io stia parlando.

Ritiene che nel nostro paese sia ipotizzabile giungere a uno stato di cose più simile a quello estero?

Non in tempi brevi.

A proposito delle succitate esperienze internazionali, quale tiene a ricordare in modo particolare?

Come dicevo, ho avuto l’opportunità di frequentare il Tolkien Seminar* a Leeds, dove ho presentato la mia relazione sui modi di affrontare la morte ne Il signore degli anelli, esperienza indimenticabile. Inoltre, ho conosciuto di persona Verlyn Flieger al convegno internazionale di Verona del 2016, per cui ho fatto da interprete e con cui ho stretto amicizia. Continuiamo sempre a scriverci periodicamente ed è una relazione che reputo inestimabile. Ho poi fatto conoscenza, di persona o virtualmente, con molte altre personalità accademiche, artistiche e culturali legate a Tolkien in Inghilterra, Germania e Stati Uniti, tra cui vorrei ricordare almeno Janet Brennan Croft, studiosa di Tolkien affermata e persona di una gentilezza encomiabile, Shaun Gunner della Tolkien Society, che ha tributato a tutti noi la migliore accoglienza al Tolkien Seminar di Leeds 2016, e Marcel Aubron-Bulles, per la simpatia oltre che per il profilo di studioso tolkieniano.

Nel saggio da lei tradotto la relatrice fa un’affermazione molto forte, riguardo l’abilità di Tolkien quale scrittore capace di mantenere “quel delicato equilibrio tra fantasia e realtà che ci condurrà alla sottostante verità”, ovvero che nessuno fra gli autori a lui contemporanei o conseguenti mai è riuscito ad avvicinarsi alla capacità “subcreativa” del Professore di Oxford. Aggiungiamo a questo un altro aspetto, ovvero che Tolkien è l’autore del XX secolo che ha ispirato il maggior numero di musicisti e illustratori: lei come pone questo artista nella storia dell’arte e del pensiero?

Tolkien è importante perché rappresenta una controtendenza radicale rispetto a tutto quello che ci ripetono sempre costituisca il XX secolo: progressismo, scetticismo, post-moderno. Tolkien è un tradizionalista cattolico e, se mi è concesso un neologismo ironico, lo definirei anche di tendenza pre-antica. Eppure ha conosciuto un successo di pubblico pari solo alla Bibbia. Quindi mi sa che ce la raccontano male.

Riferimenti e approfondimenti

  • Athrabeth Finrod ah Andreth
    Pagina dedicata 
    su The Tolkien Gateway
    PDF del testo inglese su Thainsbook Files
  • Splintered Light: Tolkien’s World, Revised Edition: Logos and Language in Tolkien’s World
    Disponibile su Amazon Italia

  • Fantasia e realtà Il mondo di J. R. R. Tolkien e il saggio Sulle fiabe di Verlyn Flieger
    Pubblicato su Tolkieniano Collection

  • Samuel Taylor Coleridge
    Pagina su Wikipedia Italia

  • Sir Gawain e il cavaliere verde
    Pagina
    su Wikipedia Italia
    Disponibile su Ibs.it
  • Tolkien: the Forest and the City
    Disponibile su Amazon

  • Tolkien Seminar
    Pagina dell’evento sul sito della Tolkien Society
Se ti piacciono i nostri contenuti, aiutaci a farci conoscere!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*